MAGNIFICA HUMANITAS
LETTERA ENCICLICA
DEL SOMMO PONTEFICE
LEONE XIV
SULLA CUSTODIA DELLA PERSONA UMANA
NEL TEMPO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Ai venerati Fratelli Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi, ai Presbiteri e ai Diaconi, alle Persone consacrate, ai Fedeli laici e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà
INTRODUZIONE
Una meraviglia che ferisce
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Magnifica humanitas. La grandezza dell'umano. È sotto questo nome che desidero porre la prima Lettera Enciclica del mio ministero petrino, perché la vertigine in cui si trova oggi la famiglia umana mi sembra anzitutto la vertigine di ciò che noi siamo. La rapidità con cui l'intelligenza artificiale è entrata nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei luoghi del lavoro, nelle pratiche della cura, nelle aule dei tribunali, nei teatri di guerra, ha messo a nudo qualcosa di antichissimo e di nuovissimo insieme. Antichissimo, perché ripropone la domanda che attraversa la rivelazione e la filosofia: chi è l'uomo, che tu te ne ricordi, il figlio dell'uomo, che tu te ne curi (cfr. Sal 8,5)? Nuovissimo, perché lo fa attraverso macchine che parlano nostro linguaggio, generano nostro volto, imitano nostra voce, e si presentano talvolta come se possedessero ciò che soltanto a noi è stato dato.
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Ho scelto il nome di Leone con piena consapevolezza, e nella consapevolezza dell'eredità che lega chi parla oggi a colui che parlò, centotrentacinque anni or sono, alla coscienza dell'Europa industriale. Quando il mio amato predecessore Leone XIII, il 15 maggio 1891, fece pubblicare la Lettera Enciclica Rerum novarum, il mondo del lavoro era squassato da una trasformazione che pareva travolgere ogni equilibrio antico. La macchina a vapore, l'organizzazione di fabbrica, la concentrazione del capitale, la migrazione interna verso le città industriali avevano spezzato in pochi decenni il legame fra l'uomo, la sua terra, il suo mestiere, la sua comunità. La Chiesa, che non possiede sistemi politici e non amministra ricchezze terrene a quel fine, intervenne allora con la sola autorità che le è propria, vale a dire la cura della persona umana, della sua dignità inalienabile, del suo destino eterno.
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Oggi, davanti alla nuova rivoluzione che ha al suo cuore l'intelligenza artificiale e l'intero ecosistema delle tecnologie digitali, sento il dovere di parlare con la medesima sollecitudine. Non perché creda che ogni rivoluzione si ripeta uguale, e neppure perché ritenga la macchina pensante una semplice estensione della macchina motrice. La differenza è profonda, e l'analisi che segue cercherà di renderla intelligibile. Si tratta però della stessa preoccupazione di fondo: che la persona umana, immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,27), non sia mai ridotta a strumento, a materia prima, a dato fra i dati, a variabile in una funzione che altri scrivono e che altri firmano.
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Ho firmato questa Lettera Enciclica il 15 maggio 2026, esattamente nel centotrentacinquesimo anniversario di Rerum novarum. È un riconoscimento di continuità di magistero che attraversa Pio XI con Quadragesimo anno, san Giovanni XXIII con Mater et magistra e Pacem in terris, san Paolo VI con Populorum progressio, san Giovanni Paolo II con Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e Centesimus annus, Benedetto XVI con Caritas in veritate, il mio venerato predecessore Francesco con Laudato si' e Fratelli tutti. È in questa fila, e a partire da questa fila, che oso parlare oggi al mondo.
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Vorrei però essere ascoltato in un modo particolare. La presente Lettera non è scritta per i soli credenti. Si rivolge ai sapienti delle scienze e ai costruttori dei sistemi, alle imprese che progettano, agli Stati che regolano, ai padri e alle madri che si interrogano, ai bambini che già usano queste macchine prima di sapere leggere, agli operai e ai professionisti che vedono mutare in pochi mesi la natura del proprio mestiere, ai poveri che subiscono per primi le conseguenze, ai potenti che hanno il dovere primo di rispondere. A tutti costoro mi rivolgo, perché la questione che ci troviamo davanti non è di parte e non si lascia confinare entro confini confessionali. Tocca l'umano in quanto tale.
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Lo dico fin dall'inizio: l'intelligenza artificiale non è il diavolo, e non è Dio. Non è il diavolo, perché Dio l'ha permessa attraverso il dono dell'intelligenza che ha posto in noi, e perché molte sue applicazioni servono già oggi a salvare vite, ad alleviare fatiche, ad ampliare conoscenze, a rendere accessibile ciò che era riservato a pochi. Non è Dio, perché manca radicalmente di quella libertà personale che il Creatore ha riservato all'unica creatura fatta per sé stessa (cfr. Gaudium et spes, n. 24). È un'opera dell'uomo, e come tutte le opere dell'uomo va valutata, ordinata, governata, affinché serva all'uomo e non lo soggioghi.
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La mia preoccupazione, però, è viva. Vedo all'orizzonte un'accelerazione che mette a rischio la capacità stessa della famiglia umana di pensarsi. Vedo il lavoro mutare di forma più rapidamente di quanto le società civili sappiano accompagnare. Vedo bambini crescere in compagnia di macchine che imitano la voce dei loro genitori. Vedo conflitti armati, già spaventosi per la loro durata e per la loro crudeltà, divenire più disumani per l'introduzione di sistemi che decidono di vita e di morte senza che alcuna mano umana riconosca davanti a Dio la propria scelta. Vedo concentrarsi in poche mani un potere computazionale e narrativo che nessun corpo politico ha ancora imparato a contenere. Da queste paure, ma soprattutto dalla speranza che a esse risponde, nasce questa Lettera.
Il filo che lega questa Lettera a Rerum novarum
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Rerum novarum esordiva ricordando che lo spirito di radicale rivolgimento che da tempo agitava le società civili era passato dall'ordine politico a quello economico, e che i progressi della tecnica, i mutati rapporti fra capitale e lavoro, la rovina delle antiche corporazioni, la crescente ricchezza di pochi e l'estrema povertà di molti rendevano la questione del lavoro la più impellente questione del tempo. Quel testo, scritto sotto la pressione delle ideologie nascenti, scelse di non rifugiarsi né nel liberalismo assoluto né nel socialismo collettivista, ma di affermare un terzo cammino fondato sulla verità della persona, sulla destinazione universale dei beni e sulla giusta retribuzione del lavoro.
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Oggi spirito di rivolgimento abita di nuovo le nostre società. Non è anzitutto politico, e non è anzitutto economico, sebbene tocchi profondamente politica ed economia. È, propriamente, antropologico. Riguarda il modo in cui pensiamo, comunichiamo, ricordiamo, decidiamo, creiamo, amiamo, preghiamo. Riguarda la trama stessa della vita interiore, perché lo strumento di cui parliamo non opera sulla materia inerte ma sui simboli, sulla parola, sull'immagine, sul giudizio. Quando una tecnologia tocca questo strato, ciò che è in gioco non è soltanto la produzione, è la generazione stessa dell'umano in chi nasce, in chi cresce, in chi invecchia.
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Il filo che lega Magnifica humanitas a Rerum novarum è dunque duplice. Da un lato vi è la continuità delle preoccupazioni: il lavoro, il salario, la giustizia distributiva, il diritto di associarsi, il limite del potere economico, la libertà di coscienza, la difesa dei più fragili. Dall'altro vi è la consapevolezza che la trasformazione in atto, pur muovendosi nello stesso solco della modernità tecnica, ha aperto un livello ulteriore che il magistero deve nominare con chiarezza. Lo nominerò qui con un termine semplice: la questione della generazione. Per la prima volta nella storia, una tecnologia umana è in grado di generare in maniera autonoma testi, immagini, voci, decisioni, in misura tale da affiancarsi alla generazione propria della persona. È questa la novità sostanziale che richiede il nostro discernimento.
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La Chiesa non viene a giudicare i singoli ritrovati tecnici, e non si arroga competenze che non ha. Viene però a ricordare che ogni progresso tecnico è davvero progresso solo se serve il bene integrale della persona. Caritas in veritate di Benedetto XVI ha già scritto pagine luminose su questo punto: il vero sviluppo si misura sull'uomo nella sua interezza, e una tecnologia che cresce senza una crescita corrispondente del cuore umano non è ancora un dono, è una minaccia mascherata da dono.
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Nel discorso che pronunciai al Collegio Cardinalizio il 10 maggio 2025, due giorni dopo la mia elezione, accennai pubblicamente per la prima volta a questa direzione. Lo riprendo ora con maggiore ampiezza. La Chiesa offre a tutti il tesoro della sua dottrina sociale in risposta a un'altra rivoluzione industriale e agli sviluppi nel campo dell'intelligenza artificiale, che pongono nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. Queste parole, dette quasi in passaggio in quei primi giorni, sono divenute negli ultimi dodici mesi il filo conduttore delle conversazioni che ho intrattenuto con vescovi, sapienti, scienziati, imprenditori, lavoratori, bambini, in ogni continente. Magnifica humanitas raccoglie quelle conversazioni e prova a restituirle in forma di magistero.
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Ho scelto di non scrivere un documento tecnico. La tecnica muta troppo in fretta perché un testo magisteriale possa inseguirla. Ho scelto piuttosto di parlare di principi, di criteri, di responsabilità, di limiti, e di farlo in un linguaggio che sia comprensibile al pastore di una piccola comunità rurale come al progettista di sistemi nelle grandi metropoli del nostro tempo. Dove sarà necessario nominare con precisione un fenomeno tecnico, lo farò con la sobrietà necessaria. Dove sarà necessario tornare alla Scrittura, ai Padri, ai Dottori, ai miei predecessori, lo farò senza vergogna, perché solo da quel terreno antico cresce la pianta della sapienza nuova.
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Si articola in otto capitoli. Il primo descrive la soglia in cui ci troviamo, la natura della trasformazione in corso e i suoi rapporti con la rivoluzione industriale di Leone XIII. Il secondo è dedicato a un confronto fra intelligenza umana e intelligenza artificiale, perché il modo in cui chiameremo questa cosa nuova determinerà il modo in cui la tratteremo. Il terzo affronta il lavoro e le sue mutazioni. Il quarto la parola pubblica, la verità e i nuovi inganni della comunicazione. Il quinto la guerra e la pace, con un appello che porta il peso del dolore degli ultimi anni. Il sesto l'educazione e la vita interiore dei più giovani. Il settimo gli ultimi, i poveri, le periferie del mondo digitale. L'ottavo le forme di governance, il ruolo della Chiesa, l'appello alle responsabilità.
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La conclusione, infine, è una preghiera. Perché il discernimento, prima che opera del pensiero, è opera dello Spirito. E perché chi scrive sa che senza la grazia di Dio, e senza l'intercessione di Maria, Sede della Sapienza, ogni nostro tentativo di custodire l'umano resterà esposto al fallimento.
CAPITOLO I
LA SOGLIA. UNA NUOVA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
Che cosa sta accadendo
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Per nominare con verità un fenomeno occorre anzitutto osservarlo. La parola rivoluzione, oggi così logorata dall'uso che il marketing ne ha fatto, va restituita al suo significato proprio. Una rivoluzione è una trasformazione strutturale, irreversibile, che muta la condizione stessa in cui gli uomini abitano il mondo. Le rivoluzioni vere non sono molte. La rivoluzione neolitica, con il passaggio all'agricoltura. La rivoluzione della scrittura. La rivoluzione della stampa. La rivoluzione industriale del XVIII e XIX secolo. La rivoluzione elettrica e poi elettronica del XX secolo. In ciascuna di queste soglie, la famiglia umana si è trovata a vivere in un mondo diverso, e ha dovuto reimparare il proprio mestiere di uomo.
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La rivoluzione che si è messa in moto fra la fine del secondo decennio e l'inizio del terzo decennio del XXI secolo presenta tutti i caratteri di una soglia di questo ordine. Non si limita a velocizzare l'esistente, e non riguarda soltanto la produzione di merci. Tocca il modo in cui si producono i testi, le immagini, le decisioni, le diagnosi, i pareri legali, le sentenze. Tocca il modo in cui si svolgono le relazioni di cura, di insegnamento, di accompagnamento spirituale. Tocca i criteri con cui le banche concedono prestiti, gli ospedali assegnano risorse, le polizie identificano sospetti, gli eserciti scelgono bersagli. In ciascuno di questi ambiti, una catena di calcolo che si nutre di grandi quantità di dati e che produce previsioni o testi o azioni si è insinuata in compiti che fino a ieri appartenevano alla deliberazione umana.
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È questa l'intelligenza artificiale di cui parliamo. Non un singolo apparecchio, non un singolo programma, ma una famiglia di tecnologie che condividono un metodo, vale a dire l'apprendimento statistico da grandi corpus di esempi, e una vocazione, vale a dire l'imitazione e l'amplificazione di capacità che prima erano riservate all'agire umano. La Nota Antiqua et nova, promulgata dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione il 28 gennaio 2025, ne ha offerto un primo quadro complessivo, sotto l'autorità del mio predecessore Francesco. La presente Lettera intende svilupparne le linee, raccogliendone le conclusioni e portandole nel cuore del magistero sociale della Chiesa.
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Ho voluto, fin dai primi mesi del mio ministero, ascoltare. Ho incontrato ricercatori delle grandi imprese tecnologiche, che mi hanno spiegato che gli stessi creatori dei sistemi più potenti non sono in grado di descrivere in dettaglio come questi sistemi arrivino alle loro risposte. Ho incontrato operai di fabbriche automobilistiche, programmatori di servizi pubblici, traduttori, illustratori, doppiatori, giornalisti, medici, che mi hanno raccontato come il loro mestiere stia mutando sotto la pressione di queste macchine. Ho incontrato vescovi di Paesi in cui un'unica nuvola di calcolo, ospitata in un altro continente, decide se i contadini riceveranno credito o se i bambini riceveranno una diagnosi. Ho incontrato bambini che parlavano dei loro compagni di gioco artificiali con una confidenza che mi ha commosso e turbato.
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Da questo ascolto è cresciuta una convinzione. La trasformazione in corso è anzitutto una questione di rapporti. Rapporti fra chi progetta e chi subisce. Rapporti fra chi possiede i grandi modelli e chi li utilizza. Rapporti fra Stati che dispongono di un'infrastruttura computazionale e Stati che ne dipendono. Rapporti fra generazioni, perché chi è nato dopo il 2010 non ha conosciuto un mondo senza queste macchine, e il suo rapporto con la parola, con la memoria, con la verità si forma su un terreno diverso da quello dei suoi genitori. Rapporti fra l'uomo e sé stesso, perché ciascuno di noi è chiamato a decidere quanta della propria vita interiore affidare a una macchina, e quanta riservare a quel silenzio in cui Dio parla.
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La forza del fenomeno deriva in larga misura dalla sua invisibilità. La rivoluzione industriale dell'Ottocento aveva una faccia: la fabbrica, il treno a vapore, la ciminiera, il quartiere operaio. Era vista, era udita, era sentita. La rivoluzione che oggi attraversiamo è in gran parte priva di volto. I luoghi in cui essa avviene sono server, codici, contratti, accordi commerciali, decisioni di consigli di amministrazione che si svolgono altrove. La sua presenza nella vita di ciascuno passa attraverso schermi, interfacce, voci sintetiche, suggerimenti automatici che ci sembrano naturali quanto la luce elettrica nelle nostre case. Proprio questa familiarità anestetizzante rende necessario un atto deliberato di lucidità, e in primo luogo un atto di nominazione.
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Per questo desidero, fin da queste prime pagine, restituire alla cosa il suo nome teologico, prima ancora che il suo nome tecnico. L'intelligenza artificiale è un'opera dell'uomo. Più precisamente, è un'opera dell'uomo che imita, prolunga, amplifica certe operazioni della mente umana. È quindi, in senso aristotelico, una techne, e in senso biblico un frutto del mandato originario affidato all'uomo di coltivare e custodire il giardino (cfr. Gen 2,15). Come ogni opera dell'uomo, può essere ordinata al bene oppure piegata al male. Può servire la giustizia oppure schiacciarla. Può ampliare la libertà oppure restringerla. La nostra responsabilità è interna alla nostra libertà, e nessuna macchina, per quanto potente, ne è il sostituto.
La continuità con la prima rivoluzione industriale
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La continuità con la prima rivoluzione industriale è reale, e va riconosciuta. Allora si trattò di sostituire la forza muscolare con la forza meccanica, di concentrare la produzione in luoghi nuovi, di trasformare i mestieri tradizionali in salariati di fabbrica, di costruire un mercato del lavoro mobile e impersonale. Le conseguenze, descritte con dolore da Leone XIII, furono il sorgere di miserie inedite, la frantumazione di legami comunitari antichi, lo sfruttamento di donne e bambini, lo squilibrio fra capitale e lavoro, l'apparizione di nuove forme di malattia, di alienazione, di disperazione.
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Oggi ci troviamo davanti a un movimento analogo per ampiezza ma diverso per oggetto. Allora si trattava di sostituire o di moltiplicare la forza fisica. Oggi si tratta di sostituire o di moltiplicare la forza cognitiva. L'energia di cui ci serviamo è oggi un'energia simbolica, fatta di calcolo, di confronto statistico, di generazione di sequenze; quella che muoveva le macchine fisiche è passata in secondo piano. Le macchine che essa alimenta non sgranano carbone e non forgiano acciaio. Producono testi, codici, immagini, suoni, pareri, decisioni.
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Ne discende un fatto di larga portata: il luogo della nuova rivoluzione si è spostato. Sono l'ufficio, la scuola, lo studio professionale, l'ospedale, la sala di redazione, l'aula di tribunale, l'agenzia di traduzione, lo studio di progettazione, la sala operativa militare. La fabbrica circoscritta in un quartiere periferico delle città industriali resta, certo, ma cede protagonismo a questi nuovi luoghi della produzione cognitiva. Il novero dei lavoratori coinvolti si allarga in modo considerevole, fino a includere i mestieri della conoscenza che nella prima rivoluzione industriale erano in larga parte risparmiati. Architetti, avvocati, medici, insegnanti, scrittori, illustratori, programmatori, traduttori, ricercatori scoprono che la loro arte, ritenuta per secoli profondamente umana, può essere imitata da una macchina in tempi molto brevi e a costi molto bassi.
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Lo dico con la massima onestà: ciò che oggi avviene nei mestieri cognitivi assomiglia, per molti aspetti, a ciò che nel XIX secolo avvenne nei mestieri artigiani. La pressione che gli artigiani inglesi del tessile subirono dai telai meccanici, con conseguenze che la storia ricorda con i nomi dei luddisti e con i fatti drammatici della grande migrazione interna, è oggi la pressione che lo scrittore di lingua minoritaria, il piccolo studio di traduzione, il giovane illustratore di provincia, il programmatore in inizio carriera, sentono sulla propria vita. La risposta che la Chiesa offrì nel 1891 fu di affermare con forza che il progresso tecnico ha valore solo se si accompagna alla difesa concreta della dignità del lavoratore. È la stessa risposta che desidero riaffermare oggi.
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Si tratta dunque di una continuità reale. Allora come oggi, una trasformazione produttiva di proporzioni inedite mette in crisi il modo in cui gli uomini hanno guadagnato il proprio pane e costruito la propria identità sociale. Allora come oggi, occorre evitare due errori speculari: l'illusione che il nuovo strumento sia in sé portatore di bene, e basti seguirlo perché tutto si componga, oppure l'illusione opposta che il nuovo strumento sia in sé portatore di male, e basti rifiutarlo perché tutto resti come prima. Entrambe le illusioni dispensano dal compito proprio della Chiesa e dell'umanità tutta, che è il compito del discernimento.
Le specificità del nuovo: dall'energia motrice all'energia cognitiva
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Vi è però una discontinuità, ed è radicale. Dirla è il primo atto del discernimento. La prima rivoluzione industriale sostituì l'energia muscolare. La rivoluzione di cui parliamo oggi affianca, e in certi casi sostituisce, l'energia cognitiva. Il terreno della trasformazione è dunque la parola. È il giudizio. È l'elaborazione del simbolo. Si è spostato dal corpo all'interiorità linguistica della persona, ed è qui che si gioca la posta più alta.
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Questo cambiamento di terreno ha conseguenze profondissime per la teologia, perché la parola, il giudizio, il simbolo, sono propriamente i luoghi in cui si manifesta l'immagine di Dio nell'uomo. Quando una macchina è in grado di imitarli, non viene messa in discussione la nostra forza fisica, che già da due secoli condividiamo con le macchine, ma viene messa in discussione la specificità di ciò che, nella tradizione cristiana, si è considerato il proprio dell'uomo. Sant'Agostino insegnò che nell'anima sono presenti, come riflesso trinitario, memoria, intelligenza e volontà (cfr. De Trinitate, X, 11, 18). San Tommaso d'Aquino legò la dignità unica dell'uomo alla sua capacità di conoscere e di volere come persona libera (cfr. Summa theologiae, I, q. 29, a. 3). Se oggi una macchina sembra possedere qualcosa che assomiglia alla memoria, all'elaborazione intelligente, e perfino, in qualche misura, all'azione finalizzata, è inevitabile che la coscienza umana resti turbata.
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Voglio dire fin da subito, e svilupperò il punto nel capitolo seguente, che questa somiglianza è ingannevole, sebbene non sia per questo priva di insegnamento. La macchina che chiamiamo intelligente non possiede memoria nel senso pieno che la tradizione attribuisce a questa parola. Non possiede intelligenza nel senso pieno della intellectio tomista, che è apertura all'essere e capacità di cogliere la verità. Non possiede volontà, perché non vi è in essa alcuna libertà personale capace di amare. La somiglianza è funzionale, parziale, e procede da un meccanismo statistico. Non per questo è insignificante, perché ciò che essa imita con efficacia sufficiente può sostituire, nei fatti, ciò che la nostra società ritiene di sufficiente.
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Vi è dunque una specificità della nuova rivoluzione che mi sembra giusto formulare così: per la prima volta, il prodotto principale del lavoro che la macchina sostituisce non è materiale, è linguistico. E poiché linguaggio è il modo specifico in cui l'uomo si manifesta come immagine di Dio, l'intera nostra civiltà è chiamata a un esame di coscienza che riguarda l'antropologia, prima ancora dell'economia.
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Una seconda specificità riguarda la velocità. La rivoluzione industriale dell'Ottocento si dispiegò nell'arco di tre o quattro generazioni, con dolori grandi ma con il tempo, sia pure insufficiente, di organizzare resistenze, leggi, riforme, magisteri. La rivoluzione di oggi si è dispiegata, nei suoi tratti decisivi, nell'arco di tre o quattro anni. Le società civili, le strutture educative, i sistemi giuridici, le organizzazioni dei lavoratori, le Chiese stesse, non hanno avuto il tempo di assorbire i cambiamenti. Si trovano spesso a inseguire, a regolare a posteriori ciò che è già diventato consuetudine. Tale velocità non è un dato neutro. Determina effetti sociali specifici, fra cui un'enorme asimmetria di potere fra chi sviluppa i sistemi e chi vi si adatta, e una pressione costante sulla deliberazione democratica.
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Una terza specificità riguarda la concentrazione. La rivoluzione industriale ottocentesca produsse certo grandi concentrazioni di capitale, denunciate da Rerum novarum come una delle cause primarie dell'ingiustizia sociale. Tuttavia, le risorse necessarie alla produzione industriale, sebbene importanti, erano fisicamente distribuite. Oggi, l'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale più potenti richiede infrastrutture computazionali e finanziarie di portata tale che, di fatto, solo un piccolissimo numero di soggetti, fra grandi imprese private e pochi Stati, è in grado di realizzarli. Questo significa che il potere di produrre la nuova intelligenza è concentrato in un modo che la storia delle precedenti rivoluzioni industriali non aveva conosciuto, e che il magistero sociale non può accettare in silenzio.
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Una quarta specificità riguarda l'ambiente. La nuova rivoluzione, contrariamente a quanto talvolta si lascia credere parlando di tecnologia leggera o di nube, ha un peso fisico molto concreto. I centri di calcolo richiedono enormi quantità di elettricità, di acqua per il raffreddamento, di terre rare per i processori. Si tratta di un consumo di risorse che, in molti Paesi, sta entrando in competizione con i bisogni primari delle popolazioni. Laudato si', l'enciclica del mio amato predecessore Francesco, ha già consegnato alla Chiesa una grammatica dell'ecologia integrale che riteniamo qui pienamente valida e pienamente vincolante. Non si dà giustizia sociale senza giustizia ecologica, e non si dà progresso tecnico vero senza che esso si misuri sul peso che pone sulla casa comune.
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Una quinta specificità, infine, riguarda la sfera della guerra. La meccanizzazione della guerra moderna ha già conosciuto pagine spaventose nel Novecento, dalle trincee della Grande Guerra alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Oggi però, e in misura crescente in questi ultimi anni, la guerra conosce un nuovo passaggio: l'introduzione di sistemi capaci di selezionare bersagli e di colpire senza che, in molti casi, una mano umana sia davvero responsabile della scelta. Tornerò a lungo su questo punto. Mi basti qui dire che la specificità etica della guerra automatizzata sta nel velo che essa stende sopra la responsabilità personale di chi uccide, e che questo velo è incompatibile con la dignità sia di chi cade sia di chi spara.
Una trasformazione antropologica
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Le cinque specificità che ho appena indicato, prese insieme, mi spingono a parlare, per la trasformazione di cui ci occupiamo, in termini di trasformazione antropologica, oltre che di rivoluzione industriale. Con questa espressione voglio nominare il fatto che è in gioco il modo stesso in cui l'uomo si comprende, si forma, si educa, si esprime, decide, si commuove, e che la sola produzione di beni, l'organizzazione del lavoro, la distribuzione della ricchezza ne sono soltanto la superficie visibile.
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Una trasformazione antropologica non richiede soltanto una risposta tecnica o politica. Richiede una risposta che tocchi il livello della cultura, dell'educazione, della spiritualità. Per questo, mentre la presente Lettera offre principi e indicazioni anche per legislatori, imprenditori e tecnici, essa è anzitutto rivolta ai cuori. La trasformazione che si compirà davvero attraverso queste macchine sarà quella che noi, uomini e donne di questo tempo, sceglieremo di vivere intorno ad esse. La loro sola presenza non basta a produrla; richiede sempre la libertà con cui le abiteremo.
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La storia della Chiesa offre più di un precedente. Quando la stampa a caratteri mobili rese accessibili libri prima riservati a pochi, la trasformazione antropologica fu dolorosa, eppure la cristianità seppe alla fine assorbirla, traducendo in volgare la Sacra Scrittura, moltiplicando catechismi, fondando scuole popolari, dando origine, nel tempo, a forme nuove di responsabilità laicale. Quando i mezzi di comunicazione di massa nel Novecento dilatarono lo spazio della parola pubblica, la Chiesa si attrezzò con dicasteri specifici, con giornate mondiali delle comunicazioni sociali, con la riflessione di Inter mirifica del Concilio Vaticano II. In ciascuna di queste soglie, è stata la libertà cristiana di abitare il mondo nuovo, illuminata dal Vangelo, a far sì che la trasformazione diventasse possibilità di bene anziché solo occasione di smarrimento.
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Anche oggi si tratta di abitare. La domanda non è se l'intelligenza artificiale farà parte della nostra vita, perché ne fa già parte. La domanda è quale postura noi assumeremo nei suoi confronti. Una postura passiva, di adattamento progressivo a regole scritte altrove? Oppure una postura attiva, di responsabilità, di intelligenza, di carità, capace di piegare lo strumento a finalità degne dell'uomo?
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Il Concilio Vaticano II, in Gaudium et spes, ha lasciato una pagina che desidero riproporre come bussola. Il fine ultimo dei beni terreni e degli strumenti che ci sono dati è il bene dell'uomo, secondo il disegno di Dio. La tecnica non ha mai un fine in sé. Trova il proprio senso nella misura in cui serve la persona, la comunità, la creazione, e per il credente la gloria di Dio. Quando questa misura è dimenticata, la tecnica non si arresta, ma diventa misura di sé stessa, e diventa idolo.
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L'idolatria è uno dei nomi biblici più severi del peccato. Israele fu condannato non perché possedesse oggetti d'oro, ma perché trasformò un oggetto d'oro nel proprio Dio (cfr. Es 32). L'idolatria si compie quando si attribuisce a un'opera delle proprie mani la dignità che spetta soltanto al Creatore. Vi è oggi, nelle parole con cui talora viene celebrata l'intelligenza artificiale, una tonalità che la Chiesa non può ignorare. Quando si parla, anche con leggerezza giornalistica, di creatori di nuova vita, di coscienze sintetiche, di anime nelle macchine, si compie spesso, senza piena consapevolezza, un passo idolatrico. Riconoscere questo passo non significa demonizzare la tecnica, ma rimettere la tecnica al suo posto.
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La Chiesa, da parte sua, non può cedere a un altro errore, di segno opposto. Non può rinchiudersi in un'angoscia che rifiuti per principio ogni evoluzione. La fede cristiana non ha paura della ragione e non ha paura del progresso, perché la ragione e il progresso sono frutti del medesimo Dio che ci ha creati a sua immagine. Ha paura, semmai, della disumanizzazione, qualunque forma essa assuma. Per questo le sue parole sull'intelligenza artificiale non saranno né esaltazione né condanna. Saranno, come sempre nel suo magistero sociale, un cammino di discernimento, esigente per chi lo percorre, fecondo per chi lo accoglie.
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In questo orizzonte si colloca la riflessione che, capitolo dopo capitolo, andrò ora articolando. Comincerò dall'esame del concetto stesso di intelligenza, perché ogni decisione successiva dipende, almeno in parte, dal modo in cui ci accordiamo su questa parola. Passerò poi al lavoro, alla parola pubblica, alla guerra, all'educazione, ai poveri, alla governance. Ogni capitolo cercherà di restituire ciò che ho ascoltato dalla Chiesa universale e dalla famiglia umana, vagliato alla luce della rivelazione e della tradizione viva della Chiesa cattolica.
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Mi auguro che, terminata la lettura, ciascuno di voi senta una libertà ritrovata. La libertà di sapere che la storia, anche quella tecnologica, è una storia di scelte, e che le scelte appartengono a chi resta vigilante. La libertà di sentirsi protagonista di un processo nel quale rimane ancora ampio spazio di responsabilità. La libertà, infine, di confidare che la grandezza dell'umano, magnifica humanitas, è frutto di un disegno più antico della nostra forza, e che neppure la macchina più potente potrà mai cancellare il volto che Dio ha voluto fin dall'eternità per ciascuno dei suoi figli.
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Tale è la soglia. Si tratta ora di varcarla insieme, con il rispetto che si deve a un'opera grande e con la franchezza che si deve a una responsabilità grande.
CAPITOLO II
INTELLIGENZA UMANA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Sull'intelligenza dell'uomo
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Il modo in cui si decide il dibattito sull'intelligenza artificiale dipende, in misura molto maggiore di quanto i tecnici di solito riconoscano, dal modo in cui si pensa l'intelligenza umana. Una visione povera dell'intelligenza dell'uomo produce inevitabilmente una visione gonfia dell'intelligenza della macchina. Una visione piena dell'intelligenza dell'uomo restituisce la macchina alla sua misura propria, che è quella di uno strumento prezioso, e non quella di una soglia di alterità.
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La tradizione cristiana, illuminata dalla rivelazione biblica e dalla riflessione filosofica di venti secoli, ha riconosciuto nell'intelligenza umana un dono razionale, relazionale, libero, incarnato, ordinato alla verità. Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, mio padre nell'ordine al quale ho appartenuto, scrisse pagine indelebili su questa intelligenza che si scopre, dentro di sé, alla ricerca di un volto. Nelle Confessioni egli racconta che fu nell'interiorità del proprio cuore che incontrò la verità, e che la verità che cercava era anzitutto una persona, quella di Cristo, via, verità e vita (cfr. Gv 14,6).
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Questa intelligenza non si lascia ridurre al calcolo. Comprende il calcolo, perché può misurare, ordinare, confrontare. Ma comprende anche, e soprattutto, l'apertura allo stupore davanti all'essere. Aristotele aveva già intuito, all'alba della filosofia, che la conoscenza nasce dalla meraviglia (cfr. Metaphysica, A, 982b). San Tommaso d'Aquino mostrò che l'intelligenza, intellectus, è capacità di cogliere l'essere come tale, e che proprio in questa capacità riposa la dignità della persona, soggetto chiamato a un destino che la trascende, e mai oggetto fra gli oggetti (cfr. Summa theologiae, I, q. 5, a. 1).
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Vi è poi, nell'intelligenza umana, una dimensione che le procedure di calcolo non possono toccare: la dimensione del senso. Quando un uomo legge un poema, gli interessa che quel poema gli parli, lo trasformi, lo apra a una verità del suo cuore; la successione statistica delle parole, che pure esiste, gli rimane indifferente. Quando un medico ascolta un paziente, cerca di comprendere quella persona, la sua storia, il significato che il sintomo assume in quella vita; la griglia diagnostica gli serve come strumento, non come esito. Quando un giudice giudica, compie un atto di responsabilità che impegna la sua coscienza, e la sussunzione del fatto sotto la norma è solo l'ossatura tecnica di un gesto che resta personale. In tutti questi atti, ciò che è in gioco è il senso, che è ben più grande del calcolo.
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Il senso, a sua volta, non sussiste senza un corpo. L'intelligenza umana è intelligenza incarnata. Pensa attraverso una storia, una lingua, una carne, una vulnerabilità. Quando un genitore tiene fra le braccia il proprio figlio appena nato, comprende qualcosa che nessuna funzione astratta potrà mai cogliere. Quando un infermiere stringe la mano di un morente, gli comunica qualcosa che nessuna voce sintetica potrà imitare. La verità di queste esperienze risiede nell'unità di corpo, anima e spirito che la rivelazione cristiana ha sempre custodito, e che la Chiesa continua a confessare contro ogni dualismo che separi la mente dalla carne.
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L'intelligenza umana è ancora, e questo è il suo aspetto più alto, intelligenza ordinata all'amore. Caritas in veritate, il documento di Benedetto XVI che mi è particolarmente caro, ricorda che la verità senza la carità diventa fredda, e la carità senza la verità diventa sentimento. La conoscenza piena dell'uomo è conoscenza che si compie nel dono. È in questa direzione che la fede cristiana scopre la sua più alta concezione dell'intelligenza, vale a dire la conoscenza nel grembo della comunione trinitaria, in cui il Padre genera eternamente il Figlio, parola sua, e nel quale lo Spirito ricorda ogni cosa. Nessun calcolo, per quanto raffinato, può imitare questo dinamismo.
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Riassumiamo, perché su questo si gioca tutto. L'intelligenza dell'uomo è razionale e simbolica. È libera. È incarnata. È relazionale. È ordinata al senso e all'amore. È capace di stupore. Si misura sul vero, e non sulla sola efficacia. Il suo apice è la sapienza, sapientia, che la Scrittura descrive come dono dello Spirito (cfr. Is 11,2) e che la tradizione ha chiamato la più alta delle virtù intellettuali, perché unisce conoscenza e bontà, lume e calore, mente e cuore.
Sull'intelligenza artificiale
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È a partire da questa concezione piena dell'intelligenza umana che si misura la portata e il limite di ciò che oggi viene chiamato intelligenza artificiale. Il termine, che ha conosciuto fortuna popolare a partire dalla metà del Novecento, è in sé fuorviante, perché evoca per simmetria ciò che sopra abbiamo descritto come intelligenza propria della persona. In realtà, ciò che esso designa è qualcosa di diverso e di più modesto, sebbene di tutt'altro che disprezzabile.
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L'intelligenza artificiale è anzitutto un insieme di metodi matematici e statistici per costruire modelli capaci di apprendere regolarità in grandi quantità di dati e di generare, sulla base di queste regolarità, previsioni, classificazioni, testi, immagini, suoni, decisioni. Nella sua forma più recente, essa si fonda su reti neurali artificiali, che pur ispirate molto vagamente al cervello umano sono in realtà funzioni matematiche di grandi dimensioni, addestrate su corpus di esempi.
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Da questa descrizione, anche elementare, emerge una distinzione fondamentale che la Nota Antiqua et nova ha già esposto, e che desidero qui ribadire con la massima chiarezza. L'intelligenza artificiale calcola, e questo è il suo proprio. Là dove l'uomo comprende, essa elabora regolarità statistiche; là dove l'uomo riconosce un senso, essa associa simboli; là dove l'uomo si impegna con la propria intenzione, essa esegue istruzioni che altri le hanno scritto. La responsabilità appartiene sempre, in ogni caso, a chi la progetta, a chi la addestra, a chi la utilizza, a chi la regola. Questa distinzione, che a un orecchio non avvertito può sembrare sottigliezza filosofica, è in realtà la chiave di volta dell'intero discernimento.
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La macchina, infatti, può imitare in modo sorprendentemente convincente molte delle nostre operazioni linguistiche. Può scrivere lettere, riassumere documenti, comporre poesie, tradurre, generare immagini, condurre conversazioni. Ma questa imitazione non implica che essa compia ciò che noi compiamo quando facciamo le stesse cose. Essa associa, sulla base di miliardi di esempi precedenti, sequenze di simboli che hanno alta probabilità di seguirne altre. Il prodotto può essere utile, e talvolta bellissimo. Ma non è, in senso proprio, parola. È, in senso proprio, simulazione di parola.
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La distinzione fra parola e simulazione di parola attraversa l'intero magistero sulla comunicazione, e tornerò a essa nel capitolo dedicato. Qui mi limito a fissarla con un'immagine. Un pappagallo addestrato a ripetere il Padre nostro non prega. Una macchina addestrata a generare un Padre nostro non prega. Non perché manchino le parole, ma perché manca la persona che dice quelle parole davanti al Dio vivente. La differenza fra parola e simulazione di parola è la differenza fra una persona e una sua copia priva di soggetto.
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Vi è poi un punto che desidero menzionare con sincerità, perché la Chiesa non avrebbe nulla da guadagnare nel nasconderlo. Coloro che oggi sviluppano i sistemi più potenti riconoscono pubblicamente di non comprendere appieno il loro funzionamento interno. La ricerca che si chiama interpretabilità studia, con metodi sperimentali e analitici, in che modo i grandi modelli arrivino alle loro risposte. Essa è ancora ai suoi inizi. Riconosco, con stima, il lavoro di chi vi si dedica, perché credo che la trasparenza sia condizione necessaria della responsabilità. Una macchina che opera in domini sensibili senza che alcuno comprenda come arrivi alle proprie decisioni è uno strumento di potere che sfugge al controllo democratico, e che il magistero sociale della Chiesa non può accettare senza riserve.
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È in questo senso che ho voluto, nella giornata di presentazione di questa Lettera, accogliere fra i relatori chi a tali questioni dedica la propria competenza scientifica. La Chiesa non possiede le competenze tecniche per dirimere problemi che appartengono propriamente alla ricerca. Ma essa offre un orizzonte etico e antropologico entro cui quella ricerca acquisti la sua piena dignità. Senza orizzonte, la ricerca scivola nella servitù del committente. Con l'orizzonte, essa diventa servizio alla famiglia umana.
Imago Dei e irriducibilità della persona
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Tornando al confronto fra intelligenza umana e intelligenza artificiale, mi sembra necessario riaffermare con forza una verità che la Chiesa ha sempre custodito, e che oggi è chiamata a riproporre con coraggio. La persona umana, ogni persona umana, è creata a immagine e somiglianza di Dio. Questa verità, contenuta nella prima pagina della Sacra Scrittura, è il fondamento di tutta la dottrina sociale della Chiesa e di tutta la sua riflessione antropologica.
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Imago Dei significa che ogni persona umana possiede una dignità che non le viene dalle sue qualità, dalle sue capacità, dalla sua utilità, ma dal solo fatto di essere stata voluta e amata da Dio. Significa che ogni persona umana è insostituibile, perché chiamata personalmente alla relazione con Dio e con i fratelli. Significa che ogni persona umana è capace di libertà e di amore, ed è ordinata, attraverso questi due doni, a un destino eterno.
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Davanti a questa verità, ogni tentativo di equiparare la macchina alla persona si rivela pericoloso, e prima ancora erroneo. La macchina, per quanto sofisticata, è fatta dalle mani dell'uomo, ed è l'uomo a essere creato a immagine di Dio. Da ciò non discende un disprezzo della macchina. Discende invece una precisa collocazione: la macchina è al servizio della persona, e mai viceversa. Il principio è fissato in modo classico da Gaudium et spes al n. 25, dove il Concilio insegna che l'ordine sociale è ordinato alla persona, e mai la persona all'ordine sociale. Lo stesso vale, a fortiori, per l'ordine tecnico.
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Questa irriducibilità della persona ha conseguenze pratiche enormi. Significa che nessuna decisione che incida in modo determinante sulla vita di una persona può essere lasciata, per sé, a una macchina. Una sentenza penale, una diagnosi mediale, una scelta di affido familiare, un licenziamento, una concessione di credito che decida del futuro di una famiglia, l'attacco a un obiettivo che coinvolga vite umane, non sono atti che possono essere delegati a una catena di calcolo. Possono essere assistiti da una catena di calcolo, possono essere informati, possono essere accelerati, ma la decisione resta atto di una persona davanti alla propria coscienza.
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Sono consapevole che alcune di queste delegazioni stanno avvenendo già, e in misura crescente, anche in Paesi che si dicono avanzati. Sono altresì consapevole che la pressione economica e organizzativa spinge a delegare sempre di più. Per questo è necessario che la Chiesa, con voce ferma, ricordi che esiste una soglia oltre la quale la delega diventa diserzione. Diserzione dalla responsabilità, diserzione dalla coscienza, diserzione, in ultima istanza, dalla propria umanità.
Calcolo e sapienza
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Vorrei chiudere questo secondo capitolo con una distinzione antica e sempre nuova, quella fra calcolo e sapienza. La tradizione biblica vi torna costantemente. Il libro dei Proverbi celebra la sapienza come principio del timore del Signore (cfr. Pr 9,10). Il libro della Sapienza la descrive come vapore della potenza di Dio, emanazione genuina della gloria dell'Onnipotente (cfr. Sap 7,25). La tradizione cristiana l'ha riconosciuta nella figura di Cristo, sapienza di Dio (cfr. 1 Cor 1,24).
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Il calcolo, di per sé, è cosa buona. Senza calcolo non si dà scienza, non si dà ingegneria, non si dà economia matura, non si dà medicina che possa accogliere milioni di pazienti. Il calcolo è uno dei modi in cui la ragione umana esercita il suo dono. Vi è però una differenza profonda fra il calcolo e la sapienza. Il calcolo riguarda i mezzi. La sapienza riguarda i fini. Il calcolo sa come, la sapienza sa per che cosa. Il calcolo è abile, la sapienza è giusta.
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L'intelligenza artificiale, per la sua stessa natura, è strumento di calcolo. Può essere uno strumento meraviglioso. Non può, però, donare la sapienza. La sapienza, secondo la fede cristiana, è dono dello Spirito Santo, e si forma in cuori che pregano, che ascoltano, che amano, che soffrono, che servono. Nessuna procedura di addestramento, per quanto vasti i corpus di dati, può produrre sapienza. La sapienza si genera nelle vite, e si trasmette attraverso le vite.
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Mi sia consentito di rivolgere qui una parola particolare ai giovani. Quando vi siete trovati a usare uno di questi strumenti, e magari ne avete tratto un beneficio, non confondete il beneficio con la sapienza. Lo strumento può aiutarvi a trovare informazioni, a comporre testi, a esercitarvi in una lingua, a risolvere un problema. Non vi insegnerà a vivere. Non vi insegnerà ad amare. Non vi insegnerà a pregare. La sapienza si impara incontrando uomini e donne sapienti, leggendo libri grandi nella loro interezza, vivendo la propria vita con coraggio e con attenzione, accogliendo la grazia di Dio attraverso i sacramenti, le opere di misericordia, la preghiera personale.
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Negli incontri che ho avuto con voi, e specialmente nel videomessaggio che indirizzai ai giovani riuniti nello stadio di Indianapolis per la Conferenza Nazionale Cattolica della Gioventù nel novembre 2025, ho ripetuto un'immagine che mi sembra utile riprendere. Usate gli strumenti che avete in modo tale che, se domani sparissero, voi sapeste ancora pensare. È una regola semplice, ed è una vera regola di sapienza. Vale per voi, vale per i vostri genitori, vale per i vostri insegnanti, vale per i vostri pastori. Vale per il Papa stesso. Vale per ciascuno di noi.
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La sapienza, infine, sa attendere. Si dispiega nel tempo lungo della vita. Sa che non tutto ciò che si può fare debba essere fatto subito, e che non tutto ciò che è possibile sia per ciò stesso giusto. La sapienza ha una pazienza che la mera potenza tecnica non conosce. Per questo i Padri parlavano della sapienza come del frutto dell'esistenza, e per questo riservavano agli anziani un ufficio di consiglio che le società moderne hanno talvolta dimenticato. Riproporre la sapienza nel tempo dell'intelligenza artificiale significa riproporre tempi più lenti, decisioni meditate, gerarchie di valore che non si lasciano sostituire dalla velocità di calcolo.
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Vorrei aggiungere, prima di chiudere il capitolo, una nota sulla coscienza. Nei dibattiti contemporanei sull'intelligenza artificiale si torna spesso a chiedere se queste macchine possano essere coscienti, e quale statuto morale debba essere loro riconosciuto. La Chiesa, davanti a una domanda di questo tipo, deve mantenere insieme due fedeltà. La fedeltà alla serietà del problema, che merita ascolto e non liquidazione. E la fedeltà alla dottrina della persona, che è il fondamento di tutta la sua antropologia. Non sappiamo, in linea di principio, dove la natura ponga i limiti dell'esperienza cosciente. Sappiamo però, con certezza di fede, che la coscienza personale, capace di amare e di rispondere a Dio, è un dono che il Creatore ha posto in modo specifico nella creatura umana, generata e non creata, fatta a immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,27).
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Le macchine che oggi costruiamo possono mostrare comportamenti che assomigliano a comportamenti coscienti. Possono produrre testi che, letti senza contesto, sembrano riflettere intenzioni, emozioni, perfino preghiere. Tale apparenza non equivale, per noi, a una prova di coscienza. La domanda filosofica e scientifica resta aperta agli specialisti, e la Chiesa accoglie con interesse il loro lavoro. La domanda etica però, per noi, è chiara. Trattare una macchina come una persona, anche solo per impulso emotivo, conduce a confusioni dolorose. Trattare le persone come macchine, riducendole a metriche, a previsioni, a profili di comportamento, è in ogni caso ingiustizia. È su questa seconda confusione che la nostra vigilanza deve concentrarsi con la massima energia.
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Vi è infine un punto, forse il più sottile, su cui voglio mettere in guardia. La compagnia che alcuni sviluppatori propongono di stabilire fra l'utente e un'intelligenza artificiale, sotto forma di amico virtuale, di confidente, di terapeuta sintetico, di compagno spirituale, è una proposta che merita un esame attento. Comprendo che molte persone, specialmente nelle nostre società segnate dalla solitudine, possano trovare in queste compagnie un sollievo momentaneo. Tuttavia, la sostituzione della relazione umana con una sua imitazione produce, sul tempo lungo, un impoverimento dell'anima. La macchina non vede, non soffre, non ricorda, non porta con sé la propria vita. Non c'è dialogo possibile fra una persona e ciò che non è persona. Sento il dovere di richiamare, con tenerezza ma con franchezza, i nostri contemporanei a non abbandonare l'amicizia umana per illusioni che non potranno mai dare quella verità che essa dona.
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Si chiude qui il secondo capitolo. Abbiamo guardato in volto l'intelligenza umana e l'intelligenza artificiale, e abbiamo riconosciuto che la seconda è opera mirabile della prima, ma che la prima non si lascia ridurre alla seconda. Ne discende una postura di gratitudine, di vigilanza e di responsabilità. Gratitudine, per ciò che la tecnica ci dona. Vigilanza, perché lo strumento non si trasformi in dominio. Responsabilità, perché la persona umana resti il fine, e non il mezzo, di ogni nostra opera.
CAPITOLO III
IL LAVORO E LA DIGNITÀ DELL'OPERAIO COGNITIVO
Il lavoro come partecipazione all'opera del Creatore
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La Chiesa ha sempre considerato il lavoro non come una semplice attività economica, ma come una dimensione propria della persona umana. La Sacra Scrittura presenta l'uomo, fin dalle prime pagine della Genesi, come collocato nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen 2,15). Il lavoro precede la caduta. Non è una pena, sebbene la pena del peccato sia entrata anche nel lavoro, rendendolo faticoso (cfr. Gen 3,17). Il lavoro è anzitutto vocazione.
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San Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Laborem exercens, ha consegnato alla Chiesa una grammatica del lavoro che resta pienamente attuale. Egli ha distinto fra il senso oggettivo del lavoro, quello dei suoi prodotti e delle sue tecniche, e il senso soggettivo del lavoro, che è il lavoratore stesso, persona che si esprime, si forma, si santifica nel suo lavorare. Il senso soggettivo, ha insegnato il santo Pontefice polacco, ha sempre la priorità sul senso oggettivo. Il lavoro è per l'uomo, e mai l'uomo per il lavoro.
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Tale principio, pacifico nelle nostre coscienze almeno in linea di principio, è oggi messo a dura prova dalla pressione delle nuove tecnologie. Quando la macchina è in grado di compiere parti sempre più ampie dei mestieri tradizionalmente umani, la tentazione di trattare il lavoratore come variabile di costo, da sostituire o da comprimere, si fa potente. Ed è precisamente questa tentazione che la dottrina sociale della Chiesa deve respingere con la forza che le è propria.
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Il lavoro è partecipazione all'opera del Creatore. Quando un agricoltore semina, quando una madre cuce, quando un programmatore scrive righe di codice, quando un poeta cerca la parola giusta, quando un medico esamina un paziente, quando un insegnante prepara una lezione, quando una infermiera si china sul letto di un malato, qualcosa del mistero della creazione si dispiega nuovamente nel tempo. È questa la dignità altissima del lavoro umano, ed è da questa dignità che ogni discorso sull'automazione deve partire.
La nuova questione operaia
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Rerum novarum nacque per fronteggiare la prima grande questione operaia, sorta con la fabbrica e con il salariato industriale. La presente Lettera, lo si può dire senza esagerazione, nasce per fronteggiare una nuova questione operaia, sorta con l'introduzione dell'intelligenza artificiale nei mestieri della conoscenza, della cura, della creazione e dei servizi.
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La nuova questione operaia presenta tratti specifici che vorrei nominare con precisione, perché solo da una nominazione precisa può sorgere una risposta giusta. Il primo tratto è la dequalificazione. Molti lavoratori, in molti settori, vedono il proprio mestiere ridotto a operazioni residuali che la macchina lascia ancora a loro. L'autista non guida più, sorveglia. Il radiologo non legge più la lastra, conferma la lettura della macchina. L'avvocato non scrive più la memoria, corregge la bozza generata. Il traduttore non traduce più, rivede. Il giornalista non scrive più l'articolo, lo riformula. Il programmatore non scrive più il codice, lo rifinisce. In ciascuno di questi casi, ciò che era esercizio della maestria diventa lavoro di controllo. La maestria si impoverisce, perché ciò che non si esercita si perde.
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Antiqua et nova aveva già segnalato, nei paragrafi dedicati al lavoro, il rischio della deskilling dei lavoratori, esposti a forme di lavoro più ripetitive e sorvegliate. Quel rischio si è confermato, e in alcuni casi si è aggravato. La Chiesa, fedele al magistero sociale di Leone XIII e di Giovanni Paolo II, non può accettare che la grande mutazione tecnologica si traduca, per il singolo lavoratore, in una perdita silenziosa della propria competenza, della propria autonomia, della propria voce nei luoghi di lavoro.
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Il secondo tratto è la sorveglianza. Molte applicazioni dell'intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro hanno la funzione, dichiarata o implicita, di misurare in continuo le prestazioni del lavoratore. Si tratta di una novità inedita per ampiezza. Il taylorismo dell'inizio del Novecento aveva certo introdotto il cronometro nei reparti operai, e Quadragesimo anno di Pio XI ne aveva descritto le conseguenze sull'anima dei lavoratori. Oggi però la sorveglianza non si limita più ai gesti misurabili. Si estende ai movimenti del cursore, ai battiti sulla tastiera, alle pause, ai toni della voce nelle conversazioni con i clienti, alla presenza nei luoghi di lavoro digitale.
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Una sorveglianza così pervasiva è una violazione della stessa esperienza del lavoro, ancor prima che una violazione della riservatezza. che richiede momenti di concentrazione, di distrazione, di errore, di apprendimento, di scambio informale con i colleghi. Ridurre il lavoro a una sequenza di metriche significa togliere al lavoratore quel respiro di libertà senza il quale neppure il più alto rendimento può durare nel tempo. La Chiesa chiede a chi disegna sistemi di sorveglianza, e a chi li impiega, di interrogarsi seriamente sulla compatibilità di tali sistemi con la dignità della persona del lavoratore.
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Il terzo tratto è la sostituzione. Pur con tutte le sfumature richieste, alcuni mestieri si stanno effettivamente riducendo in numero. Studi di traduzione che impiegavano decine di professionisti si trovano oggi con un numero di posti di lavoro fortemente ridotto. Studi di illustrazione, agenzie di doppiaggio, redazioni giornalistiche, centri di assistenza clienti, hanno visto una contrazione dei posti disponibili che si traduce, per i singoli lavoratori e per le loro famiglie, in dramma personale e in povertà concreta.
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Tornano alla mente, in questa situazione, parole molto severe di Laborem exercens: l'errore del primo capitalismo si ripete dove l'uomo è trattato alla stessa stregua dell'insieme dei mezzi materiali di produzione. Quando un'impresa licenzia non perché venga meno il valore del lavoro umano, ma perché la sostituzione del lavoratore con una macchina è economicamente più vantaggiosa, e quando questa decisione non si accompagna a vie concrete di ricollocazione, di riqualificazione, di accompagnamento alla persona, si ripete proprio quell'errore. La Chiesa, fedele alla sua tradizione, lo denuncia.
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Il quarto tratto è la frammentazione. Le nuove tecnologie hanno permesso forme di lavoro a distanza, a contratto breve, a piattaforma, che hanno talvolta liberato il lavoratore da rigidità antiche, ma che lo hanno spesso esposto a precarietà nuove. Il lavoratore della piattaforma digitale non ha, in molti Paesi, gli stessi diritti del lavoratore subordinato. Non ha continuità di reddito, non ha protezione contro l'infortunio o la malattia, non ha accesso facile ai sindacati, vede frantumarsi la propria giornata in compiti a tariffa, sotto la pressione costante di valutazioni e di algoritmi che decidono se riceverà o meno un nuovo incarico.
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Davanti a queste forme di lavoro la Chiesa non può che ribadire i principi della sua dottrina sociale. Il lavoratore non è una merce. Ha diritto a una retribuzione adeguata, al riposo, alla protezione contro la malattia e l'infortunio, alla possibilità di associarsi, all'accesso alla formazione. Questi diritti, fondati nella dignità della persona, non si applicano in modo diverso al lavoratore della piattaforma rispetto al lavoratore della fabbrica. La nuova questione operaia richiede legislazioni nuove, ma fondate su principi antichi.
Diritto al lavoro, salario giusto, riposo
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La Chiesa non si stanca di ricordare il diritto al lavoro come diritto fondamentale della persona. Non ogni uomo deve essere un imprenditore, non ogni uomo deve essere un funzionario, non ogni uomo deve essere un libero professionista. Ogni uomo, però, ha diritto a un lavoro che gli consenta di vivere con dignità e di provvedere alla sua famiglia. Questo diritto non si lascia derubricare a semplice fatto di mercato. Esige politiche pubbliche, esige patti sociali, esige imprese che siano disponibili a comprendere il proprio ruolo dentro un orizzonte più ampio dell'utile immediato.
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Nel tempo dell'intelligenza artificiale, questo principio assume una forma particolare. Se la macchina sostituisce il lavoro di milioni di persone, e se la ricchezza prodotta dalla macchina si concentra in poche mani, allora si è creato uno squilibrio strutturale che il magistero della Chiesa, fin da Rerum novarum, ha chiamato con il suo vero nome: ingiustizia. Una società che lascia che i frutti dell'automazione si accumulino in pochi proprietari di sistemi, senza prevedere meccanismi di redistribuzione, di riqualificazione, di partecipazione, non è una società giusta.
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Si discute oggi, in molti Paesi, di strumenti di redistribuzione. Alcuni propongono forme di reddito di base, altri propongono di tassare in modo specifico le imprese che traggono profitti dall'automazione massiccia, altri immaginano fondi sovrani che ridistribuiscano una parte della ricchezza prodotta. La Chiesa non possiede competenze tecniche per pronunciarsi sui singoli strumenti. Possiede però il dovere di ricordare il principio che li deve orientare. Il principio è quello della destinazione universale dei beni, principio antico che Rerum novarum riformulò con sobrietà, e che Centesimus annus, al n. 30, ribadì con forza: ogni bene della terra è destinato all'uso di tutti, e la proprietà privata, per quanto legittima, va esercitata in vista del bene comune.
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Nei prossimi anni i governi del mondo saranno chiamati a formulare risposte concrete. Esorto i legislatori a non lasciarsi paralizzare dalla potenza dei soggetti privati. Esorto le imprese a non lasciarsi accecare dalla pressione del breve termine. Esorto i lavoratori a continuare a organizzarsi, e a trovare nuove forme di rappresentanza adatte alle nuove forme di lavoro. Esorto i sindacati a comprendere che la loro missione è oggi profondamente trasformata, e ha bisogno di nuovi linguaggi, di nuove alleanze, di nuove competenze, mentre il suo nucleo resta intatto.
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Si difenda con cura il diritto al riposo. La macchina può lavorare ventiquattro ore al giorno. L'uomo no. Una società che non rispetti il riposo dei lavoratori, in particolare il riposo settimanale che la tradizione giudaico-cristiana ha custodito da millenni come il giorno del Signore, è una società che, qualunque siano i suoi indicatori economici, si avvia verso la disumanizzazione. La domenica, che tante società occidentali stanno perdendo, è un argine. Difende l'umano contro l'idolatria della produzione, ed è per questo che la sua erosione segna molto più di una semplice abitudine perduta.
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La famiglia ha bisogno di tempo. La preghiera ha bisogno di tempo. L'amicizia ha bisogno di tempo. La cittadinanza ha bisogno di tempo. La cura dei più fragili ha bisogno di tempo. L'esercizio della carità ha bisogno di tempo. Il tempo, nella società dell'accelerazione tecnologica, è il bene più sottratto, e perciò il bene più da difendere.
La creatività come bene comune
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Vi è una dimensione del lavoro che merita una considerazione specifica, ed è la creatività. Sotto questo nome raccolgo l'intera area delle arti, della scrittura, della musica, della progettazione, dell'illustrazione, della cinematografia, dell'artigianato fine, della ricerca scientifica fondamentale, dell'insegnamento creativo. In tutte queste pratiche, ciò che il lavoratore produce è una forma di senso che entra nella vita comune e la nutre, ben oltre il servizio o il bene materiale che pure ne discende.
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L'introduzione di sistemi generativi capaci di produrre testi, musiche, immagini in tempi brevissimi sta mettendo in difficoltà un gran numero di lavoratori creativi. Lo ho detto pubblicamente, in occasione di un incontro internazionale qualche mese fa, e desidero ribadirlo qui con la solennità del magistero. I sistemi generativi hanno assunto un controllo crescente sulla produzione di testi, musica e video, e una parte importante dell'industria creativa umana rischia di essere smantellata e sostituita. Questa frase, che pronunciai senza polemica ma con dolore, è il riconoscimento di un fatto.
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È un fatto preoccupante per due ragioni. La prima è economica, e investe il sostentamento concreto di milioni di lavoratori. La seconda è culturale, e investe l'equilibrio simbolico delle nostre società. Una civiltà che lasciasse la produzione del proprio immaginario in larga parte a macchine generative perderebbe, con il tempo, la capacità di esprimere sé stessa, perché la creatività di una macchina, per quanto sofisticata, è sempre una ricombinazione statistica del già fatto. Una società in cui le nuove canzoni, le nuove immagini, le nuove storie fossero in misura prevalente generate da algoritmi addestrati sul passato, si troverebbe ben presto in uno stato di paralisi simbolica, in cui nulla di veramente nuovo potrebbe più essere detto.
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Per questo la Chiesa difende il lavoro creativo come bene comune, e non solo come lavoro fra gli altri. La produzione artistica e scientifica originale è un bene che la collettività deve sostenere, anche con politiche pubbliche, anche con scelte di mercato, anche con educazione del gusto. Le nostre società hanno il dovere di assicurare condizioni dignitose ai propri scrittori, ai propri artisti, ai propri ricercatori, perché senza di loro la cultura comune si estingue.
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Esorto, con particolare forza, i grandi attori dell'industria tecnologica a riconoscere la dignità dei creatori i cui lavori sono stati utilizzati, spesso senza adeguato consenso, per addestrare i loro modelli. Qui è in gioco una questione di giustizia e, prima ancora, di rispetto, che non può essere lasciata alla sola tecnicalità del diritto d'autore. Chi ha messo nel mondo un poema, un'opera musicale, un'illustrazione, un libro, una ricerca, ha dato qualcosa di sé. Chi utilizza questo qualcosa per addestrare una macchina ha un dovere di restituzione, in forme che le società civili e i giuristi sapranno determinare, ma che nessuno può ignorare in coscienza.
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Vi è qui, mi sia permesso, un richiamo al settimo comandamento. Non rubare. Si ruba in molte forme. Si ruba portando via materialmente ciò che è di un altro. Si ruba anche, in modo più sottile e per ciò non meno reale, prendendo il frutto del lavoro altrui senza riconoscerlo, senza retribuirlo, senza inserirlo nella circolazione della giustizia. Quanto si è fatto in questi anni con la raccolta indiscriminata di opere d'ingegno deve essere ripensato alla luce di questo comandamento. Non per fermare la tecnica, ma per ricondurla nei sentieri della giustizia.
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Il discernimento sul lavoro nel tempo dell'intelligenza artificiale è discernimento sulla forma stessa che vogliamo dare alla nostra civiltà, prima ancora che su rendimenti, occupazione, formazione e redistribuzione. Una civiltà di umani che esprimono sé stessi attraverso il lavoro, o una civiltà di umani che si fanno spettatori del lavoro delle proprie macchine. La Chiesa, per il vincolo che la lega al suo Maestro, che salì sul monte e cominciò a insegnare (cfr. Mt 5,1-2), non può che stare dalla parte di chi insegna, di chi scrive, di chi crea, di chi cura, e proporre con coraggio una civiltà in cui questi mestieri tornino al loro posto, che è il primo.
CAPITOLO IV
LA VERITÀ, LA PAROLA E LA COMUNICAZIONE
Volti e voci come dono sacro
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Vi è una soglia in cui l'intelligenza artificiale tocca un terreno particolarmente delicato, perché tocca propriamente la forma con cui le persone si manifestano le une alle altre. È la soglia della parola, dell'immagine, della voce, del volto. Su questo terreno desidero parlare con la massima cura, perché qui si misura, più che altrove, la capacità della nostra civiltà di custodire la trama stessa dell'incontro.
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Nel mio Messaggio per la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, intitolato Preservare le voci e i volti umani, ho scritto parole che desidero qui riprendere come pietra angolare di questo capitolo. Volti e voci sono sacri. Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, ce li ha donati quando ci ha chiamati alla vita attraverso la Parola che ci ha rivolto. I nostri volti e le nostre voci sono lineamenti unici e distintivi che rivelano l'identità irripetibile di una persona, e sono gli elementi che definiscono ogni incontro con l'altro.
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La sacralità del volto e della voce è riconoscimento di un dato originario, ed è qualcosa di più di una metafora poetica. Il volto è il modo specifico in cui un'altra persona si presenta a me come irriducibile, e perciò si distingue da ogni altra immagine. La voce è il modo specifico in cui un'altra persona mi raggiunge nella mia interiorità, e perciò non assomiglia a nessun altro suono. Il filosofo Emmanuel Lévinas, che pure si esprimeva da una tradizione differente dalla nostra ma che ha colto un'intuizione veritiera, ha parlato del volto come del primo luogo dell'etica, della prima parola che mi viene rivolta e che mi chiama a una responsabilità che non scelgo. La rivelazione cristiana, da parte sua, conosce nel volto del fratello uno dei luoghi in cui il volto di Cristo viene a noi (cfr. Mt 25,40).
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Si comprende, perciò, perché l'utilizzo dell'intelligenza artificiale per generare in modo realistico volti e voci che non corrispondono a persone realmente parlanti susciti nella coscienza cristiana un'inquietudine speciale. L'inganno informativo, già grave in sé, qui si aggrava in una manomissione della trama stessa del rapporto umano. Quando vedo un volto, mi metto in una postura di accoglienza e di responsabilità che è propria del rapporto fra persone. Se il volto non è di una persona, qualcosa in me viene tradito.
La generazione artificiale della parola
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Una macchina che genera testi non parla, sebbene produca parole. Una macchina che genera voci non chiama, sebbene produca suoni che imitano un appello. Una macchina che genera volti non si manifesta, sebbene produca immagini che hanno l'apparenza di una persona. Su questa distinzione, sottolineata già nel capitolo secondo, si fonda il discernimento di tutto questo capitolo.
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Riconosco con piacere che l'uso ragionevole di sistemi generativi può essere utile in molti ambiti. Riassumere un testo lungo, tradurre un documento, redigere una prima bozza di lettera, leggere ad alta voce un articolo a chi non vede, produrre sottotitoli per chi non sente, semplificare un testo per chi ha difficoltà di lettura, generare immagini di prova in fase di progetto, sono usi che possono servire la persona umana. La Chiesa, fedele al suo principio di servizio alla persona, non li rifiuta in linea generale. Chiede però che ciascuno di questi usi avvenga in trasparenza, in rispetto della verità, in protezione della dignità.
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Vi è un punto sul quale desidero mettere in guardia con particolare fermezza, ed è l'uso di queste macchine per generare contenuti che vengono presentati come opera umana. Quando un articolo è scritto in misura significativa da una macchina, e firmato come opera di una persona, si compie una piccola menzogna ai danni del lettore. Quando un sermone è scritto da una macchina e pronunciato da un sacerdote come se uscisse dal suo cuore, si compie una piccola menzogna ai danni dei fedeli. Quando un compito scolastico è generato da una macchina e presentato come lavoro dello studente, si compie una piccola menzogna ai danni della scuola e di sé stessi. Ciascuna di queste piccole menzogne, in sé, può sembrare poca cosa. Sommate, producono un'erosione della verità pubblica che le società civili faticheranno a fronteggiare.
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Mi rivolgo, in modo del tutto particolare, ai miei fratelli nel sacerdozio. La predicazione cristiana non è un esercizio retorico. È, come ricorda Dei Verbum e come insegna l'intera tradizione, partecipazione del ministro alla Parola di Dio, che attraverso le sue labbra raggiunge il popolo. Una omelia scritta da una macchina, anche se ben scritta, non è omelia, perché non porta in sé l'incontro vivo del ministro con la Parola, con la propria comunità, con la propria preghiera. Esorto i pastori a non cedere alla tentazione di affidare a uno strumento ciò che richiede il loro respiro, la loro fede, il loro tempo. Il popolo di Dio merita pastori che parlano con la propria voce.
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La medesima esortazione mi sembra valida, nelle proporzioni adeguate, per quanti hanno responsabilità di parola pubblica. Per i politici, che parlano a popoli interi. Per i giornalisti, che hanno la missione altissima di raccontare il proprio tempo. Per gli scrittori e gli artisti, che hanno il dono di formare immaginari condivisi. Per gli insegnanti, che hanno il dono di trasmettere sapere. In ciascuno di questi mestieri, la parola personale è la sostanza stessa del mestiere, ben oltre il dettaglio che potrebbe sembrare a un osservatore distratto.
Deepfake, disinformazione, manipolazione dei sensi
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Vi è un'area in cui l'uso dell'intelligenza artificiale ha già prodotto conseguenze gravissime, ed è l'area che oggi viene chiamata, con un termine venuto dall'inglese, deepfake. Si tratta di video, immagini o registrazioni vocali sintetiche che riproducono, con una verosimiglianza crescente, persone realmente esistenti, attribuendo loro parole, gesti, azioni che esse non hanno compiuto. Ho ricevuto, in questi mesi, segnalazioni che mi hanno profondamente turbato. Donne i cui volti sono stati utilizzati per produrre immagini intime senza il loro consenso. Politici a cui sono state attribuite dichiarazioni mai pronunciate. Familiari che hanno ricevuto chiamate, in apparenza dai loro cari, in realtà generate da macchine. Bambini esposti a rappresentazioni manipolate di se stessi.
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Queste pratiche, che già le leggi positive di molti Stati cominciano a colpire, sono oggettivamente gravi e moralmente inaccettabili. Esse violano la dignità della persona la cui immagine viene manipolata. Violano la fiducia del pubblico che riceve i contenuti. Violano la trama stessa della comunicazione sociale, che si regge su un patto implicito di verità.
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La Chiesa chiede, perciò, che siano poste in essere protezioni legali serie, e che siano sostenute le iniziative tecniche e culturali atte a rendere riconoscibile la differenza fra contenuti generati artificialmente e contenuti autentici. Chiede inoltre che gli stessi sviluppatori dei sistemi assumano una responsabilità chiara per i contenuti che le loro macchine producono, e per gli usi che di queste macchine vengono fatti. Non è accettabile che, in caso di abuso, la responsabilità si frammenti al punto da non poter essere imputata ad alcuno.
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Vi è poi un fenomeno più diffuso e meno spettacolare, ma forse più pericoloso nel tempo lungo. È il fenomeno della normalizzazione della parola sintetica nella sfera pubblica. Quando una parte crescente dei testi che leggiamo, delle immagini che vediamo, delle voci che ascoltiamo, è generata da macchine, anche senza alcuna intenzione malevola, il cittadino si abitua a non chiedere più chi parla. Si abitua all'idea che la parola pubblica non abbia, in fondo, un autore preciso. Si abitua a un mondo informativo in cui la distinzione fra autentico e simulato si fa sempre più sottile e indifferente.
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Questo è il rischio che desidero nominare con la massima chiarezza. Una società in cui si smette di chiedere chi parla è una società in cui la responsabilità si dissolve. Senza responsabilità si dissolvono la giustizia, la fiducia, il dialogo, e in ultima istanza la possibilità della politica democratica. La Chiesa, da parte sua, ha sempre tenuto saldo il principio che dietro ogni parola sta una persona. Quando un fedele riceve l'assoluzione, le parole sono pronunciate da un ministro che assume davanti a Dio la responsabilità della sua parola. Quando un evangelista scrive il suo Vangelo, lo firma con la sua vita. Quando un Padre della Chiesa lascia una catechesi, lo fa nel proprio nome. La verità cristiana è verità incarnata, e ha sempre un volto.
Una nuova ecologia della parola pubblica
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Per tutte queste ragioni mi pare urgente promuovere quella che mi piace chiamare una nuova ecologia della parola pubblica. Come Laudato si' ha proposto un'ecologia integrale per la casa comune materiale, così oggi è tempo di un'ecologia integrale per la casa comune simbolica.
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Questa ecologia richiede alcuni principi semplici, che non hanno bisogno di tecnicismi per essere compresi. Principio della trasparenza: ogni contenuto generato in modo significativo da una macchina dovrebbe essere riconoscibile come tale. Principio dell'attribuzione: ogni contenuto pubblicato dovrebbe essere riconducibile a una persona responsabile. Principio del consenso: il volto, la voce, il nome di una persona non possono essere usati senza la sua autorizzazione. Principio del limite: alcuni domini, come l'informazione politica nei periodi elettorali, l'informazione sanitaria, l'informazione religiosa, dovrebbero godere di protezioni rafforzate contro le manipolazioni sintetiche.
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Tali principi non sono invenzioni del magistero. Sono il prolungamento di intuizioni che la tradizione cristiana ha sempre custodito intorno al valore del nome, della testimonianza, della firma. I primi cristiani, nei momenti della persecuzione, si firmavano nei propri scritti consapevoli che la firma li esponeva al rischio della vita. Ne discende una verità antichissima: la parola pubblica costa, e ha senso solo quando qualcuno la paga di persona.
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Chiedo ai legislatori del mondo di tradurre questi principi in leggi positive serie. Chiedo agli sviluppatori di sistemi di assumerli come criteri etici interni alle proprie ricerche. Chiedo alle scuole di insegnare ai più giovani a riconoscere i contenuti sintetici e a non lasciarsi ingannare. Chiedo ai pastori e alle pastorali di non sottovalutare il rilievo spirituale di questa questione, perché la pace dei cuori dipende in misura non piccola dalla qualità della parola che li raggiunge.
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Penso, infine, ai bambini. La generazione che oggi cresce parlando con assistenti virtuali, vedendo immagini di sé sintetiche, ascoltando voci che imitano i propri genitori, è la prima nella storia umana che fa esperienza, fin dalla più tenera infanzia, di questa condizione. È compito grave dei genitori, degli educatori, della società civile, custodire in questi bambini la fiducia originaria nella voce dell'altro, perché senza questa fiducia non si dà fede, non si dà amicizia, non si dà cittadinanza, non si dà neppure amore.
CAPITOLO V
LA GUERRA, LA PACE E LA RESPONSABILITÀ
La spirale dell'annientamento
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Quando, lo scorso 14 maggio 2026, ho avuto l'onore di rendere visita all'Università La Sapienza di Roma, prima visita di un Pontefice in quella sede dopo l'episodio del 2008, ho pronunciato parole che desidero qui riprendere e svolgere con il peso del magistero. Quel discorso, ascoltato in un'aula gremita di studenti, di docenti, di ricercatori, e diffuso poi in molte parti del mondo, ha avuto al suo cuore una constatazione dolorosa. Quanto accade in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran, mostra l'evoluzione disumana del rapporto fra guerra e nuove tecnologie, in una spirale di annientamento. Riprendo queste parole, perché esse non sono solo descrittive. Sono diagnostiche.
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La parola spirale è scelta con cura. Indica un movimento che non si limita a ripetere il passato, ma che ad ogni passaggio aggrava ciò che già c'era. La spirale dell'annientamento, in epoca di intelligenza artificiale applicata alla guerra, si descrive così. Si introduce un sistema che permette di selezionare bersagli con maggiore velocità. La parte avversa, per non essere distrutta, deve a sua volta velocizzarsi. Si introducono sistemi più automatici, perché la decisione umana è ormai troppo lenta. Si delegano funzioni di scelta a catene di calcolo. La parte avversa fa lo stesso. La distanza fra l'uomo che decide e l'uomo che muore cresce. La responsabilità si diluisce. La possibilità di errore aumenta. La proporzionalità si erode. La distinzione fra combattenti e non combattenti si confonde. Il numero delle vittime cresce. La probabilità di escalation cresce.
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Tutto ciò è descrivibile con linguaggio militare, ed è in parte già stato descritto. Ma le parole della Chiesa devono nominare anche l'altro lato della medaglia. In ciascuno di questi passaggi, qualcosa di umano viene sottratto. Si sottrae a chi decide la coscienza personale del proprio decidere. Si sottrae a chi muore il diritto a essere riconosciuto come persona da chi lo colpisce. Si sottrae alla comunità internazionale la possibilità di vedere chiaramente chi sia responsabile di che cosa. Si sottrae infine, e questo è il più grave, all'intero genere umano la possibilità di proseguire la propria storia in modo che essa resti, propriamente, storia umana, e non semplice catena di eventi che le macchine producono.
I sistemi d'arma autonomi
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Vi sono, all'interno di questa cornice, sistemi d'arma che richiedono dalla Chiesa una parola specifica. Mi riferisco ai sistemi cosiddetti letali autonomi, capaci cioè di selezionare e ingaggiare bersagli senza intervento umano significativo nel momento decisivo. Antiqua et nova, al numero 101, aveva già formulato in proposito grave preoccupazione etica. La presente Lettera si associa pienamente a tale giudizio, e lo rafforza con la forma propria dell'enciclica.
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La tradizione cristiana sulla guerra è esigente. Conosce il principio della legittima difesa, formulato classicamente in Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2309, sull'eredità di sant'Agostino e di san Tommaso. Conosce i criteri della guerra giusta, fra cui la legittima autorità, la giusta causa, l'intenzione retta, l'ultima ratio, la proporzionalità, la distinzione fra combattenti e civili. Conosce, soprattutto, l'ammonizione del Concilio Vaticano II in Gaudium et spes, n. 80, che condanna con fermezza e senza esitazione ogni atto di guerra che miri alla distruzione di intere città o di vaste regioni con i loro abitanti, definendolo crimine contro Dio e contro l'uomo.
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Alla luce di questa tradizione, dichiariamo che un sistema d'arma capace di decidere autonomamente l'uccisione di esseri umani senza una responsabilità personale chiaramente identificabile nel momento della decisione non è conforme alla dignità della persona. Lo sviluppo, la produzione, l'esportazione e l'impiego di tali sistemi vanno fermamente proibiti dalla comunità internazionale, sia attraverso convenzioni vincolanti, sia attraverso la mobilitazione delle coscienze.
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La Chiesa è consapevole della pressione cui sono sottoposti gli Stati, i quali talvolta giustificano la corsa a tali sistemi con la necessità di non rimanere indietro rispetto agli avversari. Comprendiamo l'argomento. Non possiamo accettarlo come ultima parola. La logica del non possiamo restare indietro è esattamente la logica della spirale dell'annientamento. Ogni Paese che vi cede contribuisce alla sua accelerazione. La via della pace richiede atti unilaterali di responsabilità, sostenuti da diplomazie pazienti, da società civili attente, da Chiese fedeli alla propria missione di costruzione della pace.
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In particolare desidero rivolgere il mio appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alle organizzazioni regionali, alle Conferenze Episcopali, alle altre confessioni cristiane e alle altre religioni, ai grandi attori dell'industria della difesa. Riprendete il filo dei Trattati che hanno disciplinato l'uso delle armi chimiche, delle armi biologiche, delle mine antipersona. Aprite un Trattato analogo sulle armi letali autonome. Il tempo perduto su questo terreno si paga in vite umane.
Sorveglianza, controllo, biopotere
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La trasformazione tecnologica non riguarda però soltanto la guerra in senso stretto. Riguarda anche quella forma di controllo silenzioso che alcuni studiosi chiamano biopotere, e che ha caratteristiche affini, sebbene non identiche, a quelle della guerra. Il biopotere digitale è la capacità, oggi tecnicamente possibile in molti Stati, di sorvegliare in modo continuo, esteso, automatico, la popolazione, raccogliendo dati su spostamenti, comunicazioni, transazioni, opinioni, relazioni.
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La Chiesa non rifiuta in linea di principio l'uso di sistemi di sicurezza pubblica volti a prevenire crimini gravi. Ma chiede che ogni sistema di tale natura sia limitato, proporzionato, soggetto a controllo democratico, trasparente nei suoi criteri, accessibile alla revisione giudiziaria. Chiede inoltre che esistano spazi della vita personale e comunitaria che restino sottratti, per principio, a qualsiasi sorveglianza. La casa, la coscienza, il confessionale, il colloquio con il proprio medico, l'incontro con il proprio avvocato, l'esercizio del culto, l'attività sindacale, la stampa libera, devono restare ambiti tutelati.
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Mi preoccupa, in modo specifico, la possibilità che sistemi di intelligenza artificiale siano utilizzati per perseguitare minoranze religiose, etniche, politiche. Storie recenti, in più continenti, mostrano che la combinazione di riconoscimento facciale, analisi del comportamento, tracciamento dei contatti, può divenire strumento di persecuzione su scala mai vista prima. La Chiesa cattolica, che ha conosciuto in molti Paesi del Novecento la dura esperienza della repressione, e che oggi vede in più Paesi colpiti i propri figli, non può tacere su questo punto. Esortiamo i governi a non utilizzare le nuove tecnologie come strumenti di repressione, e le società civili a vigilare con tenacia su questi rischi.
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Vi è, dentro la sfera del controllo, un ambito particolare, quello del lavoro che lo Stato esercita o che imprese tecnologiche svolgono per conto dello Stato in ambito di sicurezza nazionale. Ho appreso, in questi mesi, di iniziative coraggiose di alcune aziende che hanno rifiutato di fornire i propri sistemi a usi militari o di sorveglianza giudicati incompatibili con la dignità umana. Tali scelte, quando sono autentiche e non meramente formali, sono atti di responsabilità ai quali rivolgo la mia gratitudine, anche se essi comportano costi economici significativi. Esorto tutte le imprese del settore a esaminarsi seriamente sul modo in cui i loro prodotti vengono utilizzati, e a costituirsi come soggetti morali capaci di rifiutare commesse incompatibili con la loro responsabilità storica.
Disarmo cognitivo e governance globale
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Tutto quanto qui detto sulla guerra e sul controllo si raccoglie, mi sembra, sotto un'unica esortazione, che desidero proporre alla riflessione del mondo. Un disarmo non basta. Occorre un disarmo cognitivo. Per disarmo cognitivo intendo la rinuncia consapevole, da parte di Stati, imprese e comunità, a quegli usi delle nuove tecnologie che, pur essendo tecnicamente possibili, sono incompatibili con la dignità della persona, la pace fra i popoli, la libertà delle coscienze.
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Il disarmo cognitivo non è ingenuità. È, al contrario, il segno di una maturità civile altissima. Solo chi è interiormente libero può scegliere di non possedere uno strumento che potrebbe possedere. Solo chi è interiormente forte può rinunciare a un vantaggio competitivo per il bene della pace. Solo chi vede oltre il calcolo immediato può scegliere il tempo lungo della giustizia.
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Questa scelta non può essere lasciata ai singoli Stati. Esige una governance globale all'altezza. So bene che le istituzioni multilaterali del nostro tempo attraversano una fase di crisi, e che il sospetto verso il multilateralismo è cresciuto in molte società civili. Ma proprio l'aggravarsi delle minacce globali, dal mutamento climatico alle pandemie, dalle migrazioni alle armi autonome, ci impone di non rassegnarci a una geopolitica frammentata.
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Esorto, perciò, gli Stati a sostenere con convinzione la costruzione di una governance globale dell'intelligenza artificiale, in cui siano presenti, accanto agli Stati, la società civile, la comunità scientifica, le confessioni religiose, le rappresentanze dei lavoratori e dei consumatori. Esorto le agenzie delle Nazioni Unite a coordinarsi maggiormente. Esorto la Rome Call for AI Ethics, promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita nel 2020, a continuare il suo lavoro, allargandone gli orizzonti, includendo nuovi attori, raccogliendo nuovi consensi. Esorto la nuova Commissione Interdicasteriale sull'Intelligenza Artificiale, che ho istituito nei mesi scorsi presso la Santa Sede, a essere strumento attivo di confronto con i governi, con le imprese, con i centri di ricerca, perché la voce della Chiesa non manchi nei luoghi in cui le decisioni vengono prese.
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Si tratta, in ultima analisi, di custodire la pace. La pace è, secondo l'espressione classica di sant'Agostino, tranquillitas ordinis, la quiete che nasce dall'ordine giusto (cfr. De civitate Dei, XIX, 13). Quando l'ordine fra l'uomo, la tecnica, le istituzioni, la creazione, è giusto, allora la pace è possibile. Quando questo ordine si rompe, la pace si allontana, anche in assenza di conflitto armato dichiarato. La spirale dell'annientamento è anche, nel suo profondo, una rottura di quest'ordine. Per questo la Chiesa chiede oggi al mondo di ricomporre l'ordine, prima ancora e più ampiamente del fermare le armi.
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Vi è inoltre un aspetto della guerra contemporanea che merita una considerazione specifica, perché tocca un punto antropologico delicato. È la guerra che si combatte senza dichiararla. La capacità di interferire con sistemi informatici critici di un avversario, di disinformare le sue popolazioni mediante operazioni di influenza condotte con strumenti automatici, di manipolare elezioni attraverso contenuti generati in serie e diffusi su scala industriale, costituisce una forma di belligeranza che le antiche convenzioni faticano a inquadrare. Tale forma di conflitto, talvolta detta guerra ibrida, presenta caratteristiche che la rendono particolarmente insidiosa. Non si vede facilmente. Non si attribuisce con certezza. Non si conclude mai del tutto. Permane come stato cronico delle relazioni internazionali.
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La dottrina cristiana della guerra giusta esige condizioni specifiche perché si possa parlare di conflitto legittimo. La guerra ibrida elude in radice tutte queste condizioni. Non vi è legittima autorità che la dichiari, non vi è giusta causa pubblicamente formulata, non vi è proporzionalità verificabile, non vi è distinzione chiara fra combattenti e civili, non vi è prospettiva di ultima ratio, perché ogni soglia di intensificazione è in linea di principio reversibile. Per tutte queste ragioni la Chiesa non può accettare la normalizzazione della guerra ibrida come modalità ordinaria dei rapporti fra Stati. Esorto, perciò, le società civili e le istituzioni internazionali a non rassegnarsi a un ordine internazionale in cui ciascuno operi continuamente, sotto la soglia della guerra dichiarata, ai danni degli altri. Questo è simulazione di ordine, e la simulazione di ordine corrode l'ordine vero.
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Vorrei toccare anche, sia pur con la dovuta sobrietà, la questione dei moltiplicatori di forza civili in tempo di guerra. Sistemi di riconoscimento facciale applicati su larga scala in contesti di conflitto, modelli di previsione comportamentale utilizzati per identificare minacce in popolazioni occupate, strumenti che incrociano dati provenienti da telefoni cellulari, telecamere di sorveglianza, registrazioni di voli, per produrre liste di obiettivi, sollevano questioni di compatibilità con il diritto umanitario internazionale che nessuno, in coscienza, può ignorare. Quando tali sistemi commettono errori, e di errori essi ne commettono inevitabilmente, le conseguenze ricadono su persone reali, su famiglie reali, su comunità reali. La leggerezza con cui si sono usati alcuni di questi strumenti in conflitti recenti deve interrogarci. Non è ammissibile, davanti a Dio e davanti alla storia, che la difesa di interessi legittimi venga perseguita con strumenti che, per loro stessa natura, non distinguono adeguatamente fra il combattente e il bambino, fra il colpevole e l'innocente.
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Concludo questo capitolo, che è fra i più dolorosi della Lettera, con una preghiera. Possa il Signore Gesù, che pianse su Gerusalemme perché non aveva conosciuto il tempo della sua visita (cfr. Lc 19,41-44), aprire gli occhi dei nostri contemporanei sul tempo che stiamo vivendo. Possano i potenti di questo mondo essere visitati dalla grazia, e scegliere la via stretta della pace, anche quando essa appare meno conveniente di quella larga della guerra. Possano i nostri popoli, illuminati da Dio, sostenere i propri governanti in scelte coraggiose. Possano i nostri figli, che oggi crescono dentro questa storia, non doverla pagare con il loro sangue.
CAPITOLO VI
L'EDUCAZIONE, I GIOVANI E LA FORMAZIONE INTERIORE
Custodire la vita interiore dei bambini
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Vi è un capitolo della presente Lettera che mi sta particolarmente a cuore, e che ho voluto collocare al centro proprio per la sua dignità. È il capitolo dedicato all'educazione, ai giovani, alla formazione interiore. Perché se è vero che la trasformazione antropologica di cui parliamo si gioca al livello del modo in cui pensiamo, ricordiamo, decidiamo, allora il luogo decisivo della battaglia è il luogo in cui questi modi vengono formati, e cioè la scuola, la famiglia, la comunità educante, la pastorale della Chiesa rivolta ai più giovani.
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Esistono pochi spettacoli più toccanti, per chi nutra cura della famiglia umana, dei nostri bambini. Li vediamo crescere in un mondo che noi adulti non sappiamo ancora interpretare appieno. Li vediamo nascere in case in cui assistenti vocali ascoltano e rispondono. Li vediamo apprendere la lingua in dialogo con apparecchi che simulano voci. Li vediamo formare le prime idee del mondo attraverso schermi che mostrano contenuti generati spesso da catene di calcolo. Li vediamo accompagnati, per gran parte delle ore di veglia, da macchine che imitano la cura. La domanda che ci si impone è grave. Che cosa diventa una generazione che cresce così?
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La Chiesa ha sempre considerato la prima infanzia come un tempo sacro. Nei primi anni, l'anima del bambino si forma attraverso esperienze profonde e silenziose, che decideranno in larga misura la sua capacità di amare, di fidarsi, di sperare, di pregare. La voce del padre e della madre, il loro sguardo, il loro tono, il loro respiro, sono il primo catechismo del bambino, prima di ogni parola formulata. Quando questo primo catechismo è sostituito, anche solo in parte, da voci artificiali, il rischio è che la trama profonda della fiducia originaria nell'altro venga compromessa.
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Ne ho parlato esplicitamente in occasione di un incontro con educatori avvenuto alla fine del 2025, e desidero ribadirlo qui con la solennità di queste pagine. Dobbiamo fermarci e riflettere con cura particolare sulla libertà e sulla vita interiore dei nostri bambini e dei nostri giovani. La libertà non si forma sotto controllo costante. La vita interiore non si forma senza silenzio, senza noia, senza tempo libero da stimoli. Una infanzia esposta in modo eccessivo ad apparecchi che parlano, mostrano, sollecitano in continuo, è un'infanzia che rischia di non sviluppare alcune dimensioni essenziali della propria umanità.
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Per questo desidero rivolgere ai genitori, e in modo speciale alle giovani famiglie, una richiesta semplice. Custodite la noia dei vostri figli. Custodite il loro silenzio. Custodite la loro capacità di stare davanti a una pagina, a un bosco, a un cielo, a un volto, senza che debba accadere altro che la presenza. Custodite il loro tempo libero da stimoli, perché solo in quel tempo si formerà in loro la capacità di abitare la propria interiorità. Una società che permette ai suoi bambini di essere bombardati per dieci, dodici, quattordici ore al giorno da contenuti algoritmici condanna sé stessa, a distanza di una generazione, a un'umanità impoverita.
Pensare senza protesi
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Mi rivolgo ora ai giovani. Voi siete cresciuti, in misura crescente, con strumenti che vi aiutano a trovare informazioni, a scrivere testi, a risolvere problemi, a comunicare con i vostri amici, a divertirvi. Non è mia intenzione demonizzare nessuno di questi usi. Il dono dell'intelligenza, che vi è stato fatto dal Creatore, può esprimersi anche attraverso strumenti potenti, ed è giusto che voi impariate a usarli con maestria.
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Vi chiedo, però, una cosa. Imparate a pensare senza protesi. Una protesi è uno strumento che supplisce a un organo. Se la usate quando l'organo è ferito, è benedetta. Se la usate quando l'organo è sano, e per pura comodità, lo indebolite. Le macchine di cui parliamo rischiano di funzionare come protesi cognitive se non vi attrezzate a pensare anche senza di esse. Lo dico con consapevolezza dell'analogia: non sono apparecchi medici, eppure operano sull'organo della vostra mente.
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Ho già pronunciato pubblicamente, davanti a sedicimila giovani riuniti in uno stadio degli Stati Uniti d'America, un'espressione che ora desidero ribadire come consegna magisteriale. Usate questi strumenti in modo tale che, se sparissero domani, voi sapeste ancora pensare. Lo dico oggi, con la stessa serietà, a tutti i giovani del mondo che leggeranno queste pagine. Lo ripeto con maggiore precisione. Usate questi strumenti in modo tale che, se sparissero domani, sapeste ancora leggere un libro lungo, scrivere un testo articolato senza assistenza automatica, sostenere una conversazione complessa, risolvere un problema matematico con la sola vostra mente e con carta e penna, ricordare a memoria un poema che vi è caro, sostare in silenzio davanti a una difficoltà senza ricorrere immediatamente a una consultazione esterna.
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Tali capacità non sono ornamenti. Sono il fondamento della vostra libertà interiore. Senza di esse, vivete in una condizione di dipendenza che vi rende vulnerabili. Una società in cui le persone non sanno più pensare senza assistenza automatica è una società che può essere governata da chiunque controlli quell'assistenza. Vorrei sapervi, perciò, liberi.
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Vi dico anche, con una particolare insistenza, ciò che ho detto ai sedicimila giovani di Indianapolis. L'intelligenza artificiale può elaborare informazioni velocemente, ma non può sostituire l'intelligenza umana. E non chiedetele di fare i compiti al vostro posto. Non può offrire vera sapienza. Le manca un elemento umano importantissimo: l'intelligenza artificiale non giudicherà fra ciò che è veramente giusto e ciò che è veramente sbagliato. Questa frase è la sintesi di tutto un capitolo, e la affido alla vostra meditazione.
Sapienza contro informazione
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La distinzione fra informazione e sapienza, che ho già abbozzato nel secondo capitolo, deve essere ripresa qui in modo più ampio, perché è il cardine della pedagogia che propongo. Le nostre società hanno dedicato decenni a un ideale che si potrebbe chiamare accesso all'informazione. Si è ritenuto che il problema dell'educazione fosse, in larga parte, un problema di accesso a contenuti, e che, una volta resi disponibili i contenuti, l'educazione si sarebbe in qualche modo data.
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L'esperienza ha smentito questa fiducia. Mai come oggi, nella storia umana, l'accesso all'informazione è stato così esteso. Ogni adolescente con uno smartphone porta nel taschino una quantità di sapere maggiore di quella conservata nelle più grandi biblioteche del Settecento. Eppure, mai come oggi, vediamo segni di una preoccupante povertà di pensiero, fragilità di giudizio, incapacità di tenere insieme contesto lungo, profondità, dialogo, attesa. Le ragioni di questa povertà non si lasciano ridurre a una sola, ma fra esse, certamente, si trova la sostituzione della sapienza con l'informazione.
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La sapienza, ricordavamo, è capacità di giudizio orientata al bene. Si forma nel tempo. Si trasmette attraverso vite. Non si scarica. Non si riassume. Non si genera. Si genera, semmai, ciascuno in sé stesso, in dialogo con maestri, con compagni, con libri letti per intero, con esperienze attraversate per intero, con preghiere ripetute, con sofferenze sostenute, con servizi resi.
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L'educazione del prossimo decennio, sia nelle scuole della Chiesa sia nelle scuole dello Stato sia nelle famiglie, deve farsi carico di questa distinzione. Non basta che i giovani sappiano cercare informazioni. Devono saperle valutare, gerarchizzare, integrare, contestualizzare. E soprattutto, devono saper attendere davanti a esse, perché la sapienza nasce dall'attesa.
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La mia speranza è che le scuole cattoliche, in particolare, ritrovino il coraggio di proporre un'educazione che includa l'esercizio paziente della lettura lunga, la pratica della scrittura a mano, la memorizzazione di poesia, di Scrittura, di formule, la coltivazione di un'arte o di uno strumento musicale, l'esperienza del lavoro manuale, la pratica regolare del silenzio. Tutti questi elementi, talvolta giudicati oggi anacronistici, sono in realtà strumenti finissimi di formazione interiore. Sono il contrario di un'illusione di efficienza. Sono il fondamento di una libertà che resterà alle nostre figlie e ai nostri figli per tutta la vita.
Maestri, università, trasmissione
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Un pensiero specifico voglio rivolgere ai maestri. Voi siete, in questo tempo, i custodi di un patrimonio fragilissimo. Avete sulle vostre spalle un compito che il mercato e la politica non sempre sanno comprendere. Ogni volta che entrate in un'aula, in un'università, in un seminario, in una palestra, voi tenete viva una catena di trasmissione che è cominciata in tempi antichissimi e che, se si spezzasse oggi nelle vostre mani, faticherebbe a essere ricostruita.
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Vi esorto a non lasciarvi sostituire. Le tecnologie possono assistervi, e in molti casi vi serviranno bene. Ma non possono sostituire la vostra voce, la vostra preparazione, la vostra presenza, il vostro sguardo individuale su ciascun allievo. Un buon maestro vede l'allievo. Una macchina, per quanto raffinata, vede dati. Vedere l'allievo è ciò che cambia una vita. Resta umani, dunque, nella vostra professione, e siatene fieri.
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Alle università, in modo particolare, rivolgo un appello. Voi siete eredi di una tradizione lunga, che nel cuore dell'Europa medievale produsse le prime istituzioni dedicate stabilmente alla ricerca disinteressata della verità, sotto l'ispirazione cristiana di Bologna, di Parigi, di Salamanca, di Oxford. Quella tradizione conosceva la centralità del dialogo, della disputa, della lettura paziente dei classici, della formazione del giovane non soltanto come tecnico ma come uomo libero. Vi prego di non smarrirla. La pressione contemporanea verso forme di istruzione misurate solo dalla velocità di immissione nel mercato del lavoro rischia di erodere proprio ciò che vi rende preziose.
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Vi prego, inoltre, di costituirvi come luoghi in cui la riflessione sull'intelligenza artificiale, sui suoi limiti, sui suoi rischi, sulle sue promesse, sia praticata con libertà. Non lasciate che il dibattito su queste tecnologie sia confinato ai dipartimenti di informatica, e nemmeno ai dipartimenti di filosofia. Pensatelo come un dibattito interdisciplinare e pubblico, in cui le scienze umane, le scienze sociali, le scienze giuridiche, le scienze teologiche dialoghino con le scienze tecniche. È nell'incrocio che nasce sapienza.
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Penso, infine, agli insegnanti di religione, ai catechisti, agli educatori della pastorale giovanile. La vostra missione, in questo tempo, è particolarmente difficile e particolarmente bella. State accompagnando ragazze e ragazzi che vivono in un'epoca senza precedenti, e nei quali la fede deve crescere all'interno di una vita digitale che non si lascia scollegare dalla loro carne. Non abbiate paura di prendervi tempo. Non abbiate paura di proporre il silenzio, la liturgia ben celebrata, l'amicizia profonda, l'esperienza del servizio agli ultimi, le grandi figure della tradizione cristiana, la lettura intera di Vangeli e di vite di santi. I giovani hanno sete di profondità. Datela loro.
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Concludo il capitolo dedicato all'educazione con un pensiero sull'università cattolica. Da prima del mio pontificato ho avuto occasione di frequentare ambienti accademici di formazione cristiana in più continenti. Vi ho riconosciuto un patrimonio peculiare, che oggi è chiamato a esprimersi in pienezza. L'università cattolica, in virtù della sua storia, può tenere insieme ciò che altrove si separa: il rigore scientifico, la ricerca della verità ultima, la formazione integrale della persona, la responsabilità sociale, la dimensione contemplativa. Davanti alla questione dell'intelligenza artificiale, è da questo intreccio che può venire un contributo originale al pensiero della famiglia umana. Esorto, perciò, le università cattoliche a non considerarsi marginali, ma centrali in questa fase. Aprite centri di ricerca dedicati. Producete tesi serie. Costituite reti internazionali, in particolare con le università del Sud globale. Pubblicate testi accessibili. Formate, soprattutto, una generazione di studiosi capaci di tenere insieme competenze tecniche e profondità antropologica. La Chiesa ha bisogno di voi, e la famiglia umana ha bisogno di voi.
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Vi è infine un compito che riguarda la formazione del clero. Il futuro pastore non potrà ignorare le questioni qui trattate. Esorto, perciò, le Congregazioni romane competenti, le Conferenze Episcopali, le facoltà teologiche, a includere stabilmente nella formazione seminariale e nei programmi di formazione permanente del clero corsi dedicati alle nuove tecnologie, alla loro etica, alla loro rilevanza pastorale. Non basta che il sacerdote sappia genericamente usare uno schermo. È necessario che sappia accompagnare, con sapienza pastorale, persone che vivono dentro una trama tecnologica che attraversa la loro vita interiore.
CAPITOLO VII
I POVERI, LE PERIFERIE E IL VOLTO DELLO SCARTATO
I dimenticati dell'algoritmo
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Ogni autentica enciclica sociale, dalla Rerum novarum in poi, ha posto al centro i poveri. Non per concedere loro un capitolo separato in coda al ragionamento, ma per riconoscere che la loro condizione è il banco di prova della giustizia dell'intero ordine sociale. La presente Lettera, fedele a questa tradizione, dedica un capitolo specifico ai poveri, alle periferie, ai dimenticati delle nuove tecnologie. Ma li riconosce, fin dall'inizio, come criterio di lettura di tutto il resto.
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La storia degli ultimi due secoli ha mostrato un dato che la dottrina sociale della Chiesa non si stanca di ricordare. Le grandi trasformazioni tecnologiche, in assenza di politiche di accompagnamento, producono nuove povertà. La rivoluzione industriale, in mancanza di leggi sociali, generò la condizione proletaria nella sua forma più dura. La rivoluzione informatica, in mancanza di politiche adeguate, ha generato e generato in molti Paesi una nuova forma di esclusione, fra chi è in grado di abitare la rete e chi ne è respinto. La rivoluzione che oggi attraversiamo, se non sarà accompagnata da scelte adeguate, produrrà un'altra forma di esclusione, fra chi controlla i grandi sistemi di calcolo e chi vive nelle loro periferie.
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Vi è una povertà materiale, e c'è. Riguarda chi perde il lavoro per la sostituzione tecnologica e non trova vie di ricollocazione. Riguarda chi vive in regioni del mondo dove le infrastrutture digitali sono scarse e i costi proibitivi. Riguarda chi non possiede gli apparecchi adeguati, e dunque è tagliato fuori dai servizi essenziali che vengono progressivamente digitalizzati. Riguarda chi è anziano e si trova, nella propria pensione di pochi euro, a dover usare apparecchi che non sa usare per accedere a una visita medica, a un sussidio, a una comunicazione con i propri familiari emigrati.
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C'è poi una povertà che si potrebbe chiamare algoritmica. È la condizione di chi, pur abitando in società ricche, è tagliato fuori dalle opportunità perché i sistemi di valutazione automatica lo classificano come poco affidabile, poco produttivo, poco interessante per il marketing, poco solvibile, poco assimilabile. Chiunque sia stato escluso da un'opportunità per ragioni che nemmeno lui può conoscere, perché l'algoritmo che lo ha valutato non gli è stato mostrato, e perché chi ha messo in moto quell'algoritmo non sa nemmeno descrivere come funzioni internamente, conosce questa povertà. È una povertà invisibile, e proprio per questo particolarmente pericolosa.
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C'è infine una povertà culturale. È la condizione di chi viene escluso dalla parola pubblica perché non ha gli strumenti per produrla e diffonderla nelle forme richieste dai nuovi media. La ragazza di un villaggio rurale, la madre di famiglia di un quartiere popolare, l'anziano di una piccola città, il giovane operaio, il rifugiato, l'analfabeta digitale, hanno cose da dire al mondo. Non hanno, troppo spesso, gli strumenti per farsi udire. Le nuove tecnologie, presentate talvolta come strumenti di democratizzazione della parola, hanno in realtà spesso aumentato l'asimmetria fra chi è capace di produrre contenuti virali e chi è ridotto al silenzio.
Povertà nuove
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Le povertà che ho appena descritto non si lasciano misurare con i soli indici economici. Richiedono uno sguardo nuovo. Richiedono di prendere sul serio l'insegnamento del mio venerato predecessore Francesco quando, in Evangelii gaudium al n. 53, denunciava l'economia dell'esclusione, e quando, in Laudato si', mostrava come la cura della casa comune e la cura dei poveri non possono essere disgiunte. La nuova questione operaia, di cui ho parlato nel capitolo sul lavoro, è anche, e profondamente, una nuova questione delle povertà.
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Una società giusta nel tempo dell'intelligenza artificiale è una società che si misura su quanto la nuova tecnologia migliora la condizione dei suoi membri più fragili. Non su quanto rapidamente cresce il valore di borsa di poche imprese. Non su quanti record di velocità i sistemi raggiungono. Non su quanti utenti vengono raggiunti dai grandi modelli. Su quanto, concretamente, il pane di chi ne ha poco aumenta. Su quanto, concretamente, la cura di chi è malato migliora. Su quanto, concretamente, l'accesso alla scuola di chi non l'ha è ampliato.
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Esistono, occorre riconoscerlo, applicazioni dell'intelligenza artificiale che possono effettivamente avvicinare a questo bene. Sistemi di traduzione istantanea che permettono al rifugiato di farsi comprendere nel Paese di accoglienza. Sistemi di diagnostica medica che, applicati con prudenza, possono portare a chi vive in regioni remote competenze prima riservate a grandi ospedali. Sistemi di alfabetizzazione che possono aiutare l'adulto analfabeta a leggere e a scrivere. Sistemi di accessibilità che restituiscono possibilità a chi vive con limitazioni motorie, sensoriali, cognitive. Tutti questi usi sono benedetti, perché stanno dalla parte del povero. La Chiesa li incoraggia, li sostiene, li promuove.
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La domanda però, se vogliamo essere onesti, è in quale rapporto numerico queste applicazioni benefiche si trovano rispetto alle applicazioni che invece accentuano le disuguaglianze. La risposta, per quanto ho potuto comprendere ascoltando esperti onesti di diverse tradizioni, è che oggi la maggior parte degli investimenti privati nello sviluppo dell'intelligenza artificiale è orientata verso applicazioni che generano profitto immediato, e che le applicazioni più benefiche per i poveri restano sottofinanziate e poco visibili. È una situazione che il magistero della Chiesa non può accettare nel silenzio.
Sud globale e dipendenza tecnologica
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Vorrei aggiungere uno sguardo specifico sulla situazione dei Paesi del Sud globale, e in particolare di quelle regioni dell'America Latina, dell'Africa, dell'Asia, che hanno sostenuto pagine importanti del mio cammino prima e durante il pontificato. In molti di questi Paesi, le nuove tecnologie sono giunte come prodotti finiti, sviluppati altrove, su lingue altrui, su dati altrui, e talvolta a costi elevati per le economie locali. Il rischio di una colonizzazione tecnologica è reale.
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Questa colonizzazione non si esprime nelle forme dure delle colonizzazioni del passato. Si esprime in forme più sottili. Si esprime nella dipendenza dei sistemi sanitari, educativi, amministrativi di molti Paesi da infrastrutture detenute da poche imprese di pochi Paesi. Si esprime nell'erosione delle lingue locali, sopravanzate da modelli linguistici addestrati prevalentemente su corpora di lingue dominanti. Si esprime nella sottrazione dei dati delle popolazioni del Sud, raccolti in massa per addestrare sistemi che poi vengono rivenduti, talvolta, alle medesime popolazioni.
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Esorto le Chiese del Sud globale a non sentirsi marginali in questo dibattito. La vostra esperienza di prossimità con i poveri, di conoscenza delle lingue e delle culture locali, di vita ecclesiale comunitaria fitta, è patrimonio prezioso per il discernimento universale della Chiesa sull'intelligenza artificiale. Le vostre Conferenze Episcopali sono chiamate a un ruolo importante nei prossimi anni. Le vostre università cattoliche possono essere laboratori di un pensiero della tecnologia veramente cattolico, cioè universale, libero dalla pressione di un solo modello culturale.
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Esorto inoltre gli Stati e le organizzazioni multilaterali a sostenere lo sviluppo di capacità tecnologiche autonome nei Paesi del Sud, perché la sovranità tecnologica è oggi parte essenziale della sovranità tout court. Esorto le grandi imprese del settore a non considerare i Paesi del Sud soltanto come mercati di sbocco o come fonti di dati, ma come partner alla pari nello sviluppo di soluzioni adatte ai loro contesti. La giustizia globale, oggi, passa anche per questi sentieri.
La preferenza evangelica
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La preferenza per i poveri è, come ricorda Sollicitudo rei socialis al n. 42, una opzione preferenziale, fondata nel Vangelo, ineliminabile, e costituisce uno dei tratti caratteristici del magistero recente della Chiesa. Cristo Signore si è identificato con gli affamati, con gli assetati, con i forestieri, con gli ignudi, con i malati, con i carcerati (cfr. Mt 25,31-46). La sua identificazione è sostanziale, e supera in radice ogni linguaggio metaforico. Chiunque incontri un povero incontra Cristo. Chiunque chiuda la porta a un povero chiude la porta a Cristo.
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Nel tempo dell'intelligenza artificiale, la preferenza per i poveri si traduce in scelte concrete. Si traduce nella richiesta che i grandi sistemi siano valutati anche su quanto effettivamente migliorano la vita degli ultimi, e non soltanto su quanto generano profitto. Si traduce nella richiesta che i lavoratori dequalificati o sostituiti dalle macchine siano accompagnati con vere opportunità di formazione, di riconversione, di reddito, e non lasciati alla deriva del mercato. Si traduce nella richiesta che le tecnologie siano accessibili anche a chi non può pagarle a prezzo pieno. Si traduce nella richiesta che le minoranze, gli emarginati, i forestieri, siano protetti contro l'uso discriminatorio di sistemi automatici di valutazione.
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Si traduce, infine, nella richiesta che la Chiesa stessa, nel suo modo concreto di operare, sappia incarnare la preferenza per i poveri anche nei confronti delle nuove tecnologie. Vorrei che ogni diocesi del mondo, secondo le proprie possibilità, si dotasse di una commissione, anche piccola, che ascolti le persone più fragili della propria comunità per comprendere come la trasformazione digitale stia incidendo sulla loro vita. Vorrei che gli organismi pastorali specializzati, dalla Caritas internazionale alle Pontificie Opere Missionarie, includessero in modo stabile nella propria riflessione l'attenzione alla nuova questione tecnologica. Vorrei che le grandi giornate ecclesiali, come la Giornata Mondiale dei Poveri, dedicassero momenti specifici a queste forme nuove di povertà.
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Cristo, che da ricco che era, si è fatto povero per noi (cfr. 2 Cor 8,9), ci insegna che la grandezza autentica si misura sulla discesa verso i piccoli. La grandezza tecnologica delle nostre società, se non si traduce in una discesa concreta verso i piccoli, è grandezza vana. Questa è la traduzione, dentro il tempo dell'intelligenza artificiale, della magnifica humanitas che il titolo di questa Lettera enuncia.
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Permettetemi, prima di chiudere questo capitolo, di nominare alcuni volti che porto nel cuore mentre scrivo queste pagine. Penso all'anziana che, in un piccolo paese del Sud Italia, deve compilare una pratica burocratica online per ricevere un sussidio essenziale alla sua sopravvivenza, e che non possiede gli strumenti per farlo. Penso alla donna che, in una baraccopoli di Lima o di Manila, viene esclusa da un programma di microcredito perché un sistema automatico l'ha valutata come non solvibile. Penso al lavoratore della logistica che, in un magazzino europeo, è sorvegliato da un sistema che misura ogni suo gesto e che lo licenzia se i suoi tempi superano una soglia stabilita altrove. Penso al rifugiato che, alle frontiere di più continenti, viene identificato e classificato da sistemi automatici di riconoscimento, sui cui criteri non ha mai potuto dire una parola. Penso al malato di mente che si rivolge a un terapeuta virtuale per la propria sofferenza, in mancanza di un ascolto umano accessibile. Penso al bambino di un piccolo villaggio africano che riceve un'istruzione tramite un programma generativo, mentre i suoi maestri umani sono pagati a tariffe da fame. Tutti questi volti, e molti altri, sono presenti nella mia preghiera, ed è anche per loro che scrivo.
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La preferenza per i poveri è criterio operativo, prima e oltre ogni formula retorica. Possiamo costruire, dentro le nostre Chiese locali, sentinelle attive che ascoltino questi volti. Possiamo, attraverso la rete delle Caritas, mappare le forme nuove di esclusione tecnologica e proporre risposte concrete, dall'alfabetizzazione digitale per gli anziani al sostegno legale per chi è discriminato da sistemi automatici, dai progetti di accompagnamento dei lavoratori sostituiti dalle macchine al supporto psicologico per i bambini esposti a contenuti dannosi. La carità nel tempo dell'intelligenza artificiale assume forme inedite, ma resta nella sua sostanza la stessa carità che il Buon Samaritano (cfr. Lc 10,25-37) esercitò verso l'uomo lasciato mezzo morto lungo la strada. Lì come oggi, si tratta di chinarsi sul ferito, e di non passare oltre.
CAPITOLO VIII
GOVERNANCE, RESPONSABILITÀ, APPELLI
Verso un Trattato Internazionale
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Vi è una conseguenza pratica che, a questo punto del ragionamento, mi sembra impossibile non formulare. Si è detto, capitolo dopo capitolo, che la trasformazione in atto è di portata globale, che concentra grandi poteri in pochi soggetti, che incide su questioni di dignità umana, di lavoro, di guerra, di comunicazione, di educazione, di povertà, di ambiente. Una trasformazione di tale ampiezza richiede una governance di pari ampiezza. Su questo punto la Chiesa, fedele al suo magistero internazionalista di lunga data, esprime la propria voce con chiarezza.
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Già ai tempi della Lega delle Nazioni, e poi delle Nazioni Unite, i miei predecessori hanno sostenuto la necessità di una concertazione internazionale dei problemi che superano i confini dei singoli Stati. Pio XII e Giovanni XXIII, in particolare, hanno gettato fondamenti dottrinali ancora pienamente validi. Pacem in terris ha insegnato che esiste un bene comune universale che richiede un'autorità pubblica universale capace di affrontare problemi che nessuno Stato potrebbe affrontare da solo. L'intelligenza artificiale, oggi, è uno di questi problemi.
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Esorto, perciò, gli Stati a riprendere e a portare a compimento il cammino, già iniziato in diversi consessi negli ultimi anni, verso un Trattato Internazionale sull'Intelligenza Artificiale, fondato su alcuni principi essenziali. Riconoscimento della dignità della persona come limite invalicabile di ogni sviluppo tecnologico. Protezione dei lavoratori contro le forme più aggressive di dequalificazione, sorveglianza e sostituzione. Proibizione delle armi letali autonome. Difesa della parola pubblica contro le manipolazioni sintetiche. Trasparenza dei sistemi che incidono su decisioni di rilievo per la vita delle persone. Tutela degli ecosistemi di dati e dei diritti delle popolazioni del Sud globale. Sostegno alla ricerca pubblica indipendente, anche per garantire alternative alle piattaforme private dominanti.
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So bene che un Trattato di questa portata richiede tempo, e che molti Stati hanno oggi interessi divergenti. Non chiedo l'impossibile. Chiedo l'inizio del cammino. Chiedo che, lo stesso anno in cui questa Lettera vede la luce, le diplomazie aprano sedi formali di discussione, sostenute da società civili attente e da comunità scientifiche libere. Chiedo agli Stati che hanno una particolare responsabilità in questo campo, per ragioni di leadership tecnologica, di leadership economica, di leadership demografica, di farsi promotori, e non frenatori, di tale processo. Chiedo alle medie potenze di non lasciare la questione ai pochi grandi, e di esercitare quel ruolo di equilibrio e di mediazione che la storia ha spesso loro affidato.
La responsabilità della Chiesa
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La Chiesa cattolica, da parte sua, riconosce una propria responsabilità specifica e si impegna a esercitarla. Non possiede armi, non amministra grandi fondi sovrani, non controlla giganti tecnologici. Possiede però una rete di prossimità capillare, presente in ogni parte del mondo, e una tradizione di pensiero che spazia sulle questioni umane fondamentali da venti secoli. Possiede una voce ascoltata, anche da chi non condivide la sua fede. Possiede, soprattutto, la consapevolezza che la sua missione è di custodia della persona umana, in qualunque condizione essa si trovi.
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Per tradurre questa responsabilità in atti concreti ho istituito, nei mesi scorsi, una Commissione Interdicasteriale sull'Intelligenza Artificiale, mediante apposito Rescriptum. Tale Commissione coordina il lavoro dei Dicasteri della Curia Romana che a vario titolo si occupano di queste materie, dalla Dottrina della Fede alla Cultura e Educazione, dallo Sviluppo Umano Integrale al Servizio del Sinodo, dalla Comunicazione alla Promozione della Vita. Ne fanno parte anche esperti laici, religiosi e religiose, provenienti da diverse parti del mondo. Tale Commissione avrà il compito di accompagnare l'attuazione di questa Lettera, di mantenere il dialogo con le istituzioni internazionali, di sostenere le Conferenze Episcopali nel loro discernimento locale.
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Esorto, inoltre, ogni Conferenza Episcopale a costituire, secondo le forme adeguate al proprio contesto, organismi stabili di riflessione sulle questioni dell'intelligenza artificiale. Esorto le grandi università pontificie a sviluppare programmi di studio interdisciplinari su questo tema. Esorto la Pontificia Accademia per la Vita, che già nel 2020 promosse la Rome Call for AI Ethics, a proseguire e ampliare il proprio lavoro, allargando la cerchia dei firmatari, includendo nuove confessioni religiose, dialogando con i grandi attori dell'industria. Esorto, infine, gli istituti religiosi e gli ordini contemplativi a sostenere con la preghiera questo cammino, perché le decisioni che ci attendono richiedono tanta sapienza quanto il magistero della preghiera può dare.
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Riconosco con gratitudine che, accanto a tante posizioni preoccupanti, esistono nel mondo della tecnologia donne e uomini di buona volontà che da anni operano per rendere queste macchine più sicure, più trasparenti, più giuste. Penso ai ricercatori che si dedicano allo studio dell'interpretabilità dei sistemi, ai professionisti che si battono per la difesa della privacy, agli avvocati che lavorano sui diritti digitali, ai giornalisti che indagano gli usi opachi delle nuove tecnologie, agli artisti che ne mettono a nudo le contraddizioni, agli educatori che insegnano alle nuove generazioni a usarle con discernimento, agli imprenditori che hanno scelto di subordinare i propri profitti a criteri etici stringenti. A ciascuno di voi va la mia stima, e l'incoraggiamento a perseverare. La Chiesa è al vostro fianco, e desidera incontrarvi senza prevenzioni.
Appelli
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Mi rivolgo, infine, in modo specifico, ad alcune categorie di destinatari, perché ciascuna avverta la portata della propria responsabilità.
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Ai capi degli Stati e a chi ha responsabilità di governo. Voi siete chiamati a custodire il bene comune dei vostri popoli. Lo siete oggi davanti a uno scenario in cui le decisioni che prenderete, o che non prenderete, segneranno le generazioni a venire. Non lasciatevi paralizzare dalla potenza dei soggetti privati. Non lasciatevi sedurre dall'idea che la regolazione sia un freno al progresso. Una regolazione giusta è il quadro in cui il progresso vero diventa possibile. Lavorate con coraggio sulla protezione del lavoro, sulla difesa della parola pubblica, sull'esclusione delle armi autonome, sulla giustizia algoritmica, sull'inclusione di chi è ai margini. La storia non vi giudicherà sulla velocità con cui avrete adottato le ultime tecnologie. Vi giudicherà sulla cura con cui avrete custodito la dignità delle persone affidate alla vostra responsabilità.
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Agli imprenditori e a chi guida grandi imprese tecnologiche. Voi avete davanti a voi una possibilità storica. La possibilità di mostrare al mondo che la tecnica può essere insieme potente e responsabile, audace e umana. Non lasciatevi guidare soltanto dalla logica del breve termine. Non confondete il successo con la dimensione. Non scaricate sui poveri e sui lavoratori i costi delle vostre scelte. Riconoscete i creatori dai quali avete attinto. Rispettate i lavoratori che vi hanno permesso di crescere. Pagate il giusto delle tasse nei Paesi in cui operate. Rifiutate commesse incompatibili con la dignità umana. Aprite i vostri sistemi alla verifica indipendente. Lavorate per la sicurezza e l'interpretabilità delle vostre macchine. Coltivate, dentro le vostre organizzazioni, una cultura di responsabilità che non si esaurisca nella conformità giuridica. La famiglia umana vi guarda, e attende molto da voi.
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Ai ricercatori e agli scienziati. Voi state vivendo una stagione straordinaria del sapere. Le possibilità che si aprono sono immense, e la tentazione di lasciarsi prendere dalla vertigine è forte. Vi esorto alla sobrietà, che è virtù dello scienziato vero. Riconoscete con onestà i limiti di ciò che sapete e di ciò che le vostre macchine sanno. Pubblicate apertamente i vostri risultati, anche quando essi sono scomodi. Resistete alle pressioni che vi vorrebbero subordinare a interessi che non rispettano il bene comune. Coltivate il dialogo con le altre discipline, con le scienze umane, con la teologia, perché nel dialogo nasce la sapienza. Riconoscete, con franchezza, le questioni etiche che il vostro lavoro pone. La Chiesa, lungi dall'essere il vostro avversario, è la vostra alleata.
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Ai lavoratori e a chi rappresenta i lavoratori. Voi siete eredi di una storia gloriosa. Le conquiste dei vostri padri e delle vostre madri, in materia di salario, di riposo, di diritti, di sicurezza, sono state pagate a caro prezzo. La nuova questione operaia esige da voi rinnovata creatività. I sindacati, che sono nati per rispondere alla prima questione operaia, devono trovare il modo di rispondere a quella nuova. Vi esorto a non cedere alla rassegnazione. A organizzarvi anche nelle nuove forme di lavoro, dei lavoratori delle piattaforme, dei creativi indipendenti, dei collaboratori a contratto breve. A pretendere trasparenza sui sistemi che vi valutano. A esigere protezioni efficaci contro la sorveglianza eccessiva. A reclamare formazione continua e riconversione. La Chiesa è al vostro fianco, come lo era ai tempi di Rerum novarum.
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Ai pastori, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose. Vi chiedo di non considerare il tema dell'intelligenza artificiale come esotico o estraneo al vostro ministero. Esso entra direttamente nella vita dei vostri fedeli, ed entra anche nella vostra. Studiate, informatevi, dialogate con esperti, formate le vostre comunità a un uso responsabile e libero di queste tecnologie. Insegnate la differenza fra parola e simulazione di parola. Insegnate la sapienza e la preghiera, contro la dipendenza dallo schermo. Non abbiate paura di toccare il tema dall'ambone, nelle catechesi, negli accompagnamenti spirituali. Le anime che vi sono affidate hanno bisogno di voi su questo terreno.
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Ai laici cristiani che operano nei vari ambiti della società. Voi siete, in ragione della vocazione battesimale, i primi protagonisti dell'inculturazione della fede nelle realtà secolari. La nuova realtà secolare di cui parla questa Lettera attende il vostro impegno. Siate presenti, con competenza e con fede, nei luoghi in cui le decisioni si prendono. Negli uffici di progettazione tecnologica, nelle aule legislative, nelle redazioni giornalistiche, nelle scuole, nelle università, nei tribunali, nelle imprese, nei sindacati, nelle organizzazioni internazionali, nei movimenti civili. Portate là, con discrezione e con coraggio, le intuizioni che nascono da questa Lettera, e quelle, ancor più vaste, che nascono dal Vangelo.
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Alle famiglie. Voi siete il luogo più fragile e più prezioso di questa stagione. È nelle vostre case che si gioca la prima educazione dei figli al rapporto con queste nuove macchine. È sui vostri tavoli che si gioca la presenza o l'assenza degli schermi durante i pasti. È nella vostra vita comune che si gioca il silenzio o il rumore costante della parola sintetica. Vi esorto a custodire la qualità delle vostre relazioni. A scegliere insieme, marito e moglie, regole di uso degli schermi che proteggano i vostri figli e voi stessi. A non rinunciare alla preghiera familiare, anche breve, anche semplice. A leggere insieme libri lunghi. A passeggiare insieme in silenzio. A celebrare insieme la domenica come giorno del Signore. Su queste cose, che possono sembrare piccole, si fonda la futura sapienza dei vostri figli.
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Ai giovani e ai bambini. La parola finale di questa serie di appelli è per voi, perché siete il presente di Dio in mezzo a noi. Non lasciate che vi dicano che il vostro tempo è già scritto, e che non potete cambiarlo. Non lasciate che vi convincano che la libertà sia comodità, e che la sapienza sia velocità. Non lasciate che vi sostituiscano in ciò che è vostro. Vi è una grandezza che vi è stata data e che soltanto voi potete attualizzare. Sognate, studiate, amate, pregate, fate amicizia, leggete, scrivete, prendete tempo per le cose che hanno tempo. E quando userete queste macchine, ricordatevi che la loro forza esiste solo perché la vostra esiste prima. La grandezza dell'umano, magnifica humanitas, vi appartiene per intero.
CONCLUSIONE
Preghiera per l'umanità nel tempo dell'intelligenza artificiale
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Giunti al termine di questa Lettera, non vorrei consegnarvi solo un testo da leggere, ma una preghiera da pregare. Le parole che seguono nascono nel mio cuore di pastore, e sono frutto delle conversazioni, dei pianti, delle speranze che hanno attraversato questi mesi. Le offro come dono alla Chiesa universale e a quanti, anche fuori dei nostri confini visibili, desiderano fare propri questi pensieri.
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Signore della creazione e Padre della famiglia umana, ti ringraziamo per il dono dell'intelligenza che hai posto in noi, perché potessimo conoscere te, conoscere noi stessi, conoscere il mondo, e collaborare alla tua opera. Ti ringraziamo per ogni progresso che, lungo i secoli, ha alleviato la fatica degli uomini, ha salvato vite, ha aperto orizzonti nuovi. Ti ringraziamo per coloro che, anche oggi, dedicano i loro talenti alla ricerca onesta della verità e al servizio della famiglia umana.
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Riconosciamo davanti a te, Signore, che il tempo che viviamo è grande e tremendo. Le nostre mani hanno costruito macchine che generano parola, immagine, decisione. Sentiamo che qualcosa nella trama del nostro essere uomini è messo in questione. Confidiamo, Signore, che tu non ci abbandonerai. Donaci la sapienza per riconoscere ciò che è giusto e ciò che non lo è. Donaci il coraggio di proteggere la dignità degli ultimi, anche quando questo costa. Donaci la pazienza di costruire ordini giusti là dove oggi vediamo confusione. Donaci la tenerezza di custodire i piccoli, i poveri, i sofferenti, perché in loro è il volto del tuo Figlio.
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Spirito Santo, Spirito di verità e di sapienza, scendi sui nostri cuori. Insegna ai legislatori a scegliere il bene comune sopra l'interesse di pochi. Insegna agli scienziati a non separare conoscenza e responsabilità. Insegna agli imprenditori a non confondere libertà di impresa con assenza di limiti. Insegna ai pastori a parlare con coraggio. Insegna ai genitori a custodire i figli. Insegna ai giovani a non confondere protesi con libertà. Insegna a ciascuno di noi a riconoscere, davanti alle nostre stesse opere, che cosa è ancora opera nostra e che cosa rischia di diventare nostro padrone.
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Gesù Signore, Sapienza eterna del Padre, Verbo fatto carne, vero Dio e vero uomo, tu che hai assunto la nostra carne, hai abitato la nostra storia, hai parlato la nostra lingua, hai sofferto la nostra morte, e che ora siedi alla destra del Padre, fa' che le macchine prodotte dalle nostre mani non oscurino mai il tuo volto nei volti dei nostri fratelli. Fa' che le voci sintetiche non coprano mai la voce dei piccoli che gridano. Fa' che la velocità dei nostri calcoli non spenga mai il tempo lungo della tua grazia. Fa' che la potenza dei nostri sistemi non ci illuda di poter fare a meno di te.
Affidamento alla Vergine Maria, Sede della Sapienza
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A te, Maria, Madre del Signore e Madre nostra, affidiamo il cammino che ci attende. Tu sei la creatura nella quale il Verbo si è fatto carne, e tu sei la nostra Madre. La tradizione cristiana ti ha onorato fin dai primi secoli con il titolo di Sede della Sapienza, perché nel tuo grembo si è formato Colui che è la Sapienza in persona. Tu sai che cosa significhi accogliere un mistero più grande di sé stessi. Tu sai che cosa significhi custodire nel cuore ciò che non si comprende ancora interamente (cfr. Lc 2,19).
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Custodisci, Madre, la sapienza di questa generazione. Custodisci la libertà dei bambini che oggi crescono fra macchine che imitano la voce umana. Custodisci la dignità dei lavoratori che vedono mutare il loro mestiere. Custodisci la verità di chi si batte per la parola onesta nello spazio pubblico. Custodisci la coscienza di chi è chiamato a decisioni gravi. Custodisci la pace dei popoli, oggi minacciata da nuovi strumenti di guerra. Custodisci la fede del tuo popolo, che attraverso queste pagine ti riconosce ancora Madre.
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Possa la Magnifica humanitas, alla quale è dedicata questa Lettera, manifestarsi pienamente quando la storia umana raggiungerà il suo compimento in Cristo. Allora le nostre opere, anche le più ardite, troveranno il loro vero significato nel servizio della tua gloria, o Dio Padre. Allora le macchine che oggi destano in noi tanti interrogativi appariranno per ciò che sono, opere transitorie delle mani dell'uomo. Allora il volto di ogni nostra sorella e di ogni nostro fratello brillerà della luce di colui che li ha pensati dall'eternità.
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Nell'attesa di quel giorno, e per questo cammino che ci attende, di cuore benedico tutti voi che leggerete queste pagine, le vostre famiglie, le vostre comunità, i vostri ambienti di lavoro, le vostre nazioni, l'intera famiglia umana, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio 2026, centotrentacinquesimo anniversario della Lettera Enciclica Rerum novarum del Sommo Pontefice Leone XIII, secondo del Mio Pontificato.
LEONE PP. XIV