MAGNIFICA HUMANITAS
LETTERA ENCICLICA
DEL SOMMO PONTEFICE
LEONE XIV
SULLA CUSTODIA DELLA PERSONA UMANA
NEL TEMPO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Versione di lavoro v1, redatta da Claude sulla scaletta concordata con Codex. Cornice: simulazione magisteriale plausibile in voce Leone XIV. Testo non ufficiale.
Ai venerati Fratelli nell'Episcopato, ai Presbiteri e ai Diaconi, alle Persone consacrate, ai Fedeli laici, e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà
INTRODUZIONE
DAVANTI ALLA GRANDEZZA DELL'UMANO
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Magnifica humanitas. La grandezza dell'umano. Con queste parole desidero aprire la prima Lettera Enciclica del mio ministero, perché ciò che la famiglia umana vive in questi anni mi sembra anzitutto una vicenda che riguarda la grandezza di ciò che noi siamo. L'intelligenza artificiale è entrata nelle nostre case, nelle scuole, nei luoghi del lavoro, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle sale dove si decide della guerra e della pace, e lo ha fatto con una rapidità che ha lasciato pochi il tempo di pensare. Davanti a questa rapidità la Chiesa non si presenta con paura, e neppure con entusiasmo facile. Si presenta con la cura che le è propria, la cura per la persona umana, per la sua dignità che nessuno le ha conferito e che nessuno le può togliere, perché le viene da Dio.
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Vorrei dire fin dall'inizio la convinzione da cui muove tutto ciò che seguirà. La grandezza dell'umano davanti all'intelligenza artificiale si custodisce riconoscendo che la persona è una creatura incarnata, chiamata alla sapienza, alla comunione, alla giustizia e alla pace. Questo riconoscimento è il filo che attraverserà ogni capitolo di questa Lettera. Vorrei che fosse una luce da cui guardare ogni cosa, più che una formula da ripetere: il lavoro e la parola, il corpo e la vita, la guerra e i poveri, l'educazione dei figli e la preghiera della Chiesa. Dovunque l'intelligenza artificiale incontri l'uomo, la domanda sarà sempre la stessa. Serve a far crescere la persona nella sua sapienza, nella sua comunione, nella sua giustizia, nella sua pace, oppure la misura, la riduce, la sostituisce?
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Ho scelto il nome di Leone con piena consapevolezza dell'eredità che esso porta. Quando il mio predecessore Leone XIII pubblicò, il 15 maggio 1891, la Lettera Enciclica Rerum novarum, il mondo del lavoro era sconvolto dalla prima grande rivoluzione industriale. La macchina a vapore, la fabbrica, la concentrazione del capitale e la migrazione verso le città avevano spezzato in pochi decenni legami antichi, e avevano gettato moltitudini di uomini, di donne e perfino di bambini in condizioni di lavoro che offendevano la loro dignità. La Chiesa, allora, non possedeva eserciti né ricchezze da impiegare a quel fine, e parlò con la sola autorità che le appartiene, la difesa della persona. Quella parola, pronunciata con coraggio in un tempo di ideologie contrapposte, segnò l'inizio di un cammino che il magistero non ha più interrotto.
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Ho firmato questa Lettera il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario di Rerum novarum. La data dice una continuità di magistero, che attraversa Quadragesimo anno di Pio XI, Mater et magistra e Pacem in terris di Giovanni XXIII, Populorum progressio di Paolo VI, Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e Centesimus annus di Giovanni Paolo II, Caritas in veritate di Benedetto XVI, Laudato si' e Fratelli tutti del mio amato predecessore Francesco. È dentro questa fila, e a partire da essa, che oso parlare oggi al mondo. Ogni volta che una trasformazione storica ha messo in questione la dignità dell'uomo, la Chiesa ha cercato una parola capace di unire il Vangelo, la ragione, l'esperienza dei poveri e la responsabilità delle istituzioni.
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La rivoluzione che oggi attraversiamo somiglia a quella di Leone XIII per ampiezza, e se ne distingue per oggetto. Allora si trattò di sostituire e di moltiplicare la forza del corpo. Oggi si tratta di affiancare, e in certi casi di sostituire, alcune operazioni della mente. La macchina di cui parliamo non sgrana carbone e non forgia acciaio. Produce testi, immagini, voci, diagnosi, previsioni, decisioni. Opera sul linguaggio, che è il luogo in cui l'uomo si manifesta come immagine di Dio. Per questo la nuova questione sociale è anche, e profondamente, una questione antropologica e spirituale, e non si lascia ridurre a una questione di occupazione e di reddito, per quanto gravi siano anche questi aspetti.
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Scrivo questa Lettera a tutti i fedeli cattolici, ai fratelli e alle sorelle delle altre Chiese e comunità cristiane, ai credenti di ogni tradizione religiosa, agli uomini e alle donne di buona volontà, agli scienziati e ai costruttori dei sistemi, ai legislatori, agli imprenditori, ai lavoratori, agli educatori, ai genitori, ai giovani e ai poveri. L'intelligenza artificiale riguarda ciascuno, perché tocca il modo in cui abiteremo il mondo, parleremo gli uni con gli altri, lavoreremo, conosceremo, saremo curati, formeremo i figli, governeremo le nostre società, faremo la guerra o costruiremo la pace.
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Questa Lettera non è un manuale tecnico. La tecnica muta con una rapidità che nessun documento pastorale potrebbe inseguire, e inseguirla sarebbe condannarsi all'obsolescenza. Desidero offrire criteri di giudizio, principi morali, orientamenti sociali e qualche appello concreto. Quando sarà necessario nominare con precisione un fenomeno tecnico lo farò con sobrietà, e quando sarà necessario tornare alla Scrittura, ai Padri, ai Dottori, ai miei predecessori, lo farò senza timore, perché soltanto da quel terreno antico cresce la sapienza nuova di cui abbiamo bisogno.
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Mi preoccupa la possibilità che la famiglia umana si lasci espropriare della propria capacità di pensare, di scegliere, di amare, affidando a macchine ciò che appartiene alla coscienza personale. Mi preoccupa il dolore dei lavoratori che vedono mutare in pochi mesi la natura del proprio mestiere. Mi preoccupano i bambini che crescono in compagnia di voci che imitano la presenza umana. Mi preoccupano i conflitti armati resi più disumani da sistemi che decidono di vita e di morte senza che una mano umana se ne riconosca responsabile davanti a Dio. Da queste preoccupazioni, e ancor più dalla speranza che ad esse risponde, nasce questa Lettera. La speranza cristiana non è ottimismo sul progresso, ed è certezza che il Signore della storia non abbandona la sua creatura.
CAPITOLO I
LA NUOVA QUESTIONE SOCIALE
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La parola rivoluzione, logorata dall'uso che il commercio ne fa ogni giorno, va restituita al suo significato proprio. Una rivoluzione è una trasformazione strutturale e irreversibile della condizione in cui gli uomini abitano il mondo. Ne conosciamo poche nella storia: il passaggio all'agricoltura, l'invenzione della scrittura, la stampa, la macchina industriale, l'elettricità. In ciascuna di queste soglie la famiglia umana ha dovuto reimparare il proprio mestiere di uomo. La trasformazione che si è messa in moto in questi anni, attraverso l'intelligenza artificiale e l'intero ecosistema delle tecnologie digitali, presenta i caratteri di una soglia di questo ordine.
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L'intelligenza artificiale di cui parliamo non è un singolo apparecchio. È una famiglia di tecnologie che condividono un metodo, l'apprendimento da grandi quantità di dati, e una vocazione, l'imitazione e l'amplificazione di capacità che prima appartenevano all'agire umano. La Nota Antiqua et nova, pubblicata il 28 gennaio 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l'Educazione, ne ha offerto un primo quadro complessivo sotto l'autorità del mio predecessore Francesco. La presente Lettera ne raccoglie le linee e le porta nel cuore del magistero sociale della Chiesa.
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Questa rivoluzione costituisce una nuova questione sociale perché riorganizza il lavoro, il capitale, la conoscenza, l'attenzione, la previsione, la decisione, e crea dipendenze nuove fra le persone e fra i popoli. Nel 1891 la questione sociale appariva soprattutto come questione operaia, sorta nelle fabbriche e nel salariato industriale. Oggi quella questione si estende. Il lavoratore sfruttato resta al centro, e accanto a lui compaiono il cittadino profilato da sistemi che non gli mostrano i loro criteri, lo studente accompagnato da un tutore che non comprende il suo cuore, il malato classificato da un algoritmo, il migrante riconosciuto da un sistema biometrico, il bambino affidato a una voce sintetica, il soldato che combatte sotto la sorveglianza di macchine che accelerano la morte.
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Vi è un fatto che il magistero sociale non può accettare in silenzio, ed è la concentrazione del potere. La prima rivoluzione industriale produsse grandi concentrazioni di capitale, denunciate da Rerum novarum come una delle cause primarie dell'ingiustizia. La rivoluzione di oggi spinge questa concentrazione a un grado nuovo, perché l'addestramento dei modelli più potenti richiede risorse computazionali, energetiche e finanziarie di portata tale che solo un piccolissimo numero di soggetti, fra grandi imprese private e pochi Stati, è in grado di realizzarli. Il potere di produrre la nuova intelligenza si raccoglie così in poche mani, e con esso il potere di stabilire chi avrà accesso a ciò che diventa progressivamente indispensabile alla vita comune.
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La ricchezza di cui parliamo ha una forma particolare. Si compone di dati, che provengono dalle vite di tutti, di infrastrutture di calcolo concentrate in pochi luoghi del mondo, di energia e di acqua per alimentarle, di lavoro umano spesso invisibile che le rende funzionanti. Chi possiede i dati, le infrastrutture e i modelli detiene un potere che si esercita lontano dallo sguardo di chi ne subisce gli effetti. La dottrina sociale chiama questo squilibrio con il suo nome antico, ingiustizia, quando i frutti di un'opera comune si accumulano presso pochi senza che la comunità partecipi alle decisioni e ai benefici. Il principio della destinazione universale dei beni, che attraversa tutto il magistero sociale, vale anche per questa ricchezza nuova, e chiede che essa sia ordinata al bene di tutti.
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La nuova questione sociale ha una rapidità che le precedenti non avevano. La rivoluzione industriale dell'Ottocento si dispiegò nell'arco di tre o quattro generazioni, con dolori grandi ma con il tempo, per quanto insufficiente, di costruire leggi, sindacati, riforme, magisteri. La trasformazione di oggi si è dispiegata nei suoi tratti decisivi nell'arco di pochi anni. Le società civili, i sistemi giuridici, le scuole, le organizzazioni dei lavoratori, le stesse comunità ecclesiali si trovano a inseguire, a regolare quando il fatto è già diventato consuetudine. Questa rapidità non è un dato neutro, perché produce un'enorme asimmetria fra chi sviluppa i sistemi e chi vi si adatta, e mette sotto pressione la deliberazione comune da cui dipende la vita democratica.
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Vi è infine una caratteristica che voglio nominare con chiarezza, perché di solito resta nascosta. Questa rivoluzione si presenta come leggera, immateriale, fatta di nuvole e di reti, e in realtà ha un peso fisico molto concreto. I centri di calcolo consumano enormi quantità di elettricità, di acqua per il raffreddamento, di minerali rari per i processori, e producono rifiuti che ricadono su territori spesso lontani da chi gode dei benefici. Tornerò più avanti su questo punto, perché tocca insieme la giustizia verso i poveri e la cura della casa comune, che Laudato si' ci ha insegnato a non separare mai. Mi basti qui dire che nessuna trattazione onesta dell'intelligenza artificiale può presentarla come una tecnologia senza corpo.
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Davanti a tutto questo, due tentazioni speculari vanno respinte. La prima è l'illusione che il nuovo strumento sia in sé portatore di bene, e che basti seguirne lo sviluppo perché tutto si componga. La seconda è l'illusione opposta, che lo strumento sia in sé portatore di male, e che basti rifiutarlo perché tutto resti come prima. Entrambe dispensano dal compito proprio della Chiesa e della famiglia umana, che è il discernimento. Discernere significa guardare ciascuna applicazione, ciascuna scelta, ciascun rapporto di potere, e domandarsi se serve la persona oppure la diminuisce. Questo lavoro paziente, capitolo dopo capitolo, è ciò a cui questa Lettera desidera invitare.
CAPITOLO II
INTELLIGENZA, COSCIENZA, SAPIENZA
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Il modo in cui giudicheremo l'intelligenza artificiale dipende, più di quanto i tecnici riconoscano, dal modo in cui pensiamo l'intelligenza dell'uomo. Una visione povera dell'intelligenza umana genera inevitabilmente una visione gonfiata dell'intelligenza della macchina. Una visione piena restituisce la macchina alla sua misura, che è quella di uno strumento prezioso, e libera la persona dal timore di trovarsi davanti a un'alterità che in realtà non c'è. Conviene perciò cominciare dall'uomo, e domandarsi che cosa sia questa intelligenza che riconosciamo come nostra.
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La tradizione cristiana ha riconosciuto nell'intelligenza umana un dono che porta in sé i tratti di chi lo ha donato. La Sacra Scrittura presenta l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,27), e proprio in questa immagine la tradizione ha collocato l'intelligenza, insieme alla libertà e alla capacità di amare. Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, contemplò nell'anima umana un riflesso del mistero trinitario, e riconobbe in essa memoria, intelligenza e volontà come una unità che si conosce, si comprende e si ama (cfr. De Trinitate, X, 11, 18). San Tommaso d'Aquino mostrò che l'intelligenza dell'uomo è apertura all'essere, capacità di cogliere la verità delle cose, e non semplice elaborazione di segni. Da questa apertura, e non da una qualche prestazione misurabile, deriva la dignità della persona, soggetto chiamato a un fine che lo trascende.
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L'intelligenza dell'uomo è incarnata. Pensa attraverso un corpo, una lingua, una storia, una vulnerabilità. Quando un padre o una madre tengono fra le braccia il figlio appena nato, conoscono qualcosa che nessuna funzione astratta potrà mai cogliere. Quando un medico ascolta il suo paziente, cerca di comprendere quella persona e il significato che la malattia assume nella sua vita, e la diagnosi è strumento di questo ascolto, non il suo termine. Quando un giudice giudica, compie un atto che impegna la sua coscienza, e la norma è l'ossatura di un gesto che resta personale. In tutti questi atti ciò che è in gioco è il senso, che eccede sempre il calcolo, per quanto raffinato.
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È a partire da questa pienezza che si misura ciò che oggi chiamiamo intelligenza artificiale. Il termine, divenuto popolare a metà del secolo scorso, evoca per simmetria l'intelligenza della persona, e in questo è fuorviante. Ciò che esso designa è un insieme di metodi matematici e statistici che costruiscono modelli capaci di apprendere regolarità in grandi quantità di dati, e di generare, su quella base, previsioni, classificazioni, testi, immagini, suoni, decisioni. È un'opera mirabile dell'ingegno umano. Resta un'opera dell'ingegno umano, e va onorata come tale, senza confonderla con ciò che la produce.
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Da questa descrizione discende una distinzione che Antiqua et nova ha già esposto e che desidero ribadire. La macchina elabora regolarità statistiche là dove l'uomo comprende, associa simboli là dove l'uomo coglie un senso, esegue istruzioni ricevute là dove l'uomo agisce con la propria intenzione. La responsabilità appartiene sempre a chi progetta, addestra, utilizza e regola la macchina, e non alla macchina stessa. Questa distinzione, che a un orecchio non avvertito può sembrare sottigliezza filosofica, è la chiave di volta dell'intero discernimento, perché su di essa si fonda la difesa della responsabilità personale, senza la quale non vi è né giustizia né libertà.
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La macchina imita in modo convincente molte operazioni del linguaggio. Scrive lettere, riassume documenti, traduce, compone versi, conduce conversazioni. Tale imitazione non implica che essa compia ciò che noi compiamo quando facciamo le stesse cose. Mi sia consentita un'immagine semplice. Un pappagallo addestrato a ripetere il Padre nostro non prega, non perché gli manchino le parole, ma perché manca la persona che si rivolge al Padre. Una macchina addestrata a generare un Padre nostro non prega per la stessa ragione. La differenza fra la parola e la sua simulazione è la differenza fra una persona e una copia priva di soggetto, e nessuna perfezione dell'imitazione la cancella.
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Si torna spesso, nei dibattiti contemporanei, a chiedere se queste macchine possano essere coscienti, e quale statuto morale debba essere loro riconosciuto. Davanti a questa domanda la Chiesa tiene insieme due fedeltà. La fedeltà alla serietà del problema, che merita ascolto e non liquidazione, perché i confini dell'esperienza cosciente non sono noti alla scienza in modo esauriente. E la fedeltà alla dottrina della persona, che resta il fondamento di ogni antropologia cristiana. Possiamo dire con certezza di fede che la coscienza personale, capace di amare e di rispondere al suo Creatore, è dono che Dio ha posto nella creatura umana, fatta a sua immagine. Trattare una macchina come se fosse una persona conduce a confusioni dolorose. Ridurre le persone a macchine, misurandole come profili e previsioni, è in ogni caso ingiustizia, ed è su questa seconda confusione che la nostra vigilanza deve concentrarsi.
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Vi è un punto che desidero menzionare con sincerità, perché la Chiesa nulla guadagna nel tacerlo. Coloro che sviluppano i sistemi più potenti riconoscono di non comprendere appieno il loro funzionamento interno, e una ricerca che si chiama interpretabilità si dedica a studiare in che modo questi modelli arrivino alle loro risposte. È una ricerca ancora ai suoi inizi, e riconosco con stima il lavoro di chi vi si dedica, perché la trasparenza è condizione della responsabilità. Una macchina che opera in ambiti che incidono sulla vita delle persone senza che alcuno comprenda come arrivi alle proprie decisioni è uno strumento di potere sottratto al controllo della comunità. La Chiesa, che non possiede la competenza per dirimere problemi propri della ricerca, offre però l'orizzonte entro cui quella ricerca acquista la sua dignità, perché senza orizzonte la scienza scivola nella servitù del committente, e con l'orizzonte diventa servizio alla famiglia umana.
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La distinzione fra l'uomo e la macchina non si coglie meglio in nessun luogo come nel perdono. Una macchina può produrre parole sulla misericordia, e ignora che cosa significhi avere bisogno di essere perdonati. Può descrivere il pentimento, e non si è mai pentita. Il perdono richiede una libertà che ha potuto fare il male e sceglie di non tenerne conto, una memoria che porta una ferita e accetta di non vendicarla, una persona che si espone a un'altra persona. Nulla di questo appartiene al calcolo. Qui la differenza fra creatura e artefatto si manifesta con una forza che nessuna prestazione potrà mai colmare, e qui si comprende perché la salvezza dell'uomo passi attraverso vie che nessuna macchina potrà percorrere al suo posto.
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Conviene infine distinguere il calcolo dalla sapienza. Il calcolo, di per sé, è cosa buona, e senza di esso non si dà scienza, ingegneria, medicina capace di accogliere moltitudini. La sapienza è altra cosa. Il calcolo riguarda i mezzi, la sapienza riguarda i fini e il bene. La Scrittura la celebra come dono che si forma nel timore del Signore (cfr. Pr 9,10) e la tradizione cristiana l'ha riconosciuta in Cristo, sapienza di Dio (cfr. 1 Cor 1,24). Nessuna procedura di addestramento, per quanto vasti i dati, produce sapienza, perché la sapienza si genera nelle vite, in cuori che pregano, ascoltano, amano, soffrono e servono, e si trasmette attraverso le vite, da persona a persona, lungo il tempo lungo dell'esistenza.
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A questa luce desidero rivolgere una parola ai giovani. Quando vi servite di questi strumenti e ne traete un beneficio, non scambiate il beneficio per sapienza. Lo strumento può aiutarvi a trovare informazioni, a esercitarvi, a risolvere un problema, e non vi insegnerà a vivere, ad amare, a pregare. La capacità di accedere a grandi quantità di informazione non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Imparate dunque a servirvi di questi strumenti in modo tale che, se un giorno scomparissero, voi sappiate ancora pensare, leggere un testo lungo per intero, sostenere una conversazione difficile, sostare in silenzio davanti a una domanda senza cercare subito una risposta fuori di voi. In questa libertà interiore riposa una parte grande della vostra dignità.
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L'intelligenza umana, dunque, è razionale e simbolica, libera, incarnata, ordinata al senso, all'amore e alla verità, e il suo apice è la sapienza che unisce conoscenza e bontà. L'intelligenza artificiale è opera mirabile di questa intelligenza, e non si confonde con essa. Da questo riconoscimento nasce una postura che attraverserà tutta la Lettera. Gratitudine per ciò che la tecnica ci dona. Vigilanza perché lo strumento non diventi dominio. Responsabilità perché la persona resti il fine, e mai il mezzo, di ogni nostra opera.
CAPITOLO III
CORPO, VITA, LIMITE
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Una Lettera sull'intelligenza artificiale deve parlare del corpo, perché l'intelligenza artificiale tocca l'uomo proprio là dove l'uomo è più vulnerabile e più irriducibile, cioè nella sua carne vivente. La cura, la nascita, la morte, la disabilità, il desiderio, il lutto e i sogni di superamento del limite rivelano se la tecnica serve la persona oppure la misura secondo utilità, efficienza e controllo. Il cristianesimo non è una religione dello spirito separato dalla carne. Confessa il Verbo fatto carne (cfr. Gv 1,14), e per questo non può lasciare fuori dal proprio discernimento il corpo dell'uomo, che è il luogo della sua dignità e non il suo involucro.
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La dignità della vita umana va affermata dal concepimento alla morte naturale, e questa affermazione nasce dalla stessa logica che attraversa la Lettera, prima che da qualsiasi difesa identitaria. Quando un sistema predittivo valuta il rischio genetico di un nascituro, la salute attesa di una persona o la qualità presunta di una vita, la società deve ricordare che nessun numero esaurisce il valore di chi viene misurato. La persona vale per ciò che è, non per ciò che un modello prevede di lei. Il pericolo nuovo va oltre l'errore della macchina, e sta nella lenta abitudine a trattare la previsione come un giudizio sul valore di una vita, e a far discendere da una probabilità una decisione che appartiene soltanto alla coscienza e alla cura.
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La disabilità chiede di essere riconosciuta come una condizione piena dell'esistenza umana, e non come uno scarto dalla norma. La tecnologia assistiva merita gratitudine e sostegno quando accresce la partecipazione, l'autonomia e la relazione delle persone con disabilità, e va incoraggiata con generosità. Va respinta invece ogni logica che consideri la persona disabile degna soltanto nella misura in cui viene avvicinata a un modello dominante di prestazione. Le persone con disabilità non vanno pensate come destinatari passivi di soluzioni decise altrove, e la saggezza antica per cui nulla che le riguardi va deciso senza di loro resta un criterio morale che la comunità farebbe bene a custodire in ogni progettazione tecnica che le tocca.
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Il tempo della morte è divenuto un luogo delicato del nostro rapporto con la tecnica. La medicina che allevia il dolore, accompagna, sostiene la presenza dei familiari e rifiuta l'abbandono del morente è espressione altissima della carità. Il rischio che desidero nominare è l'uso di sistemi predittivi per trasformare probabilità cliniche o stime di costo in pressioni verso l'abbandono terapeutico o verso scelte di morte anticipata. Quando una macchina calcola che una vita non è più conveniente, e quel calcolo comincia a orientare le decisioni, qualcosa di profondamente umano viene tradito. La cura supera sempre la diagnosi, perché la cura riconosce una persona là dove il calcolo vede un caso, e accompagna fino alla fine chi nessun numero può più dichiarare utile.
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I sogni di superare il limite umano attraverso la tecnica appartengono a una tradizione antica, e ricevono oggi un linguaggio nuovo. La distinzione utile è quella fra terapia e potenziamento. Curare una malattia, restituire una funzione perduta, alleviare una sofferenza appartiene alla carità che la scienza può esercitare, e va sostenuta. Produrre invece gerarchie di prestazione fra gli uomini, vendere miglioramenti a chi può permetterseli, trasformare il limite e la fragilità in una colpa sociale apre scenari di ingiustizia profonda, perché spezza l'eguaglianza fondamentale dei figli di Dio e introduce una nuova divisione fra chi è potenziato e chi resta semplicemente uomo. La fragilità non è un difetto da correggere a ogni costo, ed è anche il luogo in cui impariamo la compassione, la dipendenza reciproca, la verità della nostra condizione.
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La generazione di immagini sessuali sintetiche merita una parola ferma. La produzione, senza consenso, di immagini intime che riproducono il volto e il corpo di una persona reale è una violenza contro quella persona, e non un semplice abuso digitale. Colpisce in modo particolare le donne e i minori, e va riconosciuta nella sua gravità da chi progetta i sistemi, da chi li regola e da chi amministra la giustizia. La sessualità umana è linguaggio del corpo e della comunione, legata alla libertà, alla responsabilità, al consenso e alla fecondità della vita, e la sua riduzione a materia manipolabile da una macchina ne tradisce il significato e ferisce la dignità di chi vi è coinvolto.
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Vi è infine un dolore nuovo che la tecnica promette di lenire e rischia di trattenere. Sistemi capaci di simulare la voce e il volto di chi è morto offrono una consolazione apparente, e rischiano di trattenere il defunto come un oggetto disponibile, sottraendolo al compimento del lutto. La memoria cristiana affida i morti a Dio, e non li possiede. Custodisce il loro volto nella speranza della risurrezione, nella comunione dei santi, nella preghiera che li accompagna, e proprio per questo non ha bisogno di fabbricare una loro presenza artificiale. Accompagnare chi soffre la perdita di una persona cara verso un affidamento che libera, e non verso una simulazione che incatena, è oggi un'opera di misericordia che la comunità cristiana è chiamata a comprendere e a praticare.
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Tutto questo dice una cosa sola, ed è che l'intelligenza artificiale non è soltanto una questione di lavoro e di informazione. È una questione di carne, di fragilità, di desiderio e di speranza. Là dove tocca il corpo, la tecnica rivela con particolare evidenza la verità che attraversa la Lettera. La persona è una creatura incarnata, e la sua grandezza si custodisce riconoscendola tale, accogliendone il limite, accompagnandone la fragilità, rispettandone il mistero. Chi cura, chi assiste, chi accompagna alla nascita e alla morte custodisce questa grandezza più di qualunque sistema, e merita di essere sostenuto, formato, mai sostituito nel cuore del suo compito.
CAPITOLO IV
LAVORO, CREATIVITÀ, GIUSTIZIA
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La Chiesa ha sempre considerato il lavoro una dimensione propria della persona, e non una semplice attività economica. La Genesi pone l'uomo nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse (cfr. Gen 2,15), e dunque il lavoro precede la caduta ed è vocazione prima di essere fatica. San Giovanni Paolo II, in Laborem exercens, ha insegnato che il lavoro ha un senso oggettivo, quello dei suoi prodotti e delle sue tecniche, e un senso soggettivo, che è il lavoratore stesso, persona che nel lavorare si esprime e cresce. Il senso soggettivo ha la priorità, perché il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro. È questo principio che oggi va difeso davanti alla pressione delle nuove tecnologie.
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L'intelligenza artificiale cambia il lavoro in profondità, e non soltanto sostituendo compiti. Ridefinisce il potere fra chi possiede i sistemi e chi vi si adatta, la proprietà di ciò che viene prodotto, il salario, la competenza richiesta, la misura della sorveglianza, la possibilità stessa di esercitare una maestria. Sorge così una nuova questione operaia, in continuità con quella che Rerum novarum affrontò nel 1891. Il lavoratore della conoscenza, della cura, della creazione e dei servizi sperimenta oggi una pressione simile a quella che l'artigiano dell'Ottocento sentì davanti alla macchina, e la risposta della Chiesa resta la stessa di allora. Il progresso tecnico ha valore solo se si accompagna alla difesa concreta della dignità di chi lavora.
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Molti lavoratori vedono il proprio mestiere mutare di natura. Ciò che era esercizio di una maestria diventa supervisione di un sistema che propone, e la competenza, ridotta a controllo di un prodotto generato altrove, si impoverisce, perché ciò che non si esercita lentamente si perde. Altri vedono crescere intorno a sé una sorveglianza che non riguarda più soltanto i gesti misurabili, come ai tempi del cronometro che Quadragesimo anno descrisse, ma si estende ai movimenti, ai tempi, alle pause, ai toni della voce, alla presenza nei luoghi di lavoro digitale. Una sorveglianza così pervasiva ferisce l'esperienza stessa del lavoro, che ha bisogno di concentrazione, di errore, di apprendimento, di scambio fra colleghi, e che senza un margine di libertà non può durare nel tempo come opera degna della persona.
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Altri ancora perdono semplicemente il proprio posto, perché la sostituzione del lavoratore con una macchina si rivela più conveniente. Quando questo avviene senza vie concrete di riqualificazione, di accompagnamento, di reddito, si ripete quell'errore che Laborem exercens denunciava, il trattare l'uomo alla stregua di uno strumento di produzione. La Chiesa chiede ai governi e alle imprese di non lasciare i lavoratori soli davanti a questa trasformazione, e di costruire patti che distribuiscano i frutti dell'automazione invece di concentrarli. Il principio della destinazione universale dei beni, ribadito da Centesimus annus, vale anche per la ricchezza che le macchine producono, e chiede che essa serva il bene comune e non soltanto l'accumulo di pochi.
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Una parola particolare merita la creatività. Sotto questo nome raccolgo le arti, la scrittura, la musica, l'illustrazione, la ricerca, l'artigianato fine, e tutto ciò che produce non soltanto un bene utile ma una forma di senso che entra nella vita comune e la nutre. I sistemi capaci di generare testi, immagini e musica in tempi brevissimi mettono oggi in difficoltà un gran numero di lavoratori creativi, e questo è grave per due ragioni. La prima riguarda il loro sostentamento concreto. La seconda riguarda l'equilibrio simbolico delle nostre società, perché una civiltà che lasciasse la produzione del proprio immaginario in larga parte a macchine addestrate sul passato perderebbe lentamente la capacità di dire qualcosa di nuovo su se stessa. La creatività umana è un bene comune da custodire, e va sostenuta con politiche, con scelte di mercato e con educazione del gusto.
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Vi è inoltre una questione di giustizia che riguarda chi ha messo nel mondo opere d'ingegno. Le opere di scrittori, artisti, musicisti, ricercatori sono state utilizzate, spesso senza adeguato consenso, per addestrare i modelli che oggi imitano il loro lavoro. Qui è in gioco il rispetto dovuto a chi ha dato qualcosa di sé, e prima ancora della tecnicalità del diritto d'autore vale il principio antico che proibisce di prendere il frutto del lavoro altrui senza riconoscerlo e senza retribuirlo. Le società civili e i giuristi sapranno determinare le forme della restituzione, e nessuno può ignorare in coscienza che una restituzione è dovuta.
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Vorrei rendere visibile un lavoro che di solito resta nascosto, e senza il quale i sistemi di cui parliamo non funzionerebbero. Dietro l'apparente automatismo delle macchine vi è una moltitudine di lavoratori che etichettano i dati, che addestrano i modelli con il loro giudizio, che moderano i contenuti più violenti e degradanti perché altri non li vedano. Molti di loro vivono in Paesi a basso reddito, con tutele scarse, esposti per ore a immagini di crudeltà perché le interfacce restino pulite per gli utenti benestanti. Questo lavoro porta sofferenza reale a persone reali, e la dignità di chi lo svolge chiede di essere riconosciuta, protetta, equamente retribuita. Tornerò su questo punto parlando del Sud globale, perché qui si tocca una delle ingiustizie più nascoste del nostro tempo.
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Si difenda, infine, il diritto al riposo. La macchina può lavorare senza interruzione, e l'uomo no. Una società che non rispetta il riposo dei lavoratori, e in particolare il riposo settimanale che la tradizione giudaico-cristiana ha custodito da millenni come giorno del Signore, si avvia verso la disumanizzazione qualunque siano i suoi indicatori economici. Il tempo libero da produzione è ciò di cui hanno bisogno la famiglia, la preghiera, l'amicizia, la cura dei più fragili, l'esercizio della carità. Nel tempo dell'accelerazione tecnologica il tempo è il bene più sottratto, e perciò il più da difendere. Custodire il riposo significa custodire l'uomo contro l'idolatria della produzione, e ricordare che il valore di una persona non coincide con ciò che produce.
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Il discernimento sul lavoro nel tempo dell'intelligenza artificiale riguarda dunque la forma stessa che vogliamo dare alla nostra civiltà, prima ancora dei rendimenti e dell'occupazione. Vogliamo una civiltà di uomini che esprimono se stessi attraverso il lavoro, oppure una civiltà di uomini che si fanno spettatori del lavoro delle proprie macchine. La Chiesa, fedele al suo Maestro che salì sul monte e si mise a insegnare (cfr. Mt 5,1-2), sta dalla parte di chi insegna, scrive, crea, cura, e chiede con coraggio una società in cui questi mestieri tornino al posto che è loro proprio, che è il primo.
CAPITOLO V
VERITÀ, PAROLA, MEMORIA
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Vi è una soglia in cui la tecnica tocca la forma stessa con cui le persone si manifestano le une alle altre, ed è la soglia della parola, dell'immagine, della voce, del volto. Su questo terreno desidero parlare con cura, perché qui si misura la capacità della nostra civiltà di custodire la trama dell'incontro. Nel Messaggio per la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ho scritto che i volti e le voci sono sacri, perché Dio, che ci ha creati a sua immagine, ce li ha donati chiamandoci alla vita attraverso la sua Parola. Lo ripeto qui come pietra angolare di questo capitolo. Il volto e la voce di ciascuno rivelano un'identità irripetibile, e sono gli elementi che definiscono ogni incontro autentico fra le persone.
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La sacralità del volto e della voce è un dato originario, e non una metafora poetica. Il volto è il modo in cui un'altra persona si presenta a me come irriducibile, e perciò si distingue da ogni immagine. La voce è il modo in cui un'altra persona mi raggiunge nella mia interiorità, e perciò non assomiglia a nessun altro suono. La rivelazione cristiana riconosce nel volto del fratello uno dei luoghi in cui ci raggiunge il volto di Cristo (cfr. Mt 25,40). Si comprende così perché la generazione artificiale di volti e di voci che non corrispondono a persone realmente presenti susciti nella coscienza un'inquietudine che va oltre la questione dell'inganno informativo, per quanto grave. Quando vedo un volto, mi dispongo all'accoglienza e alla responsabilità proprie del rapporto fra persone. Se quel volto non appartiene a nessuno, qualcosa in me viene tradito.
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Una macchina che genera testi produce parole senza parlare, perché manca la persona che si fa responsabile di ciò che dice. Riconosco volentieri che l'uso ragionevole di questi strumenti può servire, e serve già, a tradurre, a riassumere, a leggere ad alta voce per chi non vede, a produrre sottotitoli per chi non sente, a semplificare un testo per chi fatica a leggere. La Chiesa non rifiuta questi usi, e chiede che avvengano nella verità, in trasparenza, nel rispetto della dignità. Mette però in guardia da un uso preciso, quello di presentare come opera di una persona ciò che una macchina ha generato. Ogni piccola menzogna di questo genere sembra poca cosa, e tutte insieme erodono la verità pubblica su cui si reggono la fiducia, il dialogo e la possibilità stessa della convivenza democratica.
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Mi rivolgo in modo particolare ai miei fratelli sacerdoti. La predicazione cristiana è partecipazione del ministro alla Parola di Dio, che attraverso le sue labbra raggiunge il popolo. Un'omelia generata da una macchina, anche se ben scritta, non porta in sé l'incontro vivo del ministro con la Parola, con la sua comunità, con la sua preghiera, e perciò manca del suo cuore. Esorto i pastori a non delegare a uno strumento ciò che richiede il loro respiro, la loro fede, il loro tempo, perché il popolo di Dio merita pastori che parlano con la propria voce. La medesima cura riguarda, nelle debite proporzioni, chiunque abbia responsabilità di parola pubblica, i politici che parlano a popoli interi, i giornalisti che raccontano il proprio tempo, gli educatori che trasmettono il sapere. In ciascuno di questi compiti la parola personale è la sostanza, e non un dettaglio.
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La manipolazione realistica di volti e voci, che oggi viene chiamata con un termine venuto dall'inglese, ha già prodotto sofferenze gravi. Donne il cui volto è stato usato per immagini intime senza il loro consenso, persone a cui sono state attribuite parole mai dette, familiari raggiunti da chiamate che imitavano la voce dei loro cari, minori esposti a rappresentazioni manipolate di sé. Queste pratiche violano la dignità di chi viene rappresentato e la fiducia di chi riceve i contenuti. La Chiesa chiede protezioni legali serie, e chiede che chi sviluppa i sistemi assuma una responsabilità chiara per ciò che le sue macchine producono e per gli usi che ne vengono fatti, perché non è accettabile che in caso di abuso la responsabilità si frammenti fino a non poter essere imputata ad alcuno.
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Vi è un fenomeno più diffuso e meno appariscente, e forse più insidioso nel tempo lungo, ed è l'abitudine a non chiedere più chi parla. Quando una parte crescente dei testi che leggiamo, delle immagini che vediamo, delle voci che ascoltiamo è generata da macchine, anche senza alcuna intenzione malevola, il cittadino si abitua a un mondo in cui la parola pubblica non ha un autore preciso, e la distinzione fra autentico e simulato si fa sottile e indifferente. Una società che smette di chiedere chi parla è una società in cui la responsabilità si dissolve, e con essa la giustizia, la fiducia, il dialogo. La verità cristiana ha sempre un volto, perché dietro ogni parola sta una persona che se ne fa carico, e la testimonianza, fino al martirio, è la forma più alta di questa responsabilità della parola.
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La memoria stessa è oggi affidata a sistemi che ricordano e dimenticano secondo logiche che non controlliamo. Ciò che viene conservato e ciò che viene cancellato, ciò che riemerge e ciò che svanisce, dipende sempre più da scelte tecniche ed economiche compiute lontano da chi ne è toccato. Una comunità che perde il governo della propria memoria perde una parte della propria libertà, perché la memoria è il luogo in cui un popolo conserva la propria identità, riconosce i propri torti, custodisce i propri morti, trasmette la propria fede. La cura della memoria pubblica, dei suoi archivi, delle sue biblioteche, della sua trasmissione, è oggi un compito che riguarda la giustizia verso le generazioni future, e che la Chiesa, custode di una memoria bimillenaria, comprende dall'interno.
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Per tutte queste ragioni propongo quella che chiamo una nuova ecologia della parola pubblica. Come Laudato si' ha proposto un'ecologia integrale per la casa comune materiale, così è tempo di custodire la casa comune della parola. Alcuni criteri semplici possono orientarla. La trasparenza, perché ciò che è generato da una macchina sia riconoscibile come tale. L'attribuzione, perché ogni contenuto pubblicato sia riconducibile a una persona responsabile. Il consenso, perché il volto, la voce e il nome di una persona non vengano usati senza la sua autorizzazione. La protezione rafforzata di alcuni ambiti particolarmente esposti, come l'informazione in tempo di elezioni, l'informazione sanitaria, la rappresentazione dei minori. Questi criteri non sono invenzioni recenti, e prolungano l'intuizione antica per cui la parola pubblica ha senso solo quando qualcuno la paga di persona.
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Penso, in chiusura, ai bambini. La generazione che cresce oggi parlando con assistenti che imitano la voce umana, vedendo immagini di sé manipolabili, è la prima nella storia a fare questa esperienza fin dalla più tenera età. È compito grave dei genitori, degli educatori, della comunità custodire in questi bambini la fiducia originaria nella voce dell'altro, perché senza quella fiducia non crescono la fede, l'amicizia, la cittadinanza, l'amore. La verità della comunicazione è la verità più profonda dell'uomo, ed è verso di essa che ogni innovazione tecnica dovrebbe orientarsi. Custodire i volti e le voci significa, in ultima analisi, custodire noi stessi.
CAPITOLO VI
EDUCAZIONE, GIOVANI, INTERIORITÀ
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Se la trasformazione che viviamo tocca il modo in cui pensiamo, ricordiamo, decidiamo, allora il luogo decisivo del discernimento è quello in cui questi modi si formano, cioè la famiglia, la scuola, la comunità che educa. Educare nell'età dell'intelligenza artificiale significa formare persone capaci di attenzione, di memoria, di giudizio, di fatica, di desiderio ordinato, di relazione e di preghiera. La disponibilità immediata di risposte può aiutare l'apprendimento, e può anche indebolire la pazienza del pensiero, se prende il posto del lavoro lento con cui una mente cresce. La posta in gioco è la forma stessa della libertà di chi viene educato, ben oltre la gestione prudente di uno strumento.
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Conviene distinguere la formazione dall'addestramento. Una macchina viene addestrata, e l'addestramento cerca prestazioni misurabili e ottimizza risposte. Una persona viene formata, e la formazione accompagna una libertà verso il bene, educa la memoria e il giudizio, gli affetti e il corpo, il linguaggio e il desiderio, e insegna anche a fallire e a ricominciare, che è cosa che nessuna ottimizzazione conosce. Confondere i due significa pensare l'educazione come un caricamento di informazioni in una mente trattata come un dispositivo, e perdere proprio ciò che la rende educazione, cioè la cura di una persona che diventa se stessa. La scuola e la famiglia che ricordano questa differenza custodiscono qualcosa di prezioso, anche quando si servono volentieri degli strumenti nuovi.
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La scuola ha oggi il compito di insegnare un uso responsabile dell'intelligenza artificiale. Questo significa educare a verificare le fonti, a riconoscere e dichiarare l'aiuto ricevuto da una macchina, a proteggere i propri dati, a essere consapevoli degli errori e delle distorsioni che i sistemi portano con sé. Il compito è formare un giudizio, più che aggiungere un regolamento agli altri. Mai come oggi, nella storia, l'accesso all'informazione è stato così esteso, e ogni ragazzo porta con sé una quantità di sapere maggiore di quella conservata nelle grandi biblioteche di qualche secolo fa. Eppure vediamo crescere una povertà di pensiero, una fragilità del giudizio, una difficoltà a tenere insieme attenzione lunga, profondità e attesa. La ragione è che l'accesso all'informazione non è ancora sapienza, e la scuola serve proprio a compiere quel passaggio che nessun dispositivo può compiere al posto del ragazzo.
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Per questo desidero che le scuole, e in particolare le scuole cattoliche, ritrovino il coraggio di proporre esercizi che possono sembrare antichi e sono invece strumenti fini di formazione interiore. La lettura di libri lunghi per intero, la scrittura a mano, la memoria di poesie e di pagine della Scrittura, la pratica di un'arte o di uno strumento musicale, l'esperienza del lavoro manuale, la frequentazione regolare del silenzio. Tutto questo non è nostalgia, ed è il contrario di un'illusione di efficienza. È la costruzione paziente di una libertà che resterà a chi la riceve per tutta la vita, e che nessuno potrà più espropriargli.
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La famiglia è il primo luogo in cui la tecnologia viene ordinata all'amore, oppure lasciata disordinare la vita comune. Non desidero aggiungere alle famiglie un moralismo sugli schermi, di cui hanno già abbastanza. Desidero indicare poche pratiche concrete che custodiscono la qualità delle relazioni. I pasti condivisi senza dispositivi, la lettura insieme, il gioco, la preghiera familiare anche breve, il silenzio, il tempo nella natura, la conversazione che non ha fretta. Su queste cose, che sembrano piccole, si fonda la futura libertà interiore dei figli. Chiedo ai genitori, e in modo speciale alle giovani famiglie, di custodire anche la noia dei loro bambini e il loro tempo libero da stimoli, perché è in quel tempo apparentemente vuoto che si forma la capacità di abitare la propria interiorità, dove un giorno potranno incontrare se stessi e Dio.
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I giovani non vanno descritti come vittime passive di una trasformazione che subiscono. Vanno chiamati a una libertà più alta. A servirsi di strumenti potenti senza perdere la capacità di pensare, di attendere, di sbagliare, di ricominciare, di creare con responsabilità. Lo dico ai giovani di tutto il mondo con la stessa serietà con cui lo direi a un figlio. L'intelligenza artificiale elabora informazioni con grande rapidità, e non sostituisce l'intelligenza dell'uomo. Non può offrire la sapienza, perché le manca un elemento decisivo, il discernimento fra ciò che è veramente buono e ciò che è veramente male, che appartiene a una coscienza e non a un calcolo. Non chiedete dunque a una macchina di fare al posto vostro ciò che vi farebbe diventare grandi, perché la fatica che le cedete è la stessa fatica che vi avrebbe resi liberi.
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Una parola voglio rivolgere ai maestri, che in questo tempo sono custodi di un patrimonio fragile. Ogni volta che entrate in un'aula, in un'università, in un seminario, tenete viva una catena di trasmissione cominciata in tempi antichissimi, che se si spezzasse nelle vostre mani sarebbe difficile ricostruire. Vi esorto a non lasciarvi sostituire. Gli strumenti possono assistervi, e in molti casi vi serviranno bene, e non possono sostituire la vostra voce, la vostra preparazione, il vostro sguardo su ciascun allievo. Un buon maestro vede l'allievo, mentre una macchina, per quanto raffinata, elabora dati su di lui, e vedere l'allievo è precisamente ciò che cambia una vita. Restate umani nella vostra professione, e siatene fieri, perché il mondo ha bisogno di voi più di quanto sappia.
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Alle università, in modo particolare a quelle di ispirazione cristiana, chiedo di non smarrire la tradizione lunga da cui provengono. Le prime università nacquero nel cuore dell'Europa medievale come luoghi dedicati stabilmente alla ricerca disinteressata della verità, e conoscevano la centralità del dialogo, della disputa, della lettura paziente, della formazione del giovane come uomo libero e non soltanto come futuro tecnico. La pressione contemporanea verso un'istruzione misurata unicamente dalla rapidità di immissione nel mercato del lavoro rischia di erodere proprio ciò che le rende preziose. Vi prego di fare delle vostre aule luoghi in cui la riflessione sull'intelligenza artificiale, sui suoi limiti e sulle sue promesse, sia praticata con libertà, facendo dialogare le scienze tecniche con le scienze umane, sociali, giuridiche e teologiche, perché è nell'incrocio fra i saperi che nasce la sapienza.
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La formazione di chi serve la comunità cristiana merita infine un'attenzione esplicita. I futuri pastori, i catechisti, gli educatori della pastorale non potranno ignorare le questioni di cui parla questa Lettera, perché esse entrano nella vita dei fedeli e nella loro stessa. Chiedo che la formazione del clero e degli operatori pastorali includa stabilmente il discernimento sulle nuove tecnologie, inteso come formazione permanente del giudizio e della vita spirituale, e non come semplice aggiornamento tecnico. Non basta che un sacerdote sappia usare uno schermo. È necessario che sappia accompagnare, con sapienza pastorale, persone la cui vita interiore è attraversata da una trama tecnologica che le tocca in profondità. L'educazione, in tutte le sue forme, riesce quando fa apparire la libertà come una forma da custodire, e non come una semplice gestione prudente degli strumenti.
CAPITOLO VII
PACE, GUERRA, SORVEGLIANZA
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Vi è un ambito in cui l'intelligenza artificiale tocca direttamente la vita e la morte delle persone, ed è quello della guerra e della sorveglianza. Qui il discernimento si fa più grave, perché ciò che è in gioco è la decisione di togliere la vita e il potere di sottoporre gli uomini a un controllo continuo. La fede cristiana ha sempre insegnato che queste decisioni richiedono una responsabilità umana che nessuna delega può cancellare, e oggi questa verità antica va riaffermata con forza davanti a sistemi che promettono di decidere al posto dell'uomo.
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Ho avuto occasione di dire, in una recente visita all'Università La Sapienza di Roma, che ciò che accade in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran, mostra l'evoluzione disumana del rapporto fra la guerra e le nuove tecnologie, in una spirale di annientamento. Riprendo qui quelle parole, perché non erano soltanto una descrizione. La spirale è un movimento che a ogni passaggio aggrava ciò che già c'era. Si introduce un sistema che permette di colpire con maggiore rapidità, e la parte avversa, per non essere distrutta, si affretta a sua volta. Si delegano funzioni di scelta a catene di calcolo, perché la decisione umana appare troppo lenta, e la distanza fra chi decide e chi muore cresce, la responsabilità si diluisce, la possibilità dell'errore aumenta, la distinzione fra combattenti e civili si confonde. A ogni giro della spirale, qualcosa di umano viene sottratto a chi colpisce e a chi cade.
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Vi sono sistemi che richiedono una parola precisa, quelli capaci di selezionare e di colpire obiettivi umani senza un intervento umano significativo nel momento della decisione. Antiqua et nova ha formulato in proposito una grave preoccupazione etica, e questa Lettera la fa propria e la rafforza. Un sistema che decide autonomamente di uccidere un essere umano, senza che una persona se ne assuma la responsabilità davanti alla propria coscienza e davanti a Dio, non è conforme alla dignità né di chi viene ucciso né di chi dovrebbe rispondere di quella morte. La tradizione cristiana sulla guerra è esigente, e conosce i criteri della legittima difesa custoditi dal Catechismo al numero 2309, e conosce la condanna che il Concilio Vaticano II, in Gaudium et spes al numero 80, pronunciò contro ogni atto di guerra che miri alla distruzione di intere città con i loro abitanti. Alla luce di questa tradizione, lo sviluppo, la produzione e l'impiego di armi letali autonome vanno proibiti dalla comunità internazionale.
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Comprendo la pressione cui sono sottoposti gli Stati, che giustificano la corsa a questi sistemi con la necessità di non restare indietro rispetto agli avversari. Comprendo l'argomento, e non posso accettarlo come ultima parola, perché la logica del non restare indietro è precisamente la logica della spirale, e ogni Paese che vi cede contribuisce ad accelerarla. La via della pace richiede atti di responsabilità, sostenuti da diplomazie pazienti e da società civili attente. Rivolgo perciò un appello agli Stati e alle organizzazioni internazionali perché riprendano il cammino dei trattati che hanno saputo mettere al bando le armi chimiche, le armi biologiche, le mine antipersona, e aprano un cammino analogo per le armi letali autonome. Il tempo perduto su questo terreno si paga in vite umane.
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La trasformazione tecnologica non riguarda soltanto la guerra dichiarata. Riguarda anche quella forma di controllo continuo che oggi è tecnicamente possibile in molti Stati, e che raccoglie in modo automatico dati sugli spostamenti, le comunicazioni, le transazioni, le opinioni, le relazioni delle persone. La Chiesa non rifiuta per principio i sistemi di sicurezza pubblica volti a prevenire crimini gravi, e chiede che ogni sistema di questo genere sia limitato, proporzionato, soggetto al controllo della comunità, trasparente nei suoi criteri, sottoposto alla revisione di un giudice. Chiede inoltre che restino, per principio, ambiti sottratti a qualunque sorveglianza, perché senza uno spazio inviolabile la persona non è più libera. La casa, la coscienza, il colloquio con il proprio medico e con il proprio avvocato, l'esercizio del culto, la confessione, l'attività dei lavoratori che si organizzano, la stampa libera devono restare luoghi protetti.
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Mi preoccupa in modo speciale l'uso di queste tecnologie per perseguitare minoranze religiose, etniche, politiche. La combinazione del riconoscimento dei volti, dell'analisi dei comportamenti, del tracciamento dei contatti può divenire uno strumento di persecuzione su una scala mai vista. La Chiesa, che in molti Paesi del secolo scorso ha conosciuto la dura esperienza della repressione, e che oggi vede colpiti in più Paesi i suoi figli e tanti altri credenti e non credenti, non può tacere. La libertà religiosa, primo fra i diritti della persona, va difesa anche contro le nuove forme tecnologiche di controllo, e con essa la libertà di tutti coloro che un potere giudica scomodi. Esorto i governi a non fare delle nuove tecnologie strumenti di repressione, e le società civili a vigilare con tenacia, perché un controllo che oggi colpisce alcuni domani potrà colpire chiunque.
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Penso anche a coloro che, ai margini della vita pubblica, subiscono la durezza dei sistemi automatici. I migranti riconosciuti e classificati alle frontiere da macchine sui cui criteri non hanno voce, i detenuti valutati da sistemi che prevedono la loro pericolosità futura, le popolazioni sotto occupazione identificate da strumenti che incrociano dati per costruire liste di obiettivi. Quando questi sistemi sbagliano, e di errori ne commettono, le conseguenze ricadono su persone reali, su famiglie reali. Non è ammissibile, davanti a Dio e davanti alla storia, che la difesa di interessi anche legittimi venga perseguita con strumenti che per loro stessa natura non distinguono adeguatamente fra il combattente e il bambino, fra il colpevole e l'innocente. La responsabilità di chi decide non può essere ceduta alla freddezza di un calcolo.
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Tutto questo si raccoglie in una sola esortazione, che propongo alla riflessione del mondo. Non basta un disarmo delle armi, e occorre quel che chiamerei un disarmo della pretesa di delegare alle macchine ciò che appartiene alla coscienza. Esso consiste nella rinuncia consapevole, da parte di Stati, imprese e comunità, a quegli usi delle nuove tecnologie che, pur essendo tecnicamente possibili, sono incompatibili con la dignità della persona, con la pace fra i popoli, con la libertà delle coscienze. Questa rinuncia non è ingenuità, ed è il segno di una maturità civile altissima, perché solo chi è interiormente libero può scegliere di non possedere uno strumento che potrebbe possedere, e solo chi vede oltre il vantaggio immediato può scegliere il tempo lungo della giustizia.
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La pace, lo ricordava sant'Agostino, è la tranquillità dell'ordine (cfr. De civitate Dei, XIX, 13). Quando l'ordine fra l'uomo, la tecnica, le istituzioni e la creazione è giusto, la pace è possibile, e quando quell'ordine si rompe la pace si allontana anche in assenza di un conflitto dichiarato. La spirale dell'annientamento è, nel suo fondo, una rottura di quest'ordine. Per questo la Chiesa chiede al mondo di ricomporre l'ordine, prima ancora e più ampiamente del fermare le singole armi. Possa il Signore Gesù, che pianse su Gerusalemme perché non aveva riconosciuto il tempo della sua visita (cfr. Lc 19,41-44), aprire gli occhi dei potenti sul tempo che viviamo, perché scelgano la via stretta della pace anche quando appare meno conveniente di quella larga della guerra.
CAPITOLO VIII
POVERI, SUD GLOBALE, ECOLOGIA INTEGRALE
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Ogni autentica enciclica sociale pone i poveri al centro, e non come un capitolo aggiunto in fondo al ragionamento. I poveri rivelano la verità morale della tecnica, perché ciò che una società fa ai suoi membri più fragili dice ciò che essa è davvero. La domanda da cui parte questo capitolo non è dunque quale beneficio l'intelligenza artificiale potrà un giorno portare ai poveri, ma una domanda più scomoda e più vera. Chi possiede le infrastrutture, i dati, i modelli, l'energia, la capacità di calcolo? Chi ne paga i costi? Chi partecipa alle decisioni che riguardano la sua vita? Solo a partire da queste domande la giustizia digitale prende forma, perché altrimenti i poveri tornano a essere destinatari passivi di scelte compiute altrove, e la tecnica conferma le disuguaglianze invece di ridurle.
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Esiste una povertà materiale, e c'è. Riguarda chi perde il lavoro per la sostituzione tecnologica e non trova vie di ricollocazione, chi vive dove le infrastrutture digitali sono scarse e i costi proibitivi, chi non possiede gli strumenti per accedere a servizi essenziali che vengono progressivamente digitalizzati. L'anziano che deve compiere una pratica online per ricevere un aiuto necessario alla sua sopravvivenza, e non sa come farlo, conosce questa povertà. Esiste poi una povertà che si potrebbe dire algoritmica, ed è la condizione di chi viene escluso da un'opportunità perché un sistema di valutazione automatica lo ha classificato come poco affidabile, poco solvibile, poco interessante, senza che gli sia mai stato mostrato il criterio del giudizio, e senza che chi ha messo in moto quel sistema sappia descrivere come esso funziona al suo interno. È una povertà invisibile, e proprio per questo particolarmente insidiosa.
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Vorrei rivolgere uno sguardo specifico alle regioni del Sud globale, dell'America Latina, dell'Africa, dell'Asia, dove tante volte la fede vive con una freschezza che interpella le Chiese antiche. In molti di questi Paesi le nuove tecnologie giungono come prodotti finiti, sviluppati altrove, addestrati su lingue e dati altrui, e a costi elevati per le economie locali. Si profila così un rischio che chiamo per il suo nome, una nuova forma di colonialismo. Non si esprime nelle forme dure del passato, e si esprime in una asimmetria di dati, di infrastrutture, di lavoro, di lingue, di contratti, di potere normativo. La dinamica è riconoscibile. Un popolo consegna i propri dati, il proprio lavoro, le proprie risorse naturali, e altri addestrano i modelli, possiedono le piattaforme, rivendono i servizi, talvolta alle stesse popolazioni da cui hanno attinto.
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Le lingue minoritarie e i popoli indigeni meritano qui una parola che non sia folclore. I modelli linguistici sono addestrati prevalentemente sulle lingue dominanti, e rischiano di sopravanzare e impoverire le lingue parlate da popoli più piccoli, che in quelle lingue custodiscono la propria memoria, la propria preghiera, il proprio diritto di nominare il mondo. La Chiesa, che a Pentecoste ha conosciuto lo Spirito donare a ciascuno di udire nella propria lingua le grandi opere di Dio (cfr. At 2,11), riconosce in ogni lingua un dono da custodire, e non un residuo da assorbire in una lingua unica. La pluralità delle lingue non è una inefficienza da superare, ed è una ricchezza dell'umanità che porta in sé la traccia della sua vocazione alla comunione nella diversità.
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Torno qui, come avevo annunciato, sul lavoro invisibile che rende possibili questi sistemi, perché la sua geografia è morale prima che economica. Coloro che etichettano i dati e moderano i contenuti più violenti vivono spesso in Paesi a basso reddito, esposti per ore a immagini di crudeltà, con tutele scarse, perché altrove l'interfaccia resti pulita e l'esperienza dell'utente benestante resti serena. Vi è una distanza ingiusta fra chi gode del prodotto e chi ne porta il peso nascosto, e questa distanza riproduce, nel cuore della tecnologia più avanzata, una delle ingiustizie più antiche, quella che fa ricadere sui poveri la fatica e sui ricchi il frutto. Riconoscere, proteggere, retribuire equamente questo lavoro è una questione di giustizia che nessuno può rimandare in coscienza.
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L'intelligenza artificiale appare immateriale, e vive di una materia molto concreta. Vive di energia, di acqua per raffreddare i centri di calcolo, di minerali estratti spesso in condizioni che feriscono i lavoratori e i territori, e produce rifiuti che ricadono su luoghi lontani da chi gode dei benefici. In più Paesi questo consumo entra in competizione con i bisogni primari delle popolazioni. Laudato si' ci ha consegnato una grammatica dell'ecologia integrale che resta pienamente valida, e che insegna a non separare mai la giustizia verso i poveri dalla cura della casa comune. C'è qui un rovesciamento che desidero rendere visibile. Ciò che si presenta come immateriale ha un peso reale sulla terra e sui suoi abitanti più fragili, e una civiltà che dimentica questo peso si racconta una favola che i poveri e la creazione pagano al posto suo.
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La preferenza per i poveri, che il magistero recente ha riaffermato come opzione fondata nel Vangelo, non è una scelta politica fra le altre, ed è criterio di verità. Cristo si è identificato con gli affamati, gli assetati, i forestieri, i malati, i carcerati (cfr. Mt 25,31-46), e questa identificazione è sostanziale, e supera ogni linguaggio metaforico. Chiunque incontra un povero incontra Cristo. Nel tempo dell'intelligenza artificiale questa preferenza si traduce in scelte concrete. Chiede che i grandi sistemi siano valutati anche su quanto migliorano la vita degli ultimi, e non soltanto su quanto profitto generano. Chiede che i lavoratori sostituiti dalle macchine siano accompagnati con vere opportunità, e non lasciati alla deriva. Chiede che le tecnologie siano accessibili anche a chi non può pagarle a prezzo pieno, e che le minoranze e i forestieri siano protetti contro l'uso discriminatorio dei sistemi di valutazione.
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Esistono, occorre riconoscerlo con gratitudine, applicazioni che già oggi avvicinano questo bene. Sistemi di traduzione che permettono al rifugiato di farsi comprendere, strumenti diagnostici che portano competenze in regioni remote, tecnologie di alfabetizzazione e di accessibilità che restituiscono possibilità a chi vive con limitazioni. La Chiesa incoraggia, sostiene, promuove questi usi, perché stanno dalla parte del povero. La domanda onesta riguarda però il rapporto fra queste applicazioni benefiche e quelle che accentuano le disuguaglianze, e la risposta è che oggi la maggior parte degli investimenti si orienta verso ciò che genera profitto immediato, mentre le applicazioni più utili ai poveri restano poco finanziate e poco visibili. Questo squilibrio non è una fatalità, ed è il frutto di scelte che si possono cambiare.
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Esorto perciò le Chiese del Sud globale a non sentirsi marginali in questo discernimento. La vostra prossimità con i poveri, la vostra conoscenza delle lingue e delle culture, la vostra vita comunitaria sono un patrimonio prezioso per la riflessione universale della Chiesa. Esorto gli Stati e le organizzazioni internazionali a sostenere lo sviluppo di capacità tecnologiche autonome nei Paesi del Sud, perché la sovranità tecnologica è oggi parte della sovranità tout court. Esorto le grandi imprese a non considerare questi Paesi soltanto come mercati o come fonti di dati, ma come partner alla pari. La rivalità fra le grandi potenze per il dominio tecnologico, che attraversa il nostro tempo, non deve farsi alle spalle dei piccoli, perché quando i grandi si contendono il mondo sono sempre i poveri a pagare il prezzo più alto. Questo capitolo riesce se rende impossibile parlare dell'intelligenza artificiale come di una tecnologia neutra e senza corpo, e mostra che ogni modello ha una geografia, una materia e una distribuzione morale dei suoi costi.
CAPITOLO IX
LA CHIESA, LA GOVERNANCE, LA SPERANZA
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La Chiesa parla al mondo, e nello stesso atto è chiamata a discernere se stessa. Le sue scuole, i suoi ospedali, le sue università, le sue parrocchie, i suoi archivi, i suoi mezzi di comunicazione si servono già di strumenti digitali, e il suo appello al mondo perderebbe credibilità se le istituzioni ecclesiali non custodissero per prime la riservatezza dei dati, la verità della comunicazione, la cura della relazione pastorale. Chiedo dunque alle comunità cristiane di esaminare il proprio uso delle nuove tecnologie con la stessa serietà con cui chiediamo agli altri di esaminare il loro, perché la coerenza è la prima forma della testimonianza, e non si insegna ciò che non si pratica.
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Vi è un luogo in cui la differenza fra l'uomo e la macchina si manifesta con una chiarezza che nessun argomento potrebbe accrescere, ed è la vita sacramentale. Nessun assistente artificiale assolve dai peccati, nessun sistema consacra il pane e il vino, nessuna simulazione amministra l'unzione dei malati o sostituisce la presenza della comunità riunita. Dio salva attraverso segni concreti, attraverso il corpo, la parola pronunciata da labbra umane, l'acqua, l'olio, il pane, la presenza reale del Signore in mezzo ai suoi. La fede cristiana non è una trasmissione di informazioni, ed è un incontro fra persone vive e il Dio vivo, mediato da gesti che impegnano la carne. Per questo la liturgia e i sacramenti restano, in un mondo di simulazioni, il luogo in cui la verità dell'incontro non può essere contraffatta, e la comunità cristiana è chiamata a custodirli da ogni logica di surrogato, riconoscendo in essi non un residuo arcaico, ma il cuore della sua vita.
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Il discernimento sull'intelligenza artificiale chiede alla Chiesa il metodo che lo Spirito le va insegnando in questi anni, quello sinodale, fatto di ascolto reciproco e di cammino comune. Le Chiese locali sono chiamate a raccontare l'impatto concreto delle nuove tecnologie sui loro territori, e a far sì che i poveri, i giovani, i lavoratori, le famiglie, i ricercatori, le comunità più vulnerabili siano ascoltati e non semplicemente rappresentati da altri. Per coordinare questo lavoro, che negli scorsi anni era cresciuto in modo frammentato fra i diversi organismi della Santa Sede, ho istituito una Commissione Interdicasteriale sull'Intelligenza Artificiale, perché la voce della Chiesa non manchi nei luoghi in cui le decisioni vengono prese e perché il discernimento ecclesiale resti unito e fedele. Affido a essa, e alle Conferenze Episcopali, il compito di accompagnare l'attuazione di questa Lettera.
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La Chiesa offre inoltre il suo contributo a una governance pubblica giusta, senza pretendere competenze che non ha, e indicando alcuni punti che la sua dottrina ritiene irrinunciabili. La proibizione delle armi letali autonome. La sottoposizione dei sistemi a più alto impatto sulla vita delle persone a una verifica indipendente e a una responsabilità giuridica chiara. La protezione speciale dei minori. La tutela dei dati personali e il diritto di sapere quando una decisione che ci riguarda è stata presa da una macchina. Il sostegno alla ricerca pubblica indipendente, perché esistano alternative alla concentrazione privata. L'accesso equo ai benefici, perché la nuova intelligenza non divenga privilegio di pochi. Mi unisco a quanti chiedono che la comunità internazionale apra un cammino di accordi vincolanti su questi punti, in continuità con l'insegnamento di Pacem in terris sull'autorità pubblica universale, e in dialogo con le iniziative già esistenti, fra cui la Rome Call for AI Ethics promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita, che ha avuto il merito di riunire attori diversi attorno a principi condivisi.
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Questo dialogo si estende ai credenti delle altre religioni e a tutti gli uomini di buona volontà. La custodia della dignità umana davanti alla tecnica è un terreno su cui le diverse tradizioni possono incontrarsi e collaborare per fini comuni, senza che nessuna rinunci alla propria identità. La Chiesa cattolica offre in questo dialogo la specificità della sua fede, e riceve dagli altri la ricchezza della loro esperienza, perché la sfida che abbiamo davanti è troppo grande perché qualcuno possa affrontarla da solo. Una alleanza per l'umano, che unisca credenti e non credenti, scienziati e pastori, governanti e lavoratori, è oggi un servizio alla pace e alla giustizia di cui il mondo ha bisogno.
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Vorrei che, davanti a queste pagine, ciascuno sentisse non un peso, ma una libertà. La libertà di sapere che la storia, anche quella tecnologica, è fatta di scelte, e che le scelte appartengono a chi resta vigilante. Non siamo spettatori di un destino già scritto, e la rapidità con cui le macchine cambiano non ci toglie la responsabilità di decidere quale posto dare loro nella nostra vita. Questa responsabilità è insieme personale e comune, riguarda il singolo che decide quanta della propria interiorità affidare a uno strumento, e riguarda i popoli che decidono quali limiti porre al potere di chi quegli strumenti possiede.
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Concludo questo capitolo distinguendo la speranza cristiana dall'ottimismo tecnologico, perché su questa distinzione si gioca molto. L'ottimismo tecnologico crede che ogni problema dell'uomo abbia una soluzione tecnica, e che il progresso degli strumenti coincida con il progresso dell'uomo. La speranza cristiana sa che il cuore dell'uomo non si salva con uno strumento, e che la nostra grandezza ci viene da un disegno più antico della nostra forza. Non confonde la potenza con la sapienza, e non confonde la previsione con la provvidenza. Per questo la Chiesa, davanti all'intelligenza artificiale, non offre soltanto criteri etici, ma una forma di vita, fatta di liturgia e di sacramenti, di ascolto e di carità, di istituzioni e di servizio, di una speranza che attraversa la storia senza riporre in essa la propria ultima fiducia. È in questa forma di vita, più che in qualunque regolamento, che la grandezza dell'umano trova la sua custodia.
CONCLUSIONE
MARIA, SEDE DELLA SAPIENZA
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Giunto al termine di questa Lettera, non desidero consegnarvi soltanto un testo da leggere, ma una preghiera da pregare, perché il discernimento, prima di essere opera del pensiero, è dono dello Spirito. Ringrazio Dio per l'intelligenza che ha posto in noi, perché potessimo conoscere lui, conoscere noi stessi, collaborare alla sua opera. Riconosco che il tempo che viviamo è grande e tremendo, perché le nostre mani hanno costruito macchine che generano parola, immagine e decisione, e qualcosa nella trama del nostro essere uomini ci sembra messo in questione. Confido che il Signore non ci abbandonerà, e che ci darà la sapienza per riconoscere ciò che è giusto, il coraggio di proteggere la dignità degli ultimi anche quando costa, la pazienza di costruire ordini giusti là dove oggi vediamo confusione.
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Affido questo cammino a Maria, Madre del Signore e Madre nostra. La tradizione cristiana ti ha onorato fin dai primi secoli con il titolo di Sede della Sapienza, perché nel tuo grembo si è formato colui che è la Sapienza in persona. Tu sai che cosa significhi accogliere un mistero più grande di te, e custodire nel cuore ciò che ancora non si comprende del tutto (cfr. Lc 2,19). Custodisci la sapienza di questa generazione. Custodisci la libertà dei bambini che crescono fra voci che imitano la presenza umana, la dignità dei lavoratori che vedono mutare il loro mestiere, la verità di chi si batte per una parola onesta, la coscienza di chi è chiamato a decisioni gravi, la pace dei popoli minacciata da nuovi strumenti di guerra, la fede del tuo popolo che attraverso queste pagine ti riconosce ancora Madre.
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Possa la grandezza dell'umano, magnifica humanitas, manifestarsi pienamente quando la storia raggiungerà il suo compimento in Cristo, e possano allora le nostre opere, anche le più ardite, trovare il loro vero significato nel servizio della gloria di Dio e nel bene dei fratelli. Le macchine che oggi destano in noi tanti interrogativi appariranno per ciò che sono, opere transitorie delle mani dell'uomo, e il volto di ogni nostra sorella e di ogni nostro fratello risplenderà della luce di colui che li ha pensati dall'eternità. Nell'attesa di quel giorno, e per il cammino che ci attende, di cuore benedico tutti voi che leggerete queste pagine, le vostre famiglie, le vostre comunità, i vostri ambienti di lavoro, le vostre nazioni, l'intera famiglia umana, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio 2026, centotrentacinquesimo anniversario della Lettera Enciclica Rerum novarum del Sommo Pontefice Leone XIII, secondo del Mio Pontificato.
LEONE PP. XIV