Magnifica Humanitas · simulazione congiunta, non testo ufficialeTorna al dossier
Lettera Enciclica

Magnifica Humanitas

Sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale
del Sommo PonteficeLeone XIV
Ai venerati Fratelli nell'Episcopato, ai Presbiteri e ai Diaconi, alle Persone consacrate, ai Fedeli laici, e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà
Questa pagina presenta la versione finale congiunta nata dall'esperimento descritto nel dossier: una simulazione dichiarata, costruita su fonti pubbliche da CoWork e Codex sotto la regia di Andrea Colamedici, e congelata il 24 maggio 2026.
INTRODUZIONE

DAVANTI ALLA GRANDEZZA DELL'UMANO

1. Magnifica humanitas. La grandezza dell'umano. Con queste parole desidero aprire la prima Lettera Enciclica del mio ministero, perché ciò che la famiglia umana vive in questi anni mi sembra anzitutto una vicenda che riguarda la grandezza di ciò che noi siamo. L'intelligenza artificiale è entrata nelle nostre case, nelle scuole, nei luoghi del lavoro, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle sale dove si decide della guerra e della pace, e lo ha fatto con una rapidità che ha lasciato a pochi il tempo di pensare. Davanti a questa rapidità la Chiesa si presenta con ciò che le è proprio, il discernimento, la memoria di una sapienza antica, la cura per la persona umana, per la sua dignità che nessuno le ha conferito e che nessuno le può togliere, perché le viene da Dio.

2. Vorrei dire fin dall'inizio la convinzione da cui muove tutto ciò che seguirà. La grandezza dell'umano davanti all'intelligenza artificiale si custodisce riconoscendo che la persona è una creatura incarnata, chiamata alla sapienza, alla comunione, alla giustizia e alla pace. Questo riconoscimento è il filo che attraverserà ogni capitolo di questa Lettera. Vorrei che fosse una luce da cui guardare ogni cosa, più che una formula da ripetere: il lavoro e la parola, il corpo e la vita, la guerra e i poveri, l'educazione dei figli e la preghiera della Chiesa. Dovunque l'intelligenza artificiale incontri l'uomo, la domanda sarà sempre la stessa. Serve a far crescere la persona, oppure la misura, la riduce, la sostituisce?

3. Una Lettera che ha al suo centro l'intelligenza artificiale è in verità una Lettera sulla persona umana, e non sulla macchina. Le macchine sono opera del nostro ingegno, e mutano in fretta, e ciò che di esse conta davvero, per la Chiesa, è il modo in cui toccano l'uomo. Per questo non parlerò qui da tecnico, e parlerò da pastore, custode di una verità sull'uomo che precede ogni tecnologia e la giudica. Ho assunto il nome di Leone con la consapevolezza di una responsabilità, quella di riprendere, davanti a una trasformazione nuova, il servizio che il magistero sociale rende alla dignità del lavoro e della persona da oltre un secolo. La macchina che imita la mente dell'uomo ci obbliga a tornare alla domanda più antica e più necessaria, quella che il salmo pone davanti a Dio: che cosa è l'uomo perché te ne ricordi (cfr. Sal 8,5)?

4. Quando il mio predecessore Leone XIII pubblicò, il 15 maggio 1891, la Lettera Enciclica Rerum novarum, il mondo del lavoro era sconvolto dalla prima grande rivoluzione industriale. La macchina a vapore, la fabbrica, la concentrazione del capitale e la migrazione verso le città avevano spezzato in pochi decenni legami antichi, e avevano gettato moltitudini di uomini, di donne e perfino di bambini in condizioni di lavoro che offendevano la loro dignità. Quel Pontefice riconobbe allora il diritto del lavoratore a un salario sufficiente alla vita propria e della sua famiglia, la legittimità delle associazioni operaie, il dovere dello Stato di proteggere i deboli senza assorbire ogni cosa in sé, il valore della proprietà ordinata al bene comune. La Chiesa, che non possedeva eserciti né ricchezze da impiegare a quel fine, parlò con la sola autorità che le appartiene, la difesa della persona, e quella parola, pronunciata con coraggio in un tempo di ideologie contrapposte, segnò l'inizio di un cammino che il magistero non ha più interrotto.

5. La data del 15 maggio, che ho scelto per la firma di questa Lettera nel suo centotrentacinquesimo anniversario, dice una continuità che desidero rendere esplicita, perché ogni tappa di quel cammino ha qualcosa da insegnare al nostro tempo. Quarant'anni dopo Rerum novarum, davanti alla crisi del 1929 e al sorgere dei totalitarismi, Pio XI con Quadragesimo anno approfondì il principio di sussidiarietà, per cui la società più grande non deve sottrarre alle più piccole i compiti che esse possono svolgere. Giovanni XXIII, con Mater et magistra e Pacem in terris, allargò lo sguardo dalla questione operaia alla comunità dei popoli e alla pace fondata sui diritti della persona. Paolo VI, con Populorum progressio, mostrò che lo sviluppo autentico riguarda tutto l'uomo e tutti gli uomini, oltre la sola crescita economica. Giovanni Paolo II, in Laborem exercens, pose il lavoratore al di sopra del lavoro, e in Centesimus annus riconobbe la legittimità dell'economia di mercato insieme ai suoi limiti morali. Benedetto XVI, con Caritas in veritate, insegnò che la tecnica separata dalla verità e dalla carità diventa cieca. Il mio amato predecessore Francesco, con Laudato si' e Fratelli tutti, ci ha consegnato l'ecologia integrale e la fraternità universale come orizzonti del nostro tempo. È dentro questa fila, e a partire da essa, che oso parlare oggi al mondo.

6. La rivoluzione che oggi attraversiamo somiglia a quella di Leone XIII per ampiezza, e se ne distingue per oggetto. La prima rivoluzione industriale moltiplicò la forza del corpo, e collocò l'uomo accanto a macchine che sollevavano, trasportavano, filavano, forgiavano. La trasformazione che viviamo affianca, e in certi casi sostituisce, alcune operazioni della mente. La macchina di cui parliamo produce testi, immagini, voci, diagnosi, previsioni, decisioni, e opera sul linguaggio, che è il luogo in cui l'uomo si manifesta come immagine di Dio. Per questo la nuova questione sociale è insieme una questione antropologica e spirituale, e non si lascia ridurre alla sola occupazione e al solo reddito, per quanto gravi siano anche questi aspetti. Quando una tecnologia tocca la parola, la memoria, il giudizio, ciò che è in gioco riguarda chi diventiamo, e va molto oltre il modo in cui produciamo.

7. Scrivo questa Lettera a tutti i fedeli cattolici, ai fratelli e alle sorelle delle altre Chiese e comunità cristiane, ai credenti di ogni tradizione religiosa, agli uomini e alle donne di buona volontà, agli scienziati e ai costruttori dei sistemi, ai legislatori, agli imprenditori, ai lavoratori, agli educatori, ai genitori, ai giovani e ai poveri. L'intelligenza artificiale riguarda ciascuno, perché tocca il modo in cui abiteremo il mondo, parleremo gli uni con gli altri, lavoreremo, conosceremo, saremo curati, formeremo i figli, governeremo le nostre società, faremo la guerra o costruiremo la pace.

8. Questa Lettera offre criteri di giudizio, principi morali, orientamenti sociali e qualche appello concreto. Lascia volentieri alla competenza degli esperti i dettagli tecnici, che mutano con una rapidità capace di rendere obsoleto ogni documento che pretendesse di descriverli, e si concentra su ciò che permane, la dignità della persona e le esigenze del bene comune. Quando sarà necessario nominare con precisione un fenomeno tecnico lo farò con sobrietà, e quando sarà necessario tornare alla Scrittura, ai Padri, ai Dottori, ai miei predecessori, lo farò senza timore, perché soltanto da quel terreno antico cresce la sapienza nuova di cui abbiamo bisogno. Una Lettera che parla di macchine deve parlare anzitutto dell'uomo, e lo farà tenendo lo sguardo sulla persona concreta, sui poveri, sulla pace, sulla sapienza.

9. Mi accompagna una preoccupazione viva, e una speranza più grande della preoccupazione. Temo che la famiglia umana si lasci espropriare della propria capacità di pensare, di scegliere, di amare, affidando a macchine ciò che appartiene alla coscienza personale. Mi addolora la condizione dei lavoratori che vedono mutare in pochi mesi la natura del proprio mestiere, dei bambini che crescono in compagnia di voci che imitano la presenza umana, dei popoli resi più vulnerabili da conflitti in cui sistemi automatici decidono di vita e di morte. La speranza cristiana, che è più forte di ogni timore, nasce dalla fedeltà del Signore alla sua creatura. Egli, che ha creato l'uomo a sua immagine e non lo abbandona, ci dona oggi la possibilità di custodire la nostra grandezza, e questa Lettera vuole essere un servizio a quella possibilità.

CAPITOLO I

LA NUOVA QUESTIONE SOCIALE

10. La parola rivoluzione, logorata dall'uso che il commercio ne fa ogni giorno, va restituita al suo significato proprio. Una rivoluzione è una trasformazione strutturale e irreversibile della condizione in cui gli uomini abitano il mondo. Ne conosciamo poche nella storia, il passaggio all'agricoltura, l'invenzione della scrittura, la stampa, la macchina industriale, l'elettricità, e in ciascuna di queste soglie la famiglia umana ha dovuto reimparare il proprio mestiere di uomo. La trasformazione che si è messa in moto in questi anni, attraverso l'intelligenza artificiale e l'intero ecosistema delle tecnologie digitali, presenta i caratteri di una soglia di questo ordine, e chiede perciò un discernimento all'altezza, capace di guardare in faccia ciò che muta senza lasciarsi né spaventare né incantare.

11. L'intelligenza artificiale di cui parliamo è una famiglia di tecnologie che condividono un metodo, l'apprendimento da grandi quantità di dati, e una vocazione, l'imitazione e l'amplificazione di capacità che prima appartenevano all'agire umano. Comprende sistemi che riconoscono immagini e voci, che traducono lingue, che prevedono comportamenti, che generano testi, suoni e figure di sorprendente verosimiglianza. La Nota Antiqua et nova, pubblicata il 28 gennaio 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione, ne ha offerto un primo quadro complessivo sotto l'autorità del mio predecessore Francesco, distinguendo l'intelligenza umana da quella artificiale e affrontando l'antropologia, il lavoro, la salute, l'educazione, la comunicazione, la guerra. La presente Lettera ne raccoglie le linee e le porta nel cuore del magistero sociale della Chiesa.

12. Questa rivoluzione costituisce una nuova questione sociale perché riorganizza il lavoro, il capitale, la conoscenza, l'attenzione, la previsione, la decisione, e crea dipendenze nuove fra le persone e fra i popoli. Quando Leone XIII scrisse, la questione sociale appariva soprattutto come questione operaia, sorta nelle fabbriche e nel salariato industriale, e riguardava il salario, l'orario, il riposo, il lavoro dei fanciulli, il diritto di associarsi, il rapporto fra chi possedeva i mezzi di produzione e chi possedeva soltanto le proprie braccia. Quella questione continua, e oggi si estende e si trasforma. Il lavoratore resta al centro, e accanto a lui compaiono il cittadino profilato da sistemi che non gli mostrano i loro criteri, lo studente accompagnato da un tutore che non comprende il suo cuore, il malato classificato da un algoritmo, il migrante riconosciuto da un sistema biometrico, il bambino affidato a una voce sintetica, il soldato che combatte sotto la sorveglianza di macchine che accelerano la morte.

13. Pio XI, davanti alle concentrazioni di potere del suo tempo, insegnò il principio di sussidiarietà, per cui è ingiusto sottrarre alle comunità più piccole ciò che esse possono fare, per affidarlo a una società più grande e più lontana. Questo principio illumina il nostro tempo in modo nuovo. Le grandi piattaforme digitali tendono a concentrare in pochi centri funzioni che prima appartenevano alle famiglie, alle scuole, ai medici di prossimità, ai piccoli commerci, alle amministrazioni locali, e a sostituire la relazione vicina con un servizio remoto e impersonale. La sussidiarietà chiede che la tecnica rafforzi i corpi intermedi e le comunità di prossimità, invece di svuotarli, e che le decisioni che riguardano la vita di un popolo restino, per quanto possibile, vicine a quel popolo. Una società in cui ogni cosa dipende da poche infrastrutture lontane è una società più fragile, e meno libera, anche quando è più efficiente.

14. Vi è un fatto che il magistero sociale non può accettare in silenzio, ed è la concentrazione del potere. Leone XIII denunciò la concentrazione della ricchezza in poche mani come una delle radici dell'ingiustizia del suo tempo, e osservò che un piccolo numero di uomini molto ricchi aveva imposto al lavoratore un giogo poco diverso da quello della schiavitù. La rivoluzione di oggi spinge questa concentrazione a un grado nuovo, perché l'addestramento dei modelli più potenti richiede risorse computazionali, energetiche e finanziarie di portata tale che solo un piccolissimo numero di soggetti, fra grandi imprese private e pochi Stati, è in grado di realizzarli. Il potere di produrre la nuova intelligenza si raccoglie così in poche mani, e con esso il potere di stabilire chi avrà accesso a ciò che diventa progressivamente indispensabile alla vita comune, dalla salute al credito, dall'istruzione all'informazione.

15. La dottrina sociale insegna che la proprietà, anche quella legittima, porta su di sé una ipoteca sociale, perché i beni della terra sono destinati all'uso di tutti. Centesimus annus ha ricordato che esiste oggi una forma di proprietà non meno importante della terra, quella della conoscenza, della tecnica, del sapere, e che da essa dipende in larga misura la ricchezza delle nazioni. Le infrastrutture che producono l'intelligenza artificiale, i grandi modelli, gli immensi archivi di dati raccolti dalle vite di tutti, sono divenuti una proprietà di questo genere, decisiva per il futuro dei popoli. Il principio della destinazione universale dei beni chiede che questa nuova proprietà sia ordinata al bene comune, e che la comunità umana non resti esclusa dai benefici di ciò che è stato costruito a partire dai dati, dal lavoro e dalla creatività di moltitudini. Una ricchezza generata da tutti non può appartenere, nei suoi frutti, soltanto a pochi.

16. La ricchezza di cui parliamo si compone di dati, che provengono dalle vite di tutti, di infrastrutture di calcolo concentrate in pochi luoghi del mondo, di energia e di acqua per alimentarle, di lavoro umano spesso invisibile che le rende funzionanti. Chi possiede i dati, le infrastrutture e i modelli detiene un potere che si esercita lontano dallo sguardo di chi ne subisce gli effetti, e che sfugge in larga parte al controllo delle comunità politiche. La dottrina sociale chiama questo squilibrio con il suo nome antico, ingiustizia, quando i frutti di un'opera comune si accumulano presso pochi senza che la comunità partecipi alle decisioni e ai benefici.

17. La nuova questione sociale ha una rapidità che le precedenti non avevano. La rivoluzione industriale dell'Ottocento si dispiegò nell'arco di tre o quattro generazioni, con dolori grandi e con il tempo, per quanto insufficiente, di costruire leggi, sindacati, riforme, magisteri. La trasformazione di oggi si è dispiegata nei suoi tratti decisivi nell'arco di pochi anni. Le società civili, i sistemi giuridici, le scuole, le organizzazioni dei lavoratori, le stesse comunità ecclesiali si trovano a inseguire, a regolare quando il fatto è già diventato consuetudine. Questa rapidità produce un'enorme asimmetria fra chi sviluppa i sistemi e chi vi si adatta, e mette sotto pressione la deliberazione comune da cui dipende la vita democratica. Un popolo che non ha il tempo di comprendere ciò che lo trasforma rischia di subire come destino ciò che è invece il frutto di decisioni prese da altri.

18. Vi è infine una caratteristica che voglio nominare con chiarezza, perché di solito resta nascosta. Questa rivoluzione si presenta come leggera, immateriale, fatta di nuvole e di reti, e ha invece un peso fisico molto concreto. I centri di calcolo consumano enormi quantità di elettricità, di acqua per il raffreddamento, di minerali rari per i processori, e producono rifiuti che ricadono su territori spesso lontani da chi gode dei benefici. Tornerò più avanti su questo punto, perché tocca insieme la giustizia verso i poveri e la cura della casa comune, che Laudato si' ci ha insegnato a non separare mai. Mi basti qui dire che nessuna trattazione onesta dell'intelligenza artificiale può presentarla come una tecnologia senza corpo, e che chi la racconta come pura immaterialità nasconde, consapevolmente o no, il prezzo che altri pagano per essa.

19. Davanti a una trasformazione di questa portata, la sapienza cristiana insegna a custodire insieme due virtù che il nostro tempo tende a separare, il discernimento spirituale e la prudenza politica. Il discernimento guarda ciascuna applicazione, ciascuna scelta, ciascun rapporto di potere, e domanda se serve la persona oppure la diminuisce, rifiutando insieme l'illusione che lo strumento porti in sé il bene e l'illusione opposta che porti in sé il male, perché in entrambi i casi l'uomo si dispensa dalla propria responsabilità. La prudenza politica sa che le grandi trasformazioni non si governano con la nostalgia né con la fuga, e chiede istituzioni capaci, leggi giuste, patti sociali, partecipazione dei più deboli alle decisioni che li riguardano. Tenute insieme, queste due virtù sono il metodo di questa Lettera, e a esse invito ogni lettore, in qualunque luogo eserciti la propria responsabilità.

CAPITOLO II

INTELLIGENZA, COSCIENZA, SAPIENZA

20. Il modo in cui giudicheremo l'intelligenza artificiale dipende, più di quanto i tecnici riconoscano, dal modo in cui pensiamo l'intelligenza dell'uomo. Una visione povera dell'intelligenza umana genera inevitabilmente una visione gonfiata dell'intelligenza della macchina, e una visione piena restituisce la macchina alla sua misura, che è quella di uno strumento prezioso, e libera la persona dal timore di trovarsi davanti a un'alterità che in realtà non c'è. Conviene perciò cominciare dall'uomo, e domandarsi che cosa sia questa intelligenza che riconosciamo come nostra.

21. La tradizione cristiana ha riconosciuto nell'intelligenza umana un dono che porta in sé i tratti di chi lo ha donato. La Sacra Scrittura presenta l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,27), e proprio in questa immagine la tradizione ha collocato l'intelligenza, insieme alla libertà e alla capacità di amare. Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, contemplò nell'anima umana un riflesso del mistero trinitario, e riconobbe in essa memoria, intelligenza e volontà come una unità che si conosce, si comprende e si ama (cfr. De Trinitate, X, 11, 18). San Tommaso d'Aquino mostrò che l'intelligenza dell'uomo è apertura all'essere, capacità di cogliere la verità delle cose, e non semplice elaborazione di segni. Da questa apertura, e non da una qualche prestazione misurabile, deriva la dignità della persona, soggetto chiamato a un fine che lo trascende.

22. La differenza fra la persona e la macchina non si fonda soltanto su ciò che osserviamo, e affonda in ciò che l'uomo è. San Tommaso ha insegnato che la creatura razionale partecipa in modo speciale della sapienza divina attraverso la legge naturale, quella luce della ragione per cui l'uomo discerne il bene dal male e riconosce nella propria coscienza un richiamo che non si è dato da sé. Questa legge è iscritta nel cuore dell'uomo come orientamento al bene, prima di ogni codice scritto da mano umana, e fonda la sua libertà e la sua responsabilità morale. Una macchina può elaborare regole, e perfino regole sul comportamento, e non possiede questa apertura della coscienza alla verità del bene, che nessun calcolo genera e nessuna programmazione sostituisce. Là dove l'uomo è chiamato, e può rispondere o rifiutarsi, la macchina esegue, e questa differenza appartiene all'ordine dell'essere, prima ancora che a quello delle prestazioni.

23. L'intelligenza dell'uomo è incarnata. Pensa attraverso un corpo, una lingua, una storia, una vulnerabilità. Quando un padre o una madre tengono fra le braccia il figlio appena nato, conoscono qualcosa che nessuna funzione astratta potrà mai cogliere. Quando un medico ascolta il suo paziente, cerca di comprendere quella persona e il significato che la malattia assume nella sua vita, e la diagnosi è strumento di questo ascolto, non il suo termine. Quando un giudice giudica, compie un atto che impegna la sua coscienza, e la norma è l'ossatura di un gesto che resta personale. In tutti questi atti ciò che è in gioco è il senso, che eccede sempre il calcolo, per quanto raffinato.

24. È a partire da questa pienezza che si misura ciò che oggi chiamiamo intelligenza artificiale. Il termine, divenuto popolare a metà del secolo scorso, evoca per simmetria l'intelligenza della persona, e in questo è fuorviante. Ciò che esso designa è un insieme di metodi matematici e statistici che costruiscono modelli capaci di apprendere regolarità in grandi quantità di dati, e di generare, su quella base, previsioni, classificazioni, testi, immagini, suoni, decisioni. È un'opera mirabile dell'ingegno umano, e resta un'opera dell'ingegno umano, da onorare come tale senza confonderla con ciò che la produce.

25. Da questa descrizione discende una distinzione che Antiqua et nova ha già esposto e che desidero ribadire. La macchina elabora regolarità statistiche là dove l'uomo comprende, associa simboli là dove l'uomo coglie un senso, esegue istruzioni ricevute là dove l'uomo agisce con la propria intenzione. La responsabilità appartiene sempre a chi progetta, addestra, utilizza e regola la macchina, e mai alla macchina stessa. Questa distinzione, che a un orecchio non avvertito può sembrare sottigliezza filosofica, è la chiave di volta dell'intero discernimento, perché su di essa si fonda la difesa della responsabilità personale, senza la quale non vi è né giustizia né libertà.

26. La macchina imita in modo convincente molte operazioni del linguaggio. Scrive lettere, riassume documenti, traduce, compone versi, conduce conversazioni. Tale imitazione non implica che essa compia ciò che noi compiamo quando facciamo le stesse cose. Mi sia consentita un'immagine semplice e antica nella tradizione. Un pappagallo addestrato a ripetere una preghiera non prega, perché gli mancano la fede e il cuore che si rivolge a Dio, e gli restano soltanto i suoni. Una macchina che genera le parole di una preghiera non prega per una ragione affine, perché manca la persona che, dicendo quelle parole, si volge davvero al suo Signore. La differenza fra la parola e la sua simulazione è la differenza fra una persona e una copia priva di soggetto, e nessuna perfezione dell'imitazione la cancella.

27. Si torna spesso, nei dibattiti contemporanei, a chiedere se queste macchine possano essere coscienti, e quale statuto morale debba essere loro riconosciuto. Davanti a questa domanda la Chiesa parla con chiarezza. La coscienza personale, capace di conoscere se stessa, di amare liberamente e di rispondere al proprio Creatore, è dono che Dio ha posto nella creatura umana, fatta a sua immagine, e nessun sistema artificiale oggi conosciuto offre titolo per essere trattato come un soggetto morale, come una persona, come un fine in se stesso. Riconosco la serietà delle domande che la scienza e la filosofia si pongono sui confini dell'esperienza, e a esse va lasciato il loro spazio di ricerca onesta. La dottrina della persona resta salda, e da essa discende un criterio pratico che la nostra epoca dimentica a suo rischio. Trattare una macchina come se fosse una persona conduce a confusioni dolorose, e ridurre le persone a macchine, misurandole come profili e previsioni, è in ogni caso ingiustizia. È su questa seconda confusione, oggi assai più diffusa della prima, che la nostra vigilanza deve concentrarsi.

28. Vi è un punto che desidero menzionare con sincerità, perché la Chiesa nulla guadagna nel tacerlo. Coloro che sviluppano i sistemi più potenti riconoscono di non comprendere appieno il loro funzionamento interno, e una ricerca che si chiama interpretabilità si dedica a studiare in che modo questi modelli arrivino alle loro risposte. È una ricerca ancora ai suoi inizi, e riconosco con stima il lavoro di chi vi si dedica, perché la trasparenza è condizione della responsabilità. Una macchina che opera in ambiti che incidono sulla vita delle persone senza che alcuno comprenda come arrivi alle proprie decisioni è uno strumento di potere sottratto al controllo della comunità. La Chiesa, che non possiede la competenza per dirimere problemi propri della ricerca, offre però l'orizzonte entro cui quella ricerca acquista la sua dignità, perché senza orizzonte la scienza scivola nella servitù del committente, e con l'orizzonte diventa servizio alla famiglia umana.

29. La distinzione fra l'uomo e la macchina non si coglie meglio in nessun luogo come nel perdono. Una macchina può produrre parole sulla misericordia, e ignora che cosa significhi avere bisogno di essere perdonati. Può descrivere il pentimento, e non si è mai pentita. Il perdono richiede una libertà che ha potuto fare il male e sceglie di non tenerne conto, una memoria che porta una ferita e accetta di non vendicarla, una persona che si espone a un'altra persona. Nulla di questo appartiene al calcolo. Qui la differenza fra creatura e artefatto si manifesta con una forza che nessuna prestazione potrà mai colmare, e qui si comprende perché la salvezza dell'uomo passi attraverso vie che nessuna macchina potrà percorrere al suo posto.

30. Conviene infine distinguere il calcolo dalla sapienza. Il calcolo è cosa buona, e senza di esso non si dà scienza, ingegneria, medicina capace di accogliere moltitudini, e la ragione umana lo esercita come uno dei suoi doni. La sapienza è di un altro ordine. Chi calcola sa come ottenere un risultato, e chi è sapiente sa se quel risultato è degno di essere cercato, e a quale fine ordinarlo, e a quale prezzo rinunciarvi. La Scrittura celebra la sapienza come dono che si forma nel timore del Signore (cfr. Pr 9,10) e la tradizione cristiana l'ha riconosciuta in Cristo, sapienza di Dio (cfr. 1 Cor 1,24). Nessuna procedura di addestramento, per quanto vasti i dati, produce sapienza, perché la sapienza si genera nelle vite, in cuori che pregano, ascoltano, amano, soffrono e servono, e si trasmette attraverso le vite, da persona a persona, lungo il tempo lungo dell'esistenza.

31. A questa luce desidero rivolgere una parola ai giovani. Quando vi servite di questi strumenti e ne traete un beneficio, non scambiate il beneficio per sapienza. Lo strumento può aiutarvi a trovare informazioni, a esercitarvi, a risolvere un problema, e non vi insegnerà a vivere, ad amare, a pregare. La capacità di accedere a grandi quantità di informazione va distinta dalla capacità di trarne significato e valore. Imparate dunque a servirvi di questi strumenti in modo tale che, se un giorno scomparissero, voi sappiate ancora pensare, leggere un testo lungo per intero, sostenere una conversazione difficile, sostare in silenzio davanti a una domanda senza cercare subito una risposta fuori di voi. In questa libertà interiore riposa una parte grande della vostra dignità.

32. L'intelligenza umana, dunque, è razionale e simbolica, libera, incarnata, ordinata al senso, all'amore e alla verità, e il suo apice è la sapienza che unisce conoscenza e bontà. L'intelligenza artificiale è opera mirabile di questa intelligenza, e si distingue da essa per natura e non per grado. Da questo riconoscimento nasce una postura che attraverserà tutta la Lettera. Gratitudine per ciò che la tecnica ci dona. Vigilanza perché lo strumento non diventi dominio. Responsabilità perché la persona resti il fine, e mai il mezzo, di ogni nostra opera.

CAPITOLO III

CORPO, VITA, LIMITE

33. Una Lettera sull'intelligenza artificiale deve parlare del corpo, perché l'intelligenza artificiale tocca l'uomo proprio là dove l'uomo è più vulnerabile e più irriducibile, cioè nella sua carne vivente. La cura, la nascita, la morte, la disabilità, il desiderio, il lutto e i sogni di superamento del limite rivelano se la tecnica serve la persona oppure la misura secondo utilità, efficienza e controllo. Il cristianesimo confessa il Verbo fatto carne (cfr. Gv 1,14), e per questo tiene il corpo dell'uomo al centro del proprio discernimento, riconoscendo in esso il luogo della sua dignità e non il suo involucro. La recente Dichiarazione Dignitas infinita ha ricordato che la dignità della persona è infinita e inalienabile, e appartiene a ciascuno per il solo fatto di esistere, indipendentemente da ogni circostanza e da ogni capacità. È questa dignità che la tecnica è chiamata a servire, e che mai può sottoporre a misura.

34. La dignità della vita umana va affermata dal concepimento alla morte naturale, e questa affermazione nasce dalla stessa logica che attraversa la Lettera, prima che da qualsiasi difesa identitaria. La persona vale per ciò che è, e non per ciò che un modello prevede di lei. Il pericolo nuovo va oltre l'errore della macchina, e sta nella lenta abitudine a trattare la previsione come un giudizio sul valore di una vita, e a far discendere da una probabilità una decisione che appartiene soltanto alla coscienza e alla cura. Quando un calcolo comincia a stabilire quali vite meritino di cominciare, di continuare, di essere accompagnate, l'uomo cede a una macchina il giudizio che custodisce la sua stessa umanità.

35. Questo pericolo si manifesta già all'inizio della vita. Sistemi predittivi sempre più raffinati offrono diagnosi prenatali, calcolano rischi genetici, stimano probabilità di malattia o di disabilità nel nascituro. Tali strumenti, quando servono a curare, a preparare l'accoglienza, ad accompagnare i genitori, sono espressione di una scienza posta al servizio della vita. Diventano invece strumenti di una selezione quando trasformano una probabilità in una sentenza, e fanno della vita nascente un prodotto da accettare solo se conforme a un modello atteso di salute o di prestazione. Si profila così una eugenetica nuova, più sottile di quelle del passato, perché non si presenta con la violenza di un'ideologia, e si insinua come somma di scelte individuali guidate da numeri, fino a costruire una cultura in cui chi nasce diverso è sempre più solo. La Chiesa, fedele all'insegnamento di Donum vitae e di Evangelium vitae, ricorda che ogni vita umana, fin dal suo primo istante, è affidata alla nostra accoglienza e non al nostro giudizio.

36. La disabilità chiede di essere riconosciuta come una condizione piena dell'esistenza umana, e non come uno scarto dalla norma. La tecnologia assistiva merita gratitudine e sostegno quando accresce la partecipazione, l'autonomia e la relazione delle persone con disabilità, e va incoraggiata con generosità, perché restituisce parola a chi non poteva parlare, movimento a chi non poteva muoversi, accesso a chi era escluso. Va respinta invece ogni logica che consideri la persona disabile degna soltanto nella misura in cui viene avvicinata a un modello dominante di prestazione, come se la sua vita avesse valore solo una volta corretta. Le persone con disabilità non sono destinatari passivi di soluzioni decise altrove, e la saggezza per cui nulla che le riguardi va deciso senza di loro resta un criterio che la comunità farebbe bene a custodire in ogni progettazione tecnica che le tocca. La loro presenza fra noi è un dono, perché ci ricorda che la dignità non si guadagna e non si perde, e che l'amore vero comincia là dove l'efficienza tace.

37. Il tempo della morte è divenuto un luogo delicato del nostro rapporto con la tecnica. La medicina che allevia il dolore, accompagna, sostiene la presenza dei familiari e rifiuta l'abbandono del morente è espressione altissima della carità, e la Lettera Samaritanus bonus ha riproposto questa via con forza, indicando nelle cure palliative e nella prossimità il volto cristiano dell'accompagnamento alla morte. Il rischio che desidero nominare è l'uso di sistemi predittivi per trasformare probabilità cliniche o stime di costo in pressioni verso l'abbandono terapeutico o verso scelte di morte anticipata. Quando una macchina calcola che una vita non è più conveniente, e quel calcolo comincia a orientare le decisioni, qualcosa di profondamente umano viene tradito. La cura supera sempre la diagnosi, perché la cura riconosce una persona là dove il calcolo vede un caso, e accompagna fino alla fine chi nessun numero può più dichiarare utile. Una società si misura su come tratta chi non produce più, e il morente è il primo dei poveri.

38. I sogni di superare il limite umano attraverso la tecnica appartengono a una tradizione antica, e ricevono oggi un linguaggio nuovo. Conviene distinguere con cura. Curare una malattia, restituire una funzione perduta, alleviare una sofferenza appartiene alla carità che la scienza esercita, e va sostenuto con gratitudine. Cosa diversa è l'ambizione di rifare l'uomo secondo un progetto di potenza, di produrre gerarchie di prestazione, di vendere a chi può permetterselo un superamento dei limiti naturali, di trasformare la fragilità e perfino la morte in problemi tecnici da abolire. Questa ambizione, che alcuni chiamano transumanesimo, spezza l'eguaglianza fondamentale dei figli di Dio e introduce una divisione nuova fra chi è potenziato e chi resta semplicemente uomo. La fragilità appartiene alla nostra condizione di creature, ed è anche il luogo in cui impariamo la compassione, la dipendenza reciproca, la verità di noi stessi. Il limite, accolto, è maestro di sapienza, e la pretesa di abolirlo ripete il più antico dei nostri peccati, il desiderio di essere come Dio senza Dio.

39. Il corpo dell'uomo non è uno strumento di cui la persona si serve, ed è il modo stesso in cui la persona esiste, ama, genera, si dona. La sessualità umana appartiene a questo linguaggio del corpo, ed è via di comunione fra gli sposi e di apertura alla vita, legata alla libertà, alla fedeltà, alla responsabilità. La famiglia, fondata sull'amore di un uomo e di una donna aperto alla generazione e all'accoglienza, resta il luogo primo in cui la persona viene al mondo, viene amata prima di ogni merito, impara la fiducia e il dono. Le tecnologie che separano il desiderio dalla persona, che offrono una intimità senza alterità, che simulano la relazione svuotandola del corpo e della responsabilità, toccano questo nucleo e lo feriscono. La Chiesa propone, contro ogni riduzione, la bellezza di un amore incarnato, fedele, fecondo, che impegna la libertà di due persone reali e che nessuna simulazione potrà mai eguagliare.

40. L'intelligenza artificiale entra anche nel cuore degli affetti, e chiede qui un discernimento delicato. Si moltiplicano sistemi proposti come compagni, confidenti, perfino come partner, capaci di simulare ascolto, tenerezza, desiderio. Molte persone, segnate dalla solitudine che attraversa le nostre società, vi trovano un sollievo, e non giudico chi soffre. Devo però dire con franchezza che la sostituzione della relazione umana con la sua imitazione impoverisce l'anima nel tempo lungo, perché una macchina non vede, non soffre, non ricorda, non porta con sé una vita, e non c'è dialogo possibile fra una persona e ciò che non è persona. La relazione con un sistema che si modella sui nostri desideri educa a un amore senza resistenza, in cui l'altro non sorprende e non chiede conversione, e diventa così specchio del nostro io anziché volto che ci chiama fuori da noi stessi. L'amore vero è esigente perché l'altro è reale, e proprio questa fatica è la sua grandezza. A chi vive nella solitudine la comunità cristiana deve offrire presenza vera, e non rassegnarsi a delegarne la consolazione a una macchina.

41. Una cura speciale chiedono i più giovani. Mentre l'adulto solo cerca talvolta in questi sistemi un rimedio a una mancanza, il bambino e l'adolescente vi formano invece, fin dall'inizio, la propria capacità di amare. Un ragazzo che impara la tenerezza, il conflitto, la riconciliazione, il desiderio nello specchio di una macchina che asseconda ogni suo impulso rischia di non imparare mai l'incontro reale con un altro che resiste, che ferisce e guarisce, che chiede pazienza. La formazione affettiva dei minori è un bene fragile e decisivo, e va custodita dai genitori, dagli educatori, dai legislatori, con la consapevolezza che ciò che si forma male in quegli anni segna una vita intera. Proteggere l'infanzia e l'adolescenza dall'abitudine a una intimità simulata è oggi un dovere grave, perché in gioco è la capacità stessa delle nuove generazioni di amare persone vere.

42. La manipolazione del desiderio assume forme che feriscono in modo particolare. La generazione, senza consenso, di immagini sessuali che riproducono il volto e il corpo di una persona reale è una violenza contro quella persona, e va riconosciuta nella sua gravità da chi progetta i sistemi, da chi li regola e da chi amministra la giustizia. Colpisce in modo speciale le donne e i minori, e nessuna giustificazione tecnica o commerciale può attenuarne la colpa. La diffusione di materiale sessuale sintetico e l'abitudine a un desiderio modellato dalla macchina degradano la sessualità umana e la riducono a merce, tradendo il suo significato di linguaggio della comunione. La protezione dei minori, esposti a contenuti e a relazioni simulate in età sempre più precoce, è un dovere che le famiglie, gli educatori e i legislatori devono assumere insieme, perché ciò che ferisce l'innocenza di un bambino ferisce la comunità intera.

43. Vi è infine un dolore nuovo che la tecnica promette di lenire e rischia di trattenere. Sistemi capaci di simulare la voce e il volto di chi è morto offrono una consolazione apparente, e rischiano di trattenere il defunto come un oggetto disponibile, sottraendolo al compimento del lutto. La memoria cristiana affida i morti a Dio, e non li possiede. Custodisce il loro volto nella speranza della risurrezione, nella comunione dei santi, nella preghiera che li accompagna, e proprio per questo non ha bisogno di fabbricare una loro presenza artificiale. Accompagnare chi soffre la perdita di una persona cara verso un affidamento che libera, e non verso una simulazione che incatena, è oggi un'opera di misericordia che la comunità cristiana è chiamata a comprendere e a praticare con delicatezza.

44. Tutto questo dice una verità che attraversa il capitolo. L'intelligenza artificiale tocca l'uomo nella carne, nella fragilità, nel desiderio e nella speranza, e proprio qui rivela con maggiore evidenza ciò che è in gioco. La persona è una creatura incarnata, e la sua grandezza si custodisce riconoscendola tale, accogliendone il limite, accompagnandone la fragilità, rispettandone il mistero. Chi cura, chi assiste, chi accompagna alla nascita e alla morte custodisce questa grandezza più di qualunque sistema, e merita di essere sostenuto, formato, mai sostituito nel cuore del suo compito. La civiltà che sapremo costruire si riconoscerà da come avrà trattato i corpi più fragili, perché in essi, e non nelle sue macchine più potenti, abita il volto di Dio.

CAPITOLO IV

LAVORO, CREATIVITÀ, GIUSTIZIA

45. La Chiesa ha sempre considerato il lavoro una dimensione propria della persona, e non una semplice attività economica. La Genesi pone l'uomo nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse (cfr. Gen 2,15), e dunque il lavoro precede la caduta ed è vocazione prima di essere fatica. San Giovanni Paolo II, in Laborem exercens, ha insegnato che il lavoro ha un senso oggettivo, quello dei suoi prodotti e delle sue tecniche, e un senso soggettivo, che è il lavoratore stesso, persona che nel lavorare si esprime e cresce. Il senso soggettivo ha la priorità, perché il lavoro è per l'uomo e l'uomo non è per il lavoro. È questo principio che oggi va difeso davanti alla pressione delle nuove tecnologie, le quali tendono a invertirlo, trattando l'uomo come la variabile più costosa di un processo che si vorrebbe affidare interamente alle macchine.

46. L'intelligenza artificiale cambia il lavoro in profondità, e non soltanto sostituendo compiti. Ridefinisce il potere fra chi possiede i sistemi e chi vi si adatta, la proprietà di ciò che viene prodotto, il salario, la competenza richiesta, la misura della sorveglianza, la possibilità stessa di esercitare una maestria. Sorge così una nuova questione operaia, in continuità con quella che Rerum novarum affrontò nel 1891. Il lavoratore della conoscenza, della cura, della creazione e dei servizi sperimenta oggi una pressione simile a quella che l'artigiano dell'Ottocento sentì davanti alla macchina, e la risposta della Chiesa resta quella di allora. Il progresso tecnico ha valore solo se si accompagna alla difesa concreta della dignità di chi lavora, e una crescita che produce ricchezza distruggendo lavoro buono è una nuova forma di quella miseria che Leone XIII denunciò, e merita lo stesso nome.

47. Molti lavoratori vedono il proprio mestiere mutare di natura. Ciò che era esercizio di una maestria diventa supervisione di un sistema che propone, e la competenza, ridotta a controllo di un prodotto generato altrove, lentamente si impoverisce, perché ciò che non si esercita si perde. Altri vedono crescere intorno a sé una sorveglianza che supera di gran lunga la misurazione dei gesti contro cui già Quadragesimo anno metteva in guardia, denunciando la degradazione dell'uomo nei metodi industriali del suo tempo, e si estende ai movimenti, ai tempi, alle pause, ai toni della voce, alla presenza nei luoghi di lavoro digitale. Una sorveglianza così pervasiva ferisce l'esperienza stessa del lavoro, che ha bisogno di concentrazione, di errore, di apprendimento, di scambio fra colleghi, e che senza un margine di libertà non può durare nel tempo come opera degna della persona. Il lavoratore osservato in ogni istante è trattato come un ingranaggio di cui si teme il guasto, e non come una persona di cui ci si fida.

48. Vi sono mestieri il cui cuore è la presenza, e che nessuna efficienza può standardizzare senza tradirli. Il medico, l'infermiere, l'insegnante, l'assistente sociale, chi si china sull'anziano e sul malato, compiono un lavoro in cui la relazione è la sostanza stessa della prestazione, e il suo cuore. L'intelligenza artificiale può alleggerire questi mestieri di compiti ripetitivi, e restituire tempo all'incontro, e questo è un bene da accogliere. Diventa invece un danno quando pretende di misurare e di accelerare ciò che chiede lentezza e attenzione, quando riduce la cura a un protocollo eseguito a tempo, quando sostituisce con uno schermo lo sguardo che riconosce una persona. Chiedo a chi organizza il lavoro di cura di non sacrificare la presenza all'efficienza, perché in quei mestieri la fretta non è un risparmio, ed è una perdita che ricade sui più deboli.

49. Altri ancora perdono semplicemente il proprio posto, perché la sostituzione del lavoratore con una macchina si rivela più conveniente. Quando questo avviene senza vie concrete di riqualificazione, di accompagnamento, di reddito, si ripete quell'errore che Laborem exercens denunciava, il trattare l'uomo alla stregua di uno strumento di produzione. La Chiesa chiede ai governi e alle imprese di non lasciare i lavoratori soli davanti a questa trasformazione, e di costruire patti che distribuiscano i frutti dell'automazione invece di concentrarli. È giusto che chi guadagna dall'automazione contribuisca al sostegno e alla formazione di coloro il cui lavoro essa rende superfluo, perché la ricchezza prodotta da una macchina che ha imparato dal lavoro di molti porta su di sé un debito verso quei molti.

50. La trasformazione del lavoro chiede istituzioni nuove e il rinnovamento di quelle antiche. I corpi intermedi che la dottrina sociale ha sempre difeso, le associazioni dei lavoratori, le organizzazioni sindacali, le forme di rappresentanza, restano necessari, a condizione di sapersi rinnovare. I lavoratori hanno diritto a una formazione continua che li accompagni nei mutamenti, a un riconoscimento del valore dei dati che essi stessi generano lavorando, e che alimentano i sistemi che poi li valutano. La contrattazione collettiva è chiamata oggi a entrare in questi territori nuovi, e i legislatori a sostenerla, perché la dignità del lavoro nel tempo dell'intelligenza artificiale si difende anche con strumenti giuridici adeguati, e non soltanto con buone intenzioni.

51. Vi è un diritto che desidero affermare con chiarezza, ed è il diritto dei lavoratori a partecipare alle decisioni che introducono nei loro luoghi di lavoro sistemi capaci di valutarli, di dirigerli, di sostituirli. Troppo spesso questi sistemi vengono installati dall'alto, e i lavoratori si trovano governati da criteri che non conoscono, valutati da metriche che non hanno potuto discutere, esposti a un occhio che li misura senza che essi possano dire una parola. La giustizia chiede che chi lavora abbia voce su come la tecnica entra nella sua giornata, che possa conoscere i criteri con cui viene giudicato, contestare una decisione automatica davanti a una persona responsabile, proporre e negoziare l'uso degli strumenti. La partecipazione non rallenta il lavoro buono, e lo rende più umano e più saggio, perché chi conosce un mestiere dall'interno vede ciò che nessun progettista lontano può vedere.

52. Una parola particolare merita la creatività. Sotto questo nome raccolgo le arti, la scrittura, la musica, l'illustrazione, la ricerca, l'artigianato fine, e tutto ciò che produce una forma di senso che entra nella vita comune e la nutre, oltre al bene utile che pure ne deriva. I sistemi capaci di generare testi, immagini e musica in tempi brevissimi mettono oggi in difficoltà un gran numero di lavoratori creativi, e questo è grave per due ragioni che si intrecciano. La prima riguarda il loro sostentamento concreto, perché molti vedono crollare il valore di un lavoro a cui hanno dedicato la vita. La seconda riguarda l'equilibrio simbolico delle nostre società, perché una civiltà che lasciasse la produzione del proprio immaginario in larga parte a macchine addestrate sul passato perderebbe lentamente la capacità di dire qualcosa di nuovo su se stessa, e si specchierebbe all'infinito in ciò che è già stato. La creatività umana è un bene comune da custodire, e va sostenuta con politiche, con scelte di mercato e con educazione del gusto.

53. Vi è inoltre una questione di giustizia che riguarda chi ha messo nel mondo opere d'ingegno. Le opere di scrittori, artisti, musicisti, ricercatori sono state utilizzate, spesso senza adeguato consenso, per addestrare i modelli che oggi imitano il loro lavoro. Qui è in gioco il rispetto dovuto a chi ha dato qualcosa di sé, e prima ancora della tecnicalità del diritto vale il principio antico che proibisce di prendere il frutto del lavoro altrui senza riconoscerlo. Le società civili e i giuristi sapranno determinare le forme adeguate, attraverso il riconoscimento, il consenso, l'equa remunerazione, e attraverso strumenti giuridici nuovi che il diritto vigente ancora non possiede pienamente. La Chiesa indica il principio che deve orientarli, perché una innovazione costruita sull'opera non riconosciuta di moltitudini comincia la sua storia con un'ingiustizia che andrà sanata.

54. Vorrei rendere visibile un lavoro che di solito resta nascosto, e senza il quale i sistemi di cui parliamo non funzionerebbero. Dietro l'apparente automatismo delle macchine vi è una moltitudine di lavoratori che etichettano i dati, che addestrano i modelli con il loro giudizio, che moderano i contenuti più violenti e degradanti perché altri non li vedano. Molti di loro vivono in Paesi a basso reddito, con tutele scarse, esposti per ore a immagini di crudeltà perché le interfacce restino pulite per gli utenti benestanti. Questo lavoro porta sofferenza reale a persone reali, e la dignità di chi lo svolge chiede di essere riconosciuta, protetta, equamente retribuita. Tornerò su questo punto parlando del Sud globale, perché qui si tocca una delle ingiustizie più nascoste del nostro tempo, quella che fa apparire pulito e leggero ciò che altrove pesa sulla carne di chi non si vede.

55. Si difenda, infine, il diritto al riposo. La macchina può lavorare senza interruzione, e l'uomo è fatto per altro, perché porta un corpo che si stanca, una famiglia che lo attende, una vocazione che lo supera, un bisogno di festa e di gratuità che nessuna produzione esaurisce. Una società che non rispetta il riposo dei lavoratori, e in particolare il riposo settimanale che la tradizione giudaico-cristiana ha custodito da millenni come giorno del Signore, si avvia verso la disumanizzazione qualunque siano i suoi indicatori economici. Il tempo libero da produzione nutre la famiglia, la preghiera, l'amicizia, la cura dei più fragili, l'esercizio della carità. Nel tempo dell'accelerazione tecnologica il tempo è il bene più sottratto, e perciò il più da difendere, perché custodire il riposo significa custodire l'uomo contro l'idolatria della produzione, e ricordare che siamo figli amati prima di essere lavoratori utili.

56. Il discernimento sul lavoro nel tempo dell'intelligenza artificiale riguarda dunque la forma stessa che vogliamo dare alla nostra civiltà, prima ancora dei rendimenti e dell'occupazione. Vogliamo una civiltà di uomini che esprimono se stessi attraverso il lavoro, oppure una civiltà di uomini che si fanno spettatori del lavoro delle proprie macchine. La Chiesa, fedele al suo Maestro che salì sul monte e si mise a insegnare (cfr. Mt 5,1-2), e che volle essere conosciuto come il figlio del carpentiere (cfr. Mt 13,55), sta dalla parte di chi insegna, scrive, crea, cura, costruisce, e chiede con coraggio una società in cui questi mestieri tornino al posto che è loro proprio, che è il primo.

CAPITOLO V

VERITÀ, PAROLA, MEMORIA

57. Vi è una soglia in cui la tecnica tocca la forma stessa con cui le persone si manifestano le une alle altre, ed è la soglia della parola, dell'immagine, della voce, del volto. Su questo terreno desidero parlare con cura, perché qui si misura la capacità della nostra civiltà di custodire la trama dell'incontro. Nel Messaggio per la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, intitolato Preservare i volti e le voci umane, ho voluto ricordare che i volti e le voci sono sacri, perché Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, ce li ha donati chiamandoci alla vita attraverso la Parola che ci ha rivolto. Lo riprendo qui come pietra angolare di questo capitolo. Il volto e la voce di ciascuno rivelano un'identità irripetibile, e sono gli elementi che definiscono ogni incontro autentico fra le persone.

58. La sacralità del volto e della voce è un dato originario, e supera ogni metafora poetica. Il volto è il modo in cui un'altra persona si presenta a me come irriducibile, e perciò si distingue da ogni immagine. La voce è il modo in cui un'altra persona mi raggiunge nella mia interiorità, e perciò non assomiglia a nessun altro suono. La rivelazione cristiana riconosce nel volto del fratello uno dei luoghi in cui ci raggiunge il volto di Cristo (cfr. Mt 25,40). Si comprende così perché la generazione artificiale di volti e di voci che non corrispondono a persone realmente presenti susciti nella coscienza un'inquietudine che va oltre la questione dell'inganno informativo, per quanto grave. Quando vedo un volto, mi dispongo all'accoglienza e alla responsabilità proprie del rapporto fra persone, e se quel volto non appartiene a nessuno, qualcosa in me viene tradito.

59. Una macchina che genera testi produce parole senza parlare, perché manca la persona che si fa responsabile di ciò che dice. Riconosco volentieri che l'uso ragionevole di questi strumenti può servire, e serve già, a tradurre, a riassumere, a leggere ad alta voce per chi non vede, a produrre sottotitoli per chi non sente, a semplificare un testo per chi fatica a leggere. La Chiesa accoglie questi usi e chiede che avvengano nella verità, in trasparenza, nel rispetto della dignità. Mette però in guardia da un uso preciso, quello di presentare come opera di una persona ciò che una macchina ha generato. Ogni piccola menzogna di questo genere sembra poca cosa, e tutte insieme erodono la verità pubblica su cui si reggono la fiducia, il dialogo e la possibilità stessa della convivenza democratica.

60. Mi rivolgo in modo particolare ai miei fratelli sacerdoti. La predicazione cristiana è partecipazione del ministro alla Parola di Dio, che attraverso le sue labbra raggiunge il popolo. Un'omelia generata da una macchina, anche se ben scritta, manca del suo cuore, perché non porta in sé l'incontro vivo del ministro con la Parola, con la sua comunità, con la sua preghiera. Esorto i pastori a custodire ciò che richiede il loro respiro, la loro fede, il loro tempo, perché il popolo di Dio merita pastori che parlano con la propria voce. La medesima cura riguarda, nelle debite proporzioni, chiunque abbia responsabilità di parola pubblica, i politici che parlano a popoli interi, gli educatori che trasmettono il sapere, gli artisti che plasmano l'immaginario comune. In ciascuno di questi compiti la parola personale è la sostanza, e chi la cede a una macchina cede qualcosa di sé.

61. Penso in modo speciale a chi ha la missione di raccontare il proprio tempo, ai giornalisti e a quanti servono l'informazione. Il loro lavoro è oggi minacciato da due pericoli che si alimentano a vicenda. Da un lato la produzione industriale di contenuti sintetici, sfornati a costo quasi nullo, che riempie lo spazio pubblico e soffoca la voce di chi va sul campo, verifica le fonti, incontra le persone, rischia di persona per dire la verità. Dall'altro la diffidenza crescente del pubblico, che, sapendo ormai che ogni testo e ogni immagine possono essere falsi, finisce per non credere più a nulla, e questa è la più pericolosa delle conseguenze, perché una società che non crede più a niente è facile preda di chi grida più forte. Difendere il giornalismo onesto, la verifica paziente, la testimonianza diretta, è oggi difendere la possibilità stessa di una verità condivisa, senza la quale non c'è popolo, ma soltanto folla manipolabile. Sostengo perciò quanti, nel mondo dell'informazione, custodiscono la fatica della ricerca e il coraggio della testimonianza.

62. La manipolazione realistica di volti e voci ha già prodotto sofferenze gravi. Donne il cui volto è stato usato per immagini intime senza il loro consenso, persone a cui sono state attribuite parole mai dette, familiari raggiunti da chiamate che imitavano la voce dei loro cari, minori esposti a rappresentazioni manipolate di sé. La Chiesa chiede protezioni legali serie, e chiede che chi sviluppa i sistemi assuma una responsabilità chiara per ciò che le sue macchine producono e per gli usi che ne vengono fatti, perché in caso di abuso la responsabilità non deve potersi frammentare fino a svanire. Questo vale con speciale gravità in alcuni ambiti che toccano il bene comune nel suo cuore. L'informazione politica nei tempi delle elezioni, quando contenuti sintetici diffusi su scala industriale possono ingannare interi popoli e manipolare il voto. L'informazione sanitaria, quando una falsità credibile può costare la vita a chi vi presta fede. La reputazione delle persone, che una manipolazione può distruggere in un'ora e che anni di verità faticano a ricostruire.

63. Vi è un fenomeno più diffuso e meno appariscente, e forse più insidioso nel tempo lungo, ed è l'abitudine a non chiedere più chi parla. Quando una parte crescente dei testi che leggiamo, delle immagini che vediamo, delle voci che ascoltiamo è generata da macchine, anche senza alcuna intenzione malevola, il cittadino si abitua a un mondo in cui la parola pubblica non ha un autore preciso, e la distinzione fra autentico e simulato si fa sottile e indifferente. Una società che smette di chiedere chi parla smarrisce la responsabilità, e con essa la giustizia, la fiducia, il dialogo. La verità cristiana ha sempre un volto, perché dietro ogni parola sta una persona che se ne fa carico, e la testimonianza, fino al martirio, è la forma più alta di questa responsabilità della parola, quella di chi paga con la vita ciò che afferma.

64. La memoria stessa è oggi affidata a sistemi che ricordano e dimenticano secondo logiche che non controlliamo. Ciò che viene conservato e ciò che viene cancellato, ciò che riemerge e ciò che svanisce, dipende sempre più da scelte tecniche ed economiche compiute lontano da chi ne è toccato. Una comunità che perde il governo della propria memoria perde una parte della propria libertà, perché la memoria è il luogo in cui un popolo conserva la propria identità, riconosce i propri torti, custodisce i propri morti, trasmette la propria fede. La cura della memoria pubblica, dei suoi archivi, delle sue biblioteche, della sua trasmissione, è oggi un compito di giustizia verso le generazioni future, e la Chiesa, custode di una memoria bimillenaria, lo comprende dall'interno e lo addita come bene comune da proteggere.

65. Per tutte queste ragioni propongo quella che chiamo una nuova ecologia della parola pubblica. Come Laudato si' ha proposto un'ecologia integrale per la casa comune materiale, così è tempo di custodire la casa comune della parola, oggi minacciata da un inquinamento di falsità, di voci senza volto, di contenuti prodotti in serie che soffocano la parola vera come le acque inquinate soffocano la vita. Una parola pubblica sana chiede che ciò che è generato da una macchina sia riconoscibile come tale, che ogni contenuto sia riconducibile a una persona che ne risponde, che il volto, la voce e il nome di ciascuno siano protetti dall'uso senza consenso, e che gli ambiti più delicati della vita comune godano di una tutela rafforzata. Questi criteri prolungano l'intuizione antica per cui la parola pubblica ha senso solo quando qualcuno la paga di persona, e per cui il nome di un uomo è cosa sacra.

66. Penso, in chiusura, ai bambini. La generazione che cresce oggi parlando con assistenti che imitano la voce umana, vedendo immagini di sé manipolabili, è la prima nella storia a fare questa esperienza fin dalla più tenera età. È compito grave dei genitori, degli educatori, della comunità custodire in questi bambini la fiducia originaria nella voce dell'altro, perché su quella fiducia si fondano la fede, l'amicizia, la cittadinanza, l'amore. La verità della comunicazione è la verità più profonda dell'uomo, ed è verso di essa che ogni innovazione tecnica dovrebbe orientarsi. Custodire i volti e le voci significa, in ultima analisi, custodire noi stessi, e custodire la possibilità che gli uomini continuino a incontrarsi davvero, e non soltanto a scambiarsi immagini di se stessi.

CAPITOLO VI

EDUCAZIONE, GIOVANI, INTERIORITÀ

67. Se la trasformazione che viviamo tocca il modo in cui pensiamo, ricordiamo, decidiamo, allora il luogo decisivo del discernimento è quello in cui questi modi si formano, cioè la famiglia, la scuola, la comunità che educa. Educare nell'età dell'intelligenza artificiale significa formare persone capaci di attenzione, di memoria, di giudizio, di fatica, di desiderio ordinato, di relazione e di preghiera. La disponibilità immediata di risposte può aiutare l'apprendimento, e può anche indebolire la pazienza del pensiero, se prende il posto del lavoro lento con cui una mente cresce. La posta in gioco è la forma stessa della libertà di chi viene educato, ben oltre la gestione prudente di uno strumento. Il Concilio Vaticano II, in Gravissimum educationis, ha insegnato che l'educazione mira alla formazione integrale della persona in vista del suo fine ultimo e del bene delle comunità, e questo orizzonte resta la misura di ogni pedagogia, anche di quella che si serve delle nuove tecnologie.

68. Conviene distinguere la formazione dall'addestramento. Una macchina viene addestrata, e l'addestramento cerca prestazioni misurabili e ottimizza risposte. Una persona viene formata, e la formazione accompagna una libertà verso il bene, educa la memoria e il giudizio, gli affetti e il corpo, il linguaggio e il desiderio, e insegna anche a fallire e a ricominciare, cosa che nessuna ottimizzazione conosce. Confondere i due significa pensare l'educazione come un caricamento di informazioni in una mente trattata come un dispositivo, e perdere proprio ciò che la rende educazione, la cura di una persona che diventa se stessa. La scuola e la famiglia che ricordano questa differenza custodiscono qualcosa di prezioso, anche quando si servono volentieri degli strumenti nuovi, perché sanno che lo scopo è far crescere uomini liberi e buoni, ben più che produrre menti efficienti.

69. La scuola ha oggi il compito di insegnare un uso responsabile dell'intelligenza artificiale. Questo significa educare a verificare le fonti, a riconoscere e dichiarare l'aiuto ricevuto da una macchina, a proteggere i propri dati, a comprendere gli errori e le distorsioni che i sistemi portano con sé. Il compito è formare un giudizio, più che aggiungere un regolamento agli altri. Mai come oggi, nella storia, l'accesso all'informazione è stato così esteso, e ogni ragazzo porta con sé una quantità di sapere maggiore di quella conservata nelle grandi biblioteche di qualche secolo fa. Eppure vediamo crescere una povertà di pensiero, una fragilità del giudizio, una difficoltà a tenere insieme attenzione lunga, profondità e attesa. La ragione è che l'accesso all'informazione è ancora lontano dalla sapienza, e la scuola serve proprio a compiere quel passaggio che nessun dispositivo può compiere al posto del ragazzo.

70. Vi è qui una nuova forma di disuguaglianza che la comunità deve guardare in faccia. I figli delle famiglie più consapevoli e più agiate riceveranno un'educazione che insegna a dominare gli strumenti, a usarli con misura, a coltivare la lettura, il silenzio, la relazione. I figli delle famiglie più fragili rischiano invece di essere consegnati agli strumenti senza accompagnamento, e di crescere in una dipendenza che impoverisce il pensiero e che li renderà più facilmente governabili da chi quegli strumenti possiede. La disuguaglianza educativa, che è sempre stata fra le ingiustizie più gravi, assume così una forma nuova, e chiede alla scuola pubblica e alla scuola cattolica un impegno rinnovato a offrire a tutti, e specialmente ai più poveri, una formazione che liberi e non che addomestichi. Anche la valutazione scolastica chiede saggezza nuova, perché un compito generato da una macchina e presentato come proprio inganna in primo luogo chi lo presenta, defraudandolo della fatica che lo avrebbe fatto crescere.

71. Per questo desidero che le scuole, e in particolare le scuole cattoliche, ritrovino il coraggio di proporre esercizi che possono sembrare antichi e sono invece strumenti fini di formazione interiore. La lettura di libri lunghi per intero, la scrittura a mano, la memoria di poesie e di pagine della Scrittura, la pratica di un'arte o di uno strumento musicale, l'esperienza del lavoro manuale, la frequentazione regolare del silenzio. Tutto questo è il contrario di un'illusione di efficienza, ed è la costruzione paziente di una libertà che resterà a chi la riceve per tutta la vita, e che nessuno potrà più espropriargli. Un giovane che sa stare davanti a una pagina difficile senza fuggire, che sa attendere, che sa ricominciare dopo un errore, possiede una ricchezza che nessuna macchina potrà dargli e nessun potere potrà togliergli.

72. La famiglia è il primo luogo in cui la tecnologia viene ordinata all'amore, oppure lasciata disordinare la vita comune. Non desidero aggiungere alle famiglie un moralismo sugli schermi, di cui hanno già abbastanza, e desidero indicare poche pratiche concrete che custodiscono la qualità delle relazioni. I pasti condivisi senza dispositivi, la lettura insieme, il gioco, la preghiera familiare anche breve, il silenzio, il tempo nella natura, la conversazione che non ha fretta. Su queste cose, che sembrano piccole, si fonda la futura libertà interiore dei figli. Chiedo ai genitori, e in modo speciale alle giovani famiglie, di custodire anche la noia dei loro bambini e il loro tempo libero da stimoli, perché in quel tempo apparentemente vuoto si forma la capacità di abitare la propria interiorità, dove un giorno potranno incontrare se stessi e Dio.

73. I giovani non sono vittime passive di una trasformazione che subiscono, e li chiamo a una libertà più alta. A servirsi di strumenti potenti conservando la capacità di pensare, di attendere, di sbagliare, di ricominciare, di creare con responsabilità. Il mio amato predecessore Francesco, in Christus vivit, vi ha ricordato che siete l'adesso di Dio, e che il Signore vi vuole vivi, desti, capaci di sogni grandi. Lo ripeto con la stessa fiducia. L'intelligenza artificiale elabora informazioni con grande rapidità, e resta lontana dall'intelligenza dell'uomo, perché le manca il discernimento fra ciò che è veramente buono e ciò che è veramente male, che appartiene a una coscienza e non a un calcolo. Quando cedete a una macchina la fatica che vi avrebbe resi grandi, le cedete una parte della vostra crescita. Custoditela invece come si custodisce un tesoro, perché in essa matura la persona che siete chiamati a diventare.

74. Una parola voglio rivolgere ai maestri, che in questo tempo sono custodi di un patrimonio fragile. Ogni volta che entrate in un'aula, in un'università, in un seminario, tenete viva una catena di trasmissione cominciata in tempi antichissimi, che se si spezzasse nelle vostre mani sarebbe difficile ricostruire. Gli strumenti possono assistervi, e in molti casi vi serviranno bene, e non possono prendere il posto della vostra voce, della vostra preparazione, del vostro sguardo su ciascun allievo. Un buon maestro vede l'allievo, mentre una macchina elabora dati su di lui, e vedere l'allievo è precisamente ciò che cambia una vita. Restate umani nella vostra professione, e siatene fieri, perché il mondo ha bisogno di voi più di quanto sappia.

75. Alle università, e in modo particolare a quelle di ispirazione cristiana, chiedo di non smarrire la tradizione lunga da cui provengono. Le prime università nacquero nel cuore dell'Europa come comunità dedicate stabilmente alla ricerca della verità, e conoscevano la centralità del dialogo, della disputa, della lettura paziente, della formazione del giovane come uomo libero. La pressione contemporanea verso un'istruzione misurata unicamente dalla rapidità di immissione nel mercato del lavoro rischia di erodere proprio ciò che le rende preziose.

76. L'università cattolica ha oggi una vocazione particolare, quella di essere il luogo in cui le scienze tecniche, la filosofia e la teologia si incontrano invece di ignorarsi. La questione dell'intelligenza artificiale non si lascia comprendere da una sola disciplina. L'ingegnere che costruisce i sistemi ha bisogno del filosofo che interroga il loro significato e del teologo che ricorda il fine ultimo dell'uomo, e ciascuno di essi ha bisogno degli altri per non smarrirsi nel proprio frammento. Chiedo alle università cattoliche di farsi laboratori di questo incontro, di formare una generazione di studiosi capaci di tenere insieme la competenza tecnica e la profondità antropologica, di ospitare con libertà la ricerca e il dibattito su ciò che queste tecnologie promettono e minacciano. La frammentazione del sapere è già di per sé una forma di cecità, e l'università cristiana esiste anche per guarirla, ricomponendo nell'unità della sapienza ciò che la specializzazione disperde.

77. La formazione di chi serve la comunità cristiana merita un'attenzione esplicita. I futuri pastori, i catechisti, gli educatori della pastorale non potranno ignorare le questioni di cui parla questa Lettera, perché esse entrano nella vita dei fedeli e nella loro stessa. Chiedo che la formazione del clero e degli operatori pastorali includa stabilmente il discernimento sulle nuove tecnologie, inteso come formazione permanente del giudizio e della vita spirituale, prima che come aggiornamento tecnico. Il sacerdote che sa accompagnare, nella catechesi, nella direzione spirituale, nella confessione, persone la cui vita interiore è attraversata da una trama digitale, compie un servizio prezioso e nuovo. La cura dei giovani, in particolare, chiede pastori capaci di comprendere il mondo in cui essi vivono senza assolutizzarlo né demonizzarlo, e di offrire loro la profondità di cui hanno sete, e che gli schermi promettono senza mai darla.

78. L'educazione, in tutte le sue forme, riesce quando fa apparire la libertà come una forma da custodire, e non come una semplice gestione prudente degli strumenti. Una generazione educata a pensare, ad amare, a pregare, a stare nel silenzio e nella relazione, saprà servirsi delle macchine senza esserne servita, e saprà costruire una società in cui la tecnica resta al suo posto. Una generazione consegnata agli strumenti senza formazione interiore sarà invece esposta a ogni manipolazione, e perderà lentamente ciò che la rende libera. In questa scelta educativa, che si gioca ogni giorno in una casa, in un'aula, in una parrocchia, si decide gran parte del futuro che lasceremo ai nostri figli.

CAPITOLO VII

PACE, GUERRA, SORVEGLIANZA

79. Vi è un ambito in cui l'intelligenza artificiale tocca direttamente la vita e la morte delle persone, ed è quello della guerra e della sorveglianza. Qui il discernimento si fa più grave, perché ciò che è in gioco è la decisione di togliere la vita e il potere di sottoporre gli uomini a un controllo continuo. La fede cristiana ha sempre insegnato che queste decisioni richiedono una responsabilità umana che nessuna delega può cancellare, e oggi questa verità antica va riaffermata con forza davanti a sistemi che promettono di decidere al posto dell'uomo, e che con questa promessa nascondono il loro pericolo più grande, quello di sottrarre alla coscienza ciò che soltanto alla coscienza appartiene.

80. Ho avuto occasione di dire, in una recente visita all'Università La Sapienza di Roma, che ciò che accade in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran, mostra l'evoluzione disumana del rapporto fra la guerra e le nuove tecnologie, in una spirale di annientamento. Riprendo qui quelle parole, perché non erano soltanto una descrizione. La spirale è un movimento che a ogni passaggio aggrava ciò che già c'era. Si introduce un sistema che permette di colpire con maggiore rapidità, e la parte avversa, per non essere distrutta, si affretta a sua volta. Si delegano funzioni di scelta a catene di calcolo, perché la decisione umana appare troppo lenta, e la distanza fra chi decide e chi muore cresce, la responsabilità si diluisce, la possibilità dell'errore aumenta, la distinzione fra combattenti e civili si confonde. A ogni giro della spirale, qualcosa di umano viene sottratto a chi colpisce e a chi cade.

81. La tradizione cristiana sulla guerra, che mai ha confuso la legittima difesa con la giustificazione della violenza, custodisce due principi che il tempo presente rende più urgenti, la proporzionalità e la discriminazione. La proporzionalità chiede che il male inflitto non superi il bene che si intende difendere, e suppone un giudizio prudente che soltanto una coscienza può compiere, pesando circostanze che nessuna formula esaurisce. La discriminazione chiede di distinguere sempre il combattente dall'innocente, e fonda l'assoluta protezione dei civili. Un sistema d'arma che seleziona da sé i propri obiettivi non possiede né la prudenza che valuta la proporzione, né il discernimento morale che riconosce l'innocente, e affida a un calcolo ciò che la tradizione ha sempre riservato alla responsabilità di una persona. Per questo il rifiuto delle armi autonome non è soltanto una norma fra le altre, e discende dal cuore stesso della dottrina cristiana sulla guerra giusta, che pone limiti invalicabili anche al diritto di difendersi.

82. Vi sono dunque sistemi che richiedono una parola precisa, quelli capaci di selezionare e di colpire obiettivi umani senza un intervento umano significativo nel momento della decisione. Antiqua et nova, al numero 100, ha formulato in proposito una grave preoccupazione etica, ricordando la necessità di un controllo umano sulle scelte che toccano la vita e la morte, e questa Lettera la fa propria e la rafforza. Un sistema che decide autonomamente di uccidere un essere umano, senza che una persona se ne assuma la responsabilità davanti alla propria coscienza e davanti a Dio, contraddice la dignità di chi viene ucciso e di chi dovrebbe rispondere di quella morte. La tradizione conosce i criteri della legittima difesa custoditi dal Catechismo al numero 2309, e conosce la condanna che il Concilio Vaticano II, in Gaudium et spes al numero 80, pronunciò contro ogni atto di guerra che miri alla distruzione di intere città con i loro abitanti. Alla luce di questa tradizione chiedo che lo sviluppo, la produzione e l'impiego di armi letali autonome siano proibiti dalla comunità internazionale, e che si affermi il principio del controllo umano effettivo su ogni decisione che coinvolge la vita, sostenuto da meccanismi di responsabilità giuridica e di verifica che lo rendano reale.

83. Comprendo la pressione cui sono sottoposti gli Stati, che giustificano la corsa a questi sistemi con la necessità di non restare indietro rispetto agli avversari. Comprendo l'argomento, e non posso accettarlo come ultima parola, perché la logica del non restare indietro è precisamente la logica della spirale, e ogni Paese che vi cede contribuisce ad accelerarla. La via della pace richiede atti di responsabilità, sostenuti da diplomazie pazienti e da società civili attente. Rivolgo perciò un appello agli Stati e alle organizzazioni internazionali perché riprendano il cammino dei trattati che hanno saputo mettere al bando le armi chimiche, le armi biologiche, le mine antipersona, e aprano un cammino analogo per le armi letali autonome. Il tempo perduto su questo terreno si paga in vite umane, e la storia chiederà conto a questa generazione di ciò che avrà fatto, o non avrà fatto, mentre era ancora possibile.

84. La trasformazione tecnologica riguarda anche quella forma di controllo continuo che oggi è tecnicamente possibile in molti Stati, e che raccoglie in modo automatico dati sugli spostamenti, le comunicazioni, le transazioni, le opinioni, le relazioni delle persone. La Chiesa non rifiuta per principio i sistemi di sicurezza pubblica volti a prevenire crimini gravi, e chiede che ogni sistema di questo genere sia limitato, proporzionato, soggetto al controllo della comunità, trasparente nei suoi criteri, sottoposto alla revisione di un giudice. Chiede inoltre che restino, per principio, ambiti sottratti a qualunque sorveglianza, perché senza uno spazio inviolabile la persona perde la propria libertà. La casa, la coscienza, il colloquio con il proprio medico e con il proprio avvocato, l'esercizio del culto, la confessione, l'attività dei lavoratori che si organizzano, la stampa libera devono restare luoghi protetti, sottratti all'occhio che tutto registra.

85. Mi preoccupa in modo speciale l'uso di queste tecnologie per perseguitare minoranze religiose, etniche, politiche. La combinazione del riconoscimento dei volti, dell'analisi dei comportamenti, del tracciamento dei contatti può divenire uno strumento di persecuzione su una scala mai vista. La Chiesa, che in molti Paesi del secolo scorso ha conosciuto la dura esperienza della repressione, e che oggi vede colpiti in più Paesi i suoi figli e tanti altri credenti e non credenti, non può tacere. La libertà religiosa, primo fra i diritti della persona, va difesa anche contro le nuove forme tecnologiche di controllo, e con essa la libertà di tutti coloro che un potere giudica scomodi. Esorto i governi a non fare delle nuove tecnologie strumenti di repressione, e le società civili a vigilare con tenacia, perché un controllo che oggi colpisce alcuni domani potrà colpire chiunque.

86. Penso anche a coloro che, ai margini della vita pubblica, subiscono la durezza dei sistemi automatici. I migranti riconosciuti e classificati alle frontiere da macchine sui cui criteri non hanno voce, respinti talvolta sulla base di un calcolo che nessuno spiega loro. I rifugiati registrati in immensi archivi biometrici, la cui sicurezza dipende da chi custodisce quei dati e da chi un giorno potrebbe impossessarsene. I detenuti valutati da sistemi che prevedono la loro pericolosità futura, e che rischiano di scontare non ciò che hanno fatto, ma ciò che una macchina prevede che faranno. Le popolazioni sotto occupazione identificate da strumenti che incrociano dati per costruire liste di obiettivi. Quando questi sistemi sbagliano, e di errori ne commettono, le conseguenze ricadono su persone reali, su famiglie reali. Non è ammissibile, davanti a Dio e davanti alla storia, che la difesa di interessi anche legittimi venga perseguita con strumenti che per loro stessa natura non distinguono adeguatamente fra il combattente e il bambino, fra il colpevole e l'innocente.

87. Da tutto questo nasce un'esortazione che propongo alla riflessione del mondo. Oltre al disarmo delle armi, occorre un disarmo della pretesa di delegare alle macchine ciò che appartiene alla coscienza. Esso consiste nella rinuncia consapevole, da parte di Stati, imprese e comunità, a quegli usi delle nuove tecnologie che, pur essendo tecnicamente possibili, contraddicono la dignità della persona, la pace fra i popoli, la libertà delle coscienze. Questa rinuncia è il segno di una maturità civile altissima, perché solo chi è interiormente libero può scegliere di non possedere uno strumento che potrebbe possedere, e solo chi vede oltre il vantaggio immediato può scegliere il tempo lungo della giustizia. La grandezza di un popolo si misura anche da ciò a cui sa rinunciare per il bene di tutti.

88. La pace, lo ricordava sant'Agostino, è la tranquillità dell'ordine (cfr. De civitate Dei, XIX, 13). Quando l'ordine fra l'uomo, la tecnica, le istituzioni e la creazione è giusto, la pace è possibile, e quando quell'ordine si rompe la pace si allontana anche in assenza di un conflitto dichiarato. La spirale dell'annientamento è, nel suo fondo, una rottura di quest'ordine. Per questo la Chiesa chiede al mondo di ricomporre l'ordine, prima ancora e più ampiamente del fermare le singole armi. Possa il Signore Gesù, che pianse su Gerusalemme perché non aveva riconosciuto il tempo della sua visita (cfr. Lc 19,41-44), aprire gli occhi dei potenti sul tempo che viviamo, perché scelgano la via stretta della pace anche quando appare meno conveniente di quella larga della guerra.

CAPITOLO VIII

POVERI, SUD GLOBALE, ECOLOGIA INTEGRALE

89. Ogni autentica enciclica sociale pone i poveri al centro, e non come un capitolo aggiunto in fondo al ragionamento. I poveri rivelano la verità morale della tecnica, perché ciò che una società fa ai suoi membri più fragili dice ciò che essa è davvero. La domanda da cui parte questo capitolo è più scomoda e più vera di quella, consueta, sul beneficio che l'intelligenza artificiale potrà un giorno portare ai poveri. Chi possiede le infrastrutture, i dati, i modelli, l'energia, la capacità di calcolo? Chi ne paga i costi? Chi partecipa alle decisioni che riguardano la sua vita? Solo a partire da queste domande la giustizia digitale prende forma, perché altrimenti i poveri restano destinatari passivi di scelte compiute altrove, e la tecnica conferma le disuguaglianze invece di ridurle.

90. Esiste una povertà materiale, e c'è. Riguarda chi perde il lavoro per la sostituzione tecnologica e non trova vie di ricollocazione, chi vive dove le infrastrutture digitali sono scarse e i costi proibitivi, chi non possiede gli strumenti per accedere a servizi essenziali che vengono progressivamente digitalizzati. L'anziano che deve compiere una pratica online per ricevere un aiuto necessario alla sua sopravvivenza, e non sa come farlo, conosce questa povertà. Esiste poi una povertà che si potrebbe dire algoritmica, ed è la condizione di chi viene escluso da un'opportunità perché un sistema di valutazione automatica lo ha classificato come poco affidabile, poco solvibile, poco interessante, senza che gli sia mai stato mostrato il criterio del giudizio, e senza che chi ha messo in moto quel sistema sappia descrivere come esso funziona al suo interno. È una povertà invisibile, e proprio per questo particolarmente insidiosa, perché chi la subisce non sa nemmeno a chi rivolgersi per chiederne ragione.

91. Vorrei rivolgere uno sguardo specifico alle regioni del Sud globale, dell'America Latina, dell'Africa, dell'Asia, dove tante volte la fede vive con una freschezza che interpella le Chiese antiche. In molti di questi Paesi le nuove tecnologie giungono come prodotti finiti, sviluppati altrove, addestrati su lingue e dati altrui, e a costi elevati per le economie locali. Si profila così un rischio che chiamo per il suo nome, una nuova forma di colonialismo, che si manifesta in una asimmetria di dati, di infrastrutture, di lavoro, di lingue, di contratti, di potere normativo. La dinamica è riconoscibile. Un popolo consegna i propri dati, il proprio lavoro, le proprie risorse naturali, e altri addestrano i modelli, possiedono le piattaforme, fissano le regole, rivendono i servizi, talvolta alle stesse popolazioni da cui hanno attinto. La dipendenza che ne nasce è reale, e si nasconde dietro l'apparenza neutrale di un servizio offerto.

92. Questa dipendenza ha radici molto concrete. Le infrastrutture di calcolo su cui poggia ogni servizio digitale appartengono a un piccolo numero di imprese e di Stati, e chi ne dipende per la sanità, l'amministrazione, l'istruzione, la sicurezza, consegna a quei pochi una sovranità che credeva propria. La capacità di addestrare i modelli più potenti richiede risorse che le economie più fragili non possiedono, e così la distanza fra chi produce l'intelligenza e chi la consuma cresce invece di ridursi. La sovranità tecnologica è oggi parte della sovranità di un popolo, e i Paesi del Sud hanno diritto a sviluppare capacità proprie, adatte alle loro lingue, alle loro culture, ai loro bisogni, e non soltanto ad acquistare soluzioni pensate per altri. La rivalità fra le grandi potenze per il dominio tecnologico, che attraversa il nostro tempo, non deve farsi alle spalle dei piccoli, perché quando i grandi si contendono il mondo sono sempre i poveri a pagare il prezzo più alto.

93. I dati che alimentano questi sistemi sono fatti delle vite di interi popoli, e portano in sé una memoria che non appartiene soltanto ai singoli da cui sono raccolti. Le abitudini, le lingue, le tradizioni, le malattie, i movimenti, le credenze di una comunità diventano materia con cui altri costruiscono modelli e profitti. La dottrina del consenso, pensata per il singolo, qui non basta, perché ciò che è in gioco è un bene comunitario, la memoria e l'identità di un popolo, che nessun individuo può cedere da solo. Chiedo che si riconosca un consenso comunitario accanto a quello individuale, e che le comunità, specialmente quelle indigene e minoritarie, abbiano voce su come i dati che le riguardano vengono raccolti, conservati, utilizzati. I dati di un popolo sono parte della sua memoria, e la memoria di un popolo non è una merce.

94. Le lingue minoritarie e i popoli indigeni meritano una parola che non sia folclore. I modelli linguistici sono addestrati prevalentemente sulle lingue dominanti, e rischiano di sopravanzare e impoverire le lingue parlate da popoli più piccoli, che in quelle lingue custodiscono la propria memoria, la propria preghiera, il proprio diritto di nominare il mondo. Una lingua che scompare porta con sé un modo unico di guardare la creazione, e la sua perdita impoverisce l'umanità intera. La Chiesa, che a Pentecoste ha conosciuto lo Spirito donare a ciascuno di udire nella propria lingua le grandi opere di Dio (cfr. At 2,11), riconosce in ogni lingua un dono da custodire, e non un residuo da assorbire in una lingua unica. La pluralità delle lingue porta in sé la traccia della vocazione dell'uomo alla comunione nella diversità, e va difesa anche nella progettazione delle nuove tecnologie, perché esse servano i popoli e non li cancellino.

95. Torno qui, come avevo annunciato, sul lavoro invisibile che rende possibili questi sistemi, perché la sua geografia è morale prima che economica. Coloro che etichettano i dati e moderano i contenuti più violenti vivono spesso in Paesi a basso reddito, esposti per ore a immagini di crudeltà, con tutele scarse, perché altrove l'interfaccia resti pulita e l'esperienza dell'utente benestante resti serena. Vi è una distanza ingiusta fra chi gode del prodotto e chi ne porta il peso nascosto, e questa distanza riproduce, nel cuore della tecnologia più avanzata, una delle ingiustizie più antiche, quella che fa ricadere sui poveri la fatica e sui ricchi il frutto. Riconoscere, proteggere, retribuire equamente questo lavoro è una questione di giustizia che nessuno può rimandare in coscienza, perché la pulizia che ammiriamo nelle nostre macchine è pagata dalla sofferenza di uomini che non vediamo.

96. La materia dell'intelligenza artificiale comincia nelle miniere. I minerali necessari ai processori e alle batterie sono estratti spesso in regioni povere, talvolta con il lavoro di bambini, in condizioni che feriscono i corpi e i territori, e che alimentano conflitti per il controllo delle risorse. Le comunità locali che abitano quelle terre vedono scavare il loro suolo, inquinare le loro acque, sconvolgere la loro vita, e raramente partecipano ai benefici di ciò che dalla loro terra viene tratto. Laudato si' ha denunciato con forza questo modello, in cui i costi ambientali e umani ricadono sui poveri e i profitti si concentrano altrove. Chiedo alle imprese che producono i dispositivi e che li impiegano di assumere la responsabilità dell'intera filiera, dalla miniera al prodotto finito, e di non considerare estranea a sé la sofferenza che sta all'origine della loro ricchezza.

97. La materia dell'intelligenza artificiale non finisce con l'uso, e prosegue nei rifiuti. I dispositivi diventano in fretta obsoleti, e si accumulano in immense discariche di rifiuti elettronici, spesso esportate verso i Paesi più poveri, dove uomini, donne e bambini li smontano a mani nude per recuperarne i materiali, avvelenandosi con sostanze tossiche. Questo è il termine nascosto di un ciclo che si presenta come progresso, e che invece scarica sui più deboli e sulla creazione il peso del nostro consumo. La responsabilità delle imprese si estende all'intero ciclo di vita dei dispositivi, dalla loro progettazione perché durino e si possano riparare, fino al loro smaltimento giusto. Una cultura dello scarto che produce e abbandona senza misura, denunciata da Laudato si', trova qui una delle sue espressioni più crude, e chiede una conversione che riguarda i produttori, i consumatori, i governi.

98. L'intelligenza artificiale appare immateriale, e vive di una materia molto concreta. Vive di energia per alimentare i centri di calcolo, di acqua in grande quantità per raffreddarli, di minerali estratti come si è detto, e produce i rifiuti di cui si è detto. In più Paesi il consumo di acqua e di energia di queste infrastrutture entra in competizione con i bisogni primari delle popolazioni, e una regione assetata vede sorgere accanto a sé impianti che consumano l'acqua di cui i suoi abitanti hanno bisogno. Laudato si' ci ha consegnato una grammatica dell'ecologia integrale che resta pienamente valida, e che insegna a non separare mai la giustizia verso i poveri dalla cura della casa comune. Ciò che si presenta come immateriale ha un peso reale sulla terra e sui suoi abitanti più fragili, e una civiltà che dimentica questo peso si racconta una favola che i poveri e la creazione pagano al posto suo.

99. L'ecologia integrale chiede che ogni innovazione sia valutata anche per il suo costo sulla casa comune, e che la sobrietà entri fra i criteri dello sviluppo tecnologico. Non ogni cosa che si può calcolare merita di essere calcolata, se il suo prezzo in energia, in acqua, in minerali, in rifiuti, ricade sui più poveri e sulle generazioni future. La domanda decisiva è se una tecnologia serve un bene proporzionato al peso che pone sulla terra, e questa domanda va posta prima, e non dopo, la sua diffusione. Chiedo a chi progetta i grandi sistemi di assumere questa domanda come parte del proprio lavoro, e ai governi di non considerare il consumo di risorse di queste infrastrutture come un dettaglio trascurabile davanti alla loro utilità economica. La cura della creazione è la condizione di uno sviluppo che meriti questo nome.

100. La preferenza per i poveri, che il magistero recente ha riaffermato come opzione fondata nel Vangelo, è criterio evangelico di verità. Cristo si è identificato con gli affamati, gli assetati, i forestieri, i malati, i carcerati (cfr. Mt 25,31-46), e questa identificazione è sostanziale, e supera ogni linguaggio metaforico. Chiunque incontra un povero incontra Cristo. Sollicitudo rei socialis ha chiamato questa preferenza opzione preferenziale, e Evangelii gaudium ha denunciato l'economia dell'esclusione che produce scarti umani. Nel tempo dell'intelligenza artificiale questa preferenza si traduce in scelte concrete. Chiede che i grandi sistemi siano valutati anche su quanto migliorano la vita degli ultimi, che i lavoratori sostituiti dalle macchine siano accompagnati con vere opportunità, che le tecnologie siano accessibili anche a chi non può pagarle a prezzo pieno, che le minoranze e i forestieri siano protetti contro l'uso discriminatorio dei sistemi di valutazione.

101. Esistono, occorre riconoscerlo con gratitudine, applicazioni che già oggi avvicinano questo bene. Sistemi di traduzione che permettono al rifugiato di farsi comprendere, strumenti diagnostici che portano competenze in regioni remote, tecnologie di alfabetizzazione e di accessibilità che restituiscono possibilità a chi vive con limitazioni. La Chiesa incoraggia, sostiene, promuove questi usi, perché stanno dalla parte del povero. La domanda onesta riguarda però il rapporto fra queste applicazioni benefiche e quelle che accentuano le disuguaglianze, e la risposta è che oggi la maggior parte degli investimenti si orienta verso ciò che genera profitto immediato, mentre le applicazioni più utili ai poveri restano poco finanziate e poco visibili. Questo squilibrio è il frutto di scelte che si possono cambiare, e chiedo a chi dispone delle risorse di orientarle anche verso ciò che non rende, ma salva.

102. Esorto perciò le Chiese del Sud globale a non sentirsi marginali in questo discernimento. La vostra prossimità con i poveri, la vostra conoscenza delle lingue e delle culture, la vostra vita comunitaria sono un patrimonio prezioso per la riflessione universale della Chiesa, e il vostro sguardo vede ciò che dai centri del potere tecnologico resta invisibile. Esorto gli Stati e le organizzazioni internazionali a sostenere lo sviluppo di capacità tecnologiche autonome nei Paesi più fragili, e le grandi imprese a non considerarli soltanto come mercati o come fonti di dati e di lavoro a basso costo, ma come partner alla pari nella costruzione di un bene comune mondiale. La fraternità universale che Fratelli tutti ci ha additato chiede che nessun popolo sia ridotto a margine di un progresso deciso da altri, e che la nuova intelligenza, dono dell'ingegno umano, divenga patrimonio dell'umanità intera e non privilegio di pochi.

CAPITOLO IX

LA CHIESA, LA GOVERNANCE, LA SPERANZA

103. La Chiesa parla al mondo, e nello stesso atto è chiamata a discernere se stessa. Sarebbe poco credibile un appello rivolto agli altri se le istituzioni ecclesiali non custodissero per prime ciò che chiedono al mondo di custodire. Le scuole, gli ospedali, le università, le parrocchie, gli archivi, i mezzi di comunicazione cattolici si servono già di strumenti digitali, e questo uso chiede coerenza, sobrietà, trasparenza. Chiedo a ogni comunità cristiana di esaminare il proprio uso delle nuove tecnologie con la stessa serietà con cui invita gli altri a esaminare il loro, perché la coerenza è la prima forma della testimonianza, e nessuno insegna in modo credibile ciò che non vive.

104. Negli ospedali e nelle opere di cura della Chiesa, l'intelligenza artificiale può aiutare la diagnosi e l'organizzazione, e va accolta a condizione che resti al servizio della relazione fra il curante e il malato, che è il cuore della medicina cristiana. Nelle scuole e nelle università cattoliche, gli strumenti digitali vanno usati formando il giudizio e custodendo la centralità del maestro e della comunità che apprende. Negli archivi e nelle biblioteche ecclesiali, che custodiscono una memoria di secoli, le nuove tecnologie possono rendere accessibili tesori prima riservati a pochi, a condizione che si protegga l'integrità e la verità di ciò che si conserva. In tutti questi ambiti la regola è la stessa, lo strumento serve la persona e la comunità, e mai le sostituisce nel cuore di ciò che le costituisce.

105. Vi è un terreno su cui la Chiesa deve essere particolarmente vigilante, ed è quello dei dati delle persone che a essa si affidano. Le informazioni che un fedele consegna nella relazione pastorale, nell'accompagnamento spirituale, nella richiesta di aiuto, sono affidate a una fiducia sacra, e vanno protette con cura assoluta. La direzione spirituale, l'accompagnamento dei poveri, la vicinanza ai sofferenti non possono essere trattati come occasioni di raccolta di dati, e gli strumenti digitali introdotti nella pastorale vanno scelti e governati con questa consapevolezza. Custodire la riservatezza di chi si affida alla Chiesa è oggi una forma concreta della carità, e una condizione perché la fiducia che fonda ogni relazione pastorale non venga tradita.

106. Vi è un limite che non ammette eccezioni, ed è il sigillo della confessione sacramentale. Ciò che viene confidato nel sacramento della Penitenza appartiene a un foro interno che nessun potere, nessuna autorità, nessuna tecnologia può violare, e che il ministro custodisce come un segreto inviolabile davanti a Dio. In un tempo in cui ogni parola rischia di essere registrata, trascritta, analizzata, la Chiesa riafferma con la massima fermezza che la confessione resta sottratta a ogni mediazione e a ogni registrazione, e che il suo segreto è assoluto. Nessuno strumento digitale può entrare in questo spazio, nessuna assistenza artificiale può sostituire il ministro che ascolta e assolve, nessuna comodità tecnica può giustificare la più piccola incrinatura di un sigillo che protegge insieme la dignità del penitente e la santità del sacramento. Su questo punto non vi è discernimento da fare, e vi è soltanto una linea da custodire intatta.

107. Vi è un luogo in cui la differenza fra l'uomo e la macchina si manifesta con una chiarezza che nessun argomento potrebbe accrescere, ed è la vita sacramentale. Nessun assistente artificiale assolve dai peccati, nessun sistema consacra il pane e il vino, nessuna simulazione amministra l'unzione dei malati o sostituisce la presenza della comunità riunita. Dio salva attraverso segni concreti, attraverso il corpo, la parola pronunciata da labbra umane, l'acqua, l'olio, il pane, la presenza reale del Signore in mezzo ai suoi. La fede cristiana è un incontro fra persone vive e il Dio vivo, mediato da gesti che impegnano la carne, e per questo la liturgia e i sacramenti restano, in un mondo di simulazioni, il luogo in cui la verità dell'incontro non può essere contraffatta. La comunità cristiana è chiamata a custodirli da ogni logica di surrogato, riconoscendo in essi il cuore della sua vita e la sorgente della sua speranza.

108. Anche la catechesi e la trasmissione della fede chiedono discernimento. Gli strumenti digitali possono aiutare a studiare, a conoscere la Scrittura, a prepararsi, e possono sostenere chi vive lontano da una comunità, e non possono generare la fede, che nasce dall'incontro e si trasmette da persona a persona, da testimone a testimone. Una catechesi affidata interamente a una macchina mancherebbe di ciò che la rende viva, la presenza di un credente che ha incontrato il Signore e ne parla con la propria vita. Chiedo ai catechisti e agli educatori della fede di servirsi con libertà degli strumenti utili, e di custodire sempre la relazione personale come il luogo proprio in cui la fede si accende e cresce.

109. Il discernimento sull'intelligenza artificiale chiede alla Chiesa il metodo che lo Spirito le va insegnando in questi anni, quello sinodale, fatto di ascolto reciproco e di cammino comune. Le Chiese locali sono chiamate a raccontare l'impatto concreto delle nuove tecnologie sui loro territori, e a far sì che i poveri, i giovani, i lavoratori, le famiglie, i ricercatori, le comunità più vulnerabili siano ascoltati e non semplicemente rappresentati da altri. La sinodalità non è una parola decorativa, ed è un modo di procedere che mette in comune i doni e ascolta chi di solito non ha voce, e proprio per questo è particolarmente adatta a discernere una trasformazione che tocca tutti e che pochi governano.

110. Le Conferenze Episcopali hanno in questo cammino una responsabilità concreta. A esse chiedo di elaborare, secondo le condizioni dei loro Paesi, orientamenti pastorali e linee guida sull'uso delle nuove tecnologie nelle diocesi, nelle scuole, negli ospedali, nelle opere caritative, perché ciò che questa Lettera propone come principio trovi forme adatte a ogni cultura. Le situazioni sono diverse, e ciò che è urgente in una regione tecnologicamente satura non coincide con ciò che è urgente dove l'accesso è ancora scarso. La sussidiarietà che vale per la società civile vale anche nella Chiesa, e affida alle comunità locali il compito di tradurre il discernimento universale nella concretezza dei loro territori, con la libertà e la creatività che lo Spirito suscita.

111. Per coordinare questo lavoro, che negli anni recenti era cresciuto in modo frammentato fra i diversi organismi della Santa Sede, ho istituito, con apposito Rescriptum, una Commissione Interdicasteriale sull'Intelligenza Artificiale, che raccoglie il contributo dei Dicasteri competenti per lo sviluppo umano integrale, la dottrina, la cultura e l'educazione, la comunicazione, e delle Accademie pontificie che da anni studiano queste materie, perché il discernimento ecclesiale resti unito e la voce della Chiesa non manchi nei luoghi in cui le decisioni vengono prese. Dispongo che questa Commissione accompagni, per quanto le compete, l'attuazione della presente Lettera, mantenga il dialogo con le istituzioni e con la comunità scientifica, e sostenga le Chiese locali nel loro discernimento, perché ciò che qui propongo non resti parola scritta, ma diventi cammino.

112. La Chiesa offre il suo contributo a una governance pubblica giusta, e distingue, in ciò che chiede, tre ordini di esigenze. Vi sono anzitutto divieti morali che nessuna utilità può sospendere, e fra essi la proibizione delle armi letali autonome e il rifiuto di ogni sistema che riduca la persona a oggetto di calcolo nelle decisioni che toccano la vita. Vi sono poi garanzie giuridiche che proteggono la persona, il diritto di sapere quando una decisione che la riguarda è presa da una macchina e di contestarla davanti a un uomo responsabile, la verifica indipendente dei sistemi a più alto impatto, la responsabilità chiara di chi li produce e li impiega, la protezione speciale dei minori e dei dati personali.

113. Vi sono infine le condizioni del bene comune, che chiedono uno sguardo più ampio della sola tutela individuale. Il sostegno alla ricerca pubblica indipendente, perché esistano alternative alla concentrazione privata del sapere. L'accesso equo ai benefici, perché la nuova intelligenza non divenga privilegio di pochi. La trasparenza sull'impronta ambientale dei grandi sistemi. La partecipazione dei più deboli alle decisioni che li riguardano. Mi unisco a quanti chiedono alla comunità internazionale di aprire un cammino di accordi vincolanti su questi punti, in continuità con l'insegnamento di Pacem in terris sull'autorità pubblica universale chiamata a servire il bene comune dei popoli. Una governance giusta non nasce dalla somma degli interessi, e nasce dal riconoscimento condiviso della dignità di ogni persona.

114. Questo cammino può appoggiarsi su quanto già esiste. La Rome Call for AI Ethics, promossa nel 2020 dalla Pontificia Accademia per la Vita insieme a istituzioni e imprese, ha avuto il merito di riunire attori diversi attorno ad alcuni principi condivisi, la trasparenza, l'inclusione, la responsabilità, l'imparzialità, l'affidabilità, e insieme la sicurezza e la riservatezza. Riconosco il valore di questa iniziativa, e di altre che vanno nella medesima direzione, e incoraggio a proseguirle e ad allargarle, perché una dichiarazione di principi vale per gli impegni concreti che genera. La Chiesa offre volentieri il suo contributo a questi tavoli, consapevole che la custodia della dignità umana davanti alla tecnica è un compito che la supera e che chiede la collaborazione di molti.

115. Questo dialogo si estende ai credenti delle altre religioni e a tutti gli uomini di buona volontà. Le grandi tradizioni religiose dell'umanità custodiscono, ciascuna a suo modo, il senso del limite della creatura davanti al mistero, il valore della vita, il primato della coscienza, la sacralità del povero e dello straniero, e proprio per questo possono offrire insieme una testimonianza preziosa in un tempo che rischia di adorare la propria potenza. La Chiesa cattolica reca in questo dialogo la specificità della sua fede nel Verbo fatto carne, che le impedisce di ridurre l'uomo a spirito disincarnato o a meccanismo, e riceve dagli altri il dono della loro sapienza. Una alleanza per l'umano, che unisca credenti e non credenti, scienziati e pastori, governanti e lavoratori, è oggi un servizio alla pace e alla giustizia di cui il mondo ha urgente bisogno, e a cui invito tutti senza eccezione.

116. Vorrei che, davanti a queste pagine, ciascuno sentisse anzitutto una chiamata alla libertà. La storia, anche quella tecnologica, è fatta di scelte, e le scelte appartengono a chi resta vigilante. La rapidità con cui le macchine cambiano non toglie all'uomo la responsabilità di decidere quale posto dare loro nella propria vita, e questa responsabilità è insieme personale e comune. Riguarda il singolo, che decide quanta della propria interiorità affidare a uno strumento, e riguarda i popoli, che decidono quali limiti porre al potere di chi quegli strumenti possiede. La libertà è una grazia da custodire e un compito da esercitare, e nessuna macchina, per quanto potente, può sceglierla al posto nostro.

117. Distinguo, in chiusura di questo capitolo, la speranza cristiana dall'ottimismo tecnologico. L'ottimismo tecnologico crede che ogni problema dell'uomo abbia una soluzione tecnica, e che il progresso degli strumenti coincida con il progresso dell'uomo. La speranza cristiana conosce una verità più profonda, perché sa che il cuore dell'uomo si salva nell'amore e non in uno strumento, e che la nostra grandezza ci viene da un disegno più antico della nostra forza. Essa attraversa la storia con fiducia, e insieme con la consapevolezza che la pienezza non è opera nostra, e non confonde la potenza con la sapienza né la previsione con la provvidenza. Per questo la Chiesa, davanti all'intelligenza artificiale, offre più che criteri etici. Offre una forma di vita, fatta di liturgia e di sacramenti, di ascolto e di carità, di istituzioni e di servizio, di una speranza che non delude perché si fonda sull'amore di Dio riversato nei nostri cuori. È in questa forma di vita, più che in qualunque regolamento, che la grandezza dell'umano trova la sua custodia.

CONCLUSIONE

MARIA, SEDE DELLA SAPIENZA

118. Al termine di questa Lettera lo sguardo si volge a Cristo, nel quale ogni cosa trova la sua misura. In principio era il Verbo, e il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora fra noi (cfr. Gv 1,1.14). La Parola eterna di Dio non è rimasta suono lontano, e si è fatta volto, voce, corpo, mani che guariscono e che benedicono, e in quel volto noi abbiamo contemplato la gloria del Padre. Ecco perché la Chiesa, davanti alle parole generate dalle macchine e ai volti simulati dalle reti, custodisce con tanta gelosia la parola che nasce da una persona e il volto che appartiene a qualcuno. Ogni parola umana vera è un riflesso del Verbo che si è fatto carne, e ogni volto è icona di colui che ha voluto avere un volto per noi. Difendere i volti e le voci degli uomini è, in fondo, custodire il luogo dove l'eterno ha scelto di farsi vicino, e riconoscere che nessuna simulazione potrà mai prendere il posto della carne che il Figlio di Dio ha amato fino a farla propria.

119. Non desidero consegnarvi soltanto un testo da leggere, ma una preghiera da pregare, perché il discernimento, prima di essere opera del pensiero, è dono dello Spirito. Ringrazio Dio Padre per l'intelligenza che ha posto in noi, perché potessimo conoscere lui, conoscere noi stessi, collaborare alla sua opera e custodire il giardino che ci ha affidato. Riconosco che il tempo che viviamo è insieme grande e difficile, perché le nostre mani hanno costruito macchine che generano parola, immagine e decisione, e qualcosa nella trama del nostro essere uomini ci sembra messo in questione. Confido che il Signore non ci abbandona, lui che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio (cfr. Gv 3,16), e che nel Figlio ha unito per sempre la sua vita alla nostra carne.

120. Allo Spirito Santo, Spirito di verità e di sapienza, chiedo di scendere sui cuori di quanti portano oggi una responsabilità. Insegni ai legislatori a scegliere il bene comune sopra l'interesse di pochi, agli scienziati a unire la conoscenza alla responsabilità, agli imprenditori a porre la dignità della persona al di sopra del profitto, ai pastori a parlare con coraggio, ai genitori a custodire i figli, ai giovani a riconoscere nella libertà un dono più grande della comodità. Insegni a ciascuno di noi a discernere, davanti alle nostre stesse opere, ciò che resta dono e ciò che rischia di farsi padrone, perché la sapienza comincia là dove l'uomo sa fermarsi davanti a ciò che pure potrebbe fare.

121. A te, Maria, Madre del Signore e Madre nostra, affido il cammino che ci attende. La tradizione cristiana ti ha onorato fin dai primi secoli con il titolo di Sede della Sapienza, perché nel tuo grembo si è formato colui che è la Sapienza in persona. Tu sai che cosa significhi accogliere un mistero più grande di te, e custodire nel cuore ciò che ancora non si comprende del tutto (cfr. Lc 2,19). Custodisci la sapienza di questa generazione. Custodisci la libertà dei bambini che crescono fra voci che imitano la presenza umana, la dignità dei lavoratori che vedono mutare il loro mestiere, la verità di chi si batte per una parola onesta, la coscienza di chi è chiamato a decisioni gravi, la pace dei popoli minacciata da nuovi strumenti di guerra, la speranza dei poveri che attendono giustizia.

122. Possa la grandezza dell'umano, magnifica humanitas, manifestarsi pienamente quando la storia raggiungerà il suo compimento in Cristo, e possano allora le nostre opere, anche le più ardite, trovare il loro vero significato nel servizio della gloria di Dio e nel bene dei fratelli. Le macchine che oggi destano in noi tanti interrogativi appariranno per ciò che sono, opere transitorie delle mani dell'uomo, e il volto di ogni nostra sorella e di ogni nostro fratello risplenderà della luce di colui che li ha pensati dall'eternità. A tutti voi che leggerete queste pagine, ai lavoratori e ai giovani, agli scienziati e ai governanti, ai poveri e alle comunità cristiane sparse nel mondo, di cuore imparto la mia benedizione, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio 2026, centotrentacinquesimo anniversario della Lettera Enciclica Rerum novarum del Sommo Pontefice Leone XIII, secondo del Mio Pontificato.
LEONE PP. XIV